Umberto Eco.
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Pape Satn aleppe.
Cronache di una societ liquida.
Parte 2.
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2016 La nave di Teseo, Milano.                                                                                                                         
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Sommario di questa parte.
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Varie forme di razzismo.
Sull'odio e la morte.
Fra religione e filosofia.
Sui libri e altro.
La Quarta Roma.
Dalla stupidit alla follia.
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Fine sommario.
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Varie forme di razzismo
Filosofare al femminile
La vecchia affermazione filosofica per cui l'uomo  capace di pensare l'infinito mentre la donna d senso al finito, pu essere letta in tanti modi: per esempio che siccome l'uomo non sa fare i bambini, si consola coi paradossi di Zenone. Ma sulla base di affermazioni del genere si  diffusa l'idea che la storia (almeno sino al XX secolo) ci abbia fatto conoscere grandi poetesse e narratrici grandissime, e scienziate in varie discipline, ma non donne filosofe e donne matematiche.
Su distorsioni del genere si  fondata a lungo la persuasione che le donne non fossero portate alla pittura, tranne le solite Rosalba Carriera o Artemisia Gentileschi.  naturale che, sino a che la pittura era affresco di chiese, montare su un'impalcatura con la gonna non era cosa decente, n era mestiere da donna dirigere una bottega con trenta apprendisti, ma appena si  potuta fare pittura da cavalletto le donne pittrici sono spuntate fuori. Un poco come dire che gli ebrei sono stati grandi in tante arti ma non nella pittura, sino a che non si  fatto vivo Chagall.  vero che la loro cultura era eminentemente auditiva e non visiva, e che la divinit non doveva essere rappresentata per immagini, ma c' una produzione visiva di indubbio interesse in molti manoscritti ebraici. Il problema  che era difficile, nei secoli in cui le arti figurative erano nelle mani della Chiesa, che un ebreo fosse incoraggiato a dipingere madonne e crocifissioni, e sarebbe come stupirsi che nessun ebreo sia diventato papa.
Le cronache dell'universit di Bologna citano professoresse come Bettisia Gozzadini e Novella d'Andrea, cos belle che dovevano tenere lezione dietro un velo per non turbare gli studenti, ma non insegnavano filosofia. Nei manuali di filosofia non incontriamo donne che insegnassero dialettica o teologia. Eloisa, brillantissima e infelice studente di Abelardo, aveva dovuto accontentarsi di divenire badessa.
Ma il problema delle badesse non  da prendere sottogamba, e vi ha dedicato molte pagine una donna-filosofo dei nostri tempi come Maria Teresa Fumagalli. Una badessa era un'autorit spirituale, organizzativa e politica e svolgeva funzioni intellettuali importanti nella societ medievale. Un buon manuale di filosofia deve annoverare tra i protagonisti della storia del pensiero grandi mistiche come Caterina da Siena, per non dire di Ildegarda di Bingen che, quanto a visioni metafisiche e a prospettive sull'infinito, ci d del filo da torcere ancora oggi.
L'obiezione che la mistica non sia filosofia non tiene, perch le storie della filosofia riservano spazio a grandi mistici come Suso, Tauler o Eckhart. E dire che in gran parte la mistica femminile dava maggior risalto al corpo che non alle idee astratte sarebbe come dire che dai manuali di filosofia deve scomparire, che so, Merleau-Ponty.
Le femministe hanno da tempo eletto a loro eroina Ipazia che, ad Alessandria, nel V secolo, era maestra di filosofia platonica e di alta matematica. Ipazia  diventata un simbolo, ma purtroppo delle sue opere  rimasta solo la leggenda, perch sono andate perdute, e perduta  andata lei, fatta letteralmente a pezzi da una turba di cristiani inferociti, secondo alcuni storici sobillati dal quel Cirillo di Alessandria che, anche se non per questo,  stato poi fatto santo. Ma c'era solo Ipazia?
Meno di un mese fa  stato pubblicato in Francia (da Arla) un librettino, Histoire des femmes philosophes. Se ci si chiede chi sia l'autore, Gilles Mnage, si scopre che viveva nel XVII secolo, era un latinista precettore di Madame de Svign e di Madame de Lafayette e il suo libro, apparso nel 1690, s'intitolava Historia Mulierum Philosopharum. Altro che la sola Ipazia: anche se dedicato principalmente all'et classica, il libro di Mnage ci presenta una serie di figure appassionanti, Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia l'epicurea, Temistoclea la pitagorica, e Mnage, sfogliando i testi antichi e le opere dei padri della Chiesa, ne aveva trovate citate ben sessantacinque, anche se aveva inteso l'idea di filosofia in senso abbastanza lato. Se si calcola che nella societ greca la donna era confinata tra le mura domestiche, che i filosofi piuttosto che con fanciulle preferivano intrattenersi coi giovinetti, e che per godere di pubblica notoriet la donna doveva essere una cortigiana, si capisce lo sforzo che debbono avere fatto queste pensatrici per potersi affermare. D'altra parte, come cortigiana, per quanto di qualit, viene ancora ricordata Aspasia, dimenticando che era versata in retorica e filosofia, e che (teste Plutarco) Socrate la frequentava con interesse.
Sono andato a sfogliare almeno tre enciclopedie filosofiche odierne e di questi nomi (tranne Ipazia) non ho trovato traccia. Non  che non siano esistite donne che filosofassero.  che i filosofi hanno preferito dimenticarle, magari dopo essersi appropriati delle loro idee.
2003
Dove sta l'antisemitismo?
Una serie di avvenimenti recenti (non solo attentati, ma anche sondaggi preoccupanti) ha fatto riemergere in primo piano la questione dell'antisemitismo.  difficile distinguere l'opposizione alla politica di Sharon (su cui concordano tanti ebrei) dall'antisraelismo, e questo dall'antisemitismo, ma  tendenza dell'opinione pubblica e dei mass media fare d'ogni erba un fascio. Inoltre pare che l'opinione pubblica occidentale riposi su due pensieri consolanti: l'antisemitismo  una questione araba, e per l'Europa riguarda una ristretta fascia di naziskin.
L'Europa non ha mai saputo distinguere bene tra antisemitismo religioso, popolare e "scientifico". L'antisemitismo religioso  stato certamente responsabile dell'antisemitismo popolare: dire che gli ebrei erano popolo deicida ha giustificato molti pogrom, anche perch era difficile, da parte di popoli europei, assimilare diasporati decisi a conservare le loro tradizioni. I seguaci di un culto del Libro, e quindi della lettura, in un universo di analfabeti, apparivano come pericolosi intellettuali che parlavano una lingua ignota. Ma per antisemitismo "scientifico" intendo quello che sostiene, con argomenti storico-antropologici, la superiorit della razza ariana su quella ebraica, e la dottrina politica del complotto ebraico per la conquista del mondo cristiano, di cui sono massima espressione i Protocolli dei Savi Anziani di Sion. E questo  un prodotto anche dell'intellighenzia laica europea.
Nel mondo arabo non esiste antisemitismo teologico, perch il Corano riconosce la tradizione dei grandi patriarchi della Bibbia, da Abramo sino a Ges. Nel periodo della loro espansione i musulmani sono stati abbastanza tolleranti nei confronti degli ebrei e dei cristiani: cittadini di seconda categoria, nella misura in cui pagassero le loro tasse potevano seguire la loro religione e sviluppare i loro commerci. Non essendo religioso, l'antisemitismo islamico  oggi di natura esclusivamente etnico-politica (le motivazioni religiose sono di appoggio, non di fondamento). Se i sionisti del XIX secolo avessero stabilito il nuovo Stato di Israele nello Utah, gli arabi non sarebbero antisemiti. Non vorrei essere frainteso: per ragioni storiche e religiose gli ebrei avevano tutti i diritti di puntare sulla Palestina, la loro penetrazione  stata nel corso di un secolo pacifica, hanno pieno titolo di restare laggi perch se lo sono conquistato con il loro lavoro. Per l'antisemitismo arabo  territoriale, non teologico.
Pi grave  invece la responsabilit europea. L'antisemitismo popolare sostenuto dall'antisemitismo religioso ha prodotto massacri, ma locali e non programmati. Il vero antisemitismo "scientifico" nasce nel tardo Settecento e nell'Ottocento e non in Germania ma in Italia, per qualche verso, e nella Francia legittimista.  in Francia che si fanno strada le teorie del razzismo, ovvero delle radici etniche delle civilt, ed  tra Francia e Italia che si elabora la teoria del complotto giudaico, responsabile prima degli orrori della Rivoluzione francese e poi di una trama intesa a sottomettere la civilt cristiana. La storia ha provato che i Protocolli sono stati un prodotto di gesuiti legittimisti e di servizi segreti franco-russi, e solo pi tardi sono stati assunti come opera indiscutibile sia dai reazionari zaristi che dai nazisti. Anche su Internet la maggior parte dei siti antisemiti arabi si fonda su questo antisemitismo "scientifico" europeo.
L'onorevole Fini sta facendo del suo meglio per scollare la storia remota della sua parte politica dall'antisemitismo, e di questo gli va dato atto. Ma se andate in qualsiasi libreria specializzata trovate insieme ai libri di occultismo sul Graal, i discorsi di Mussolini e i Protocolli. Curiosa mistura di cui si serviva un ideologo della destra nostrana, sempre presente in queste librerie, come Evola.
Naturalmente esistono anche organizzazioni terroristiche che, indipendentemente da Fassino o D'Alema, si proclamano "comuniste". Ma la sinistra italiana si  guadagnata sul campo, con i propri morti, il diritto di distinguersi da queste frange estremistiche, sostenendo lo Stato contro la deriva terroristica. Chi fa d'ogni erba un fascio  Berlusconi che - se pur politicamente efficace - per non costituisce autorit culturale. La destra dell'onorevole Fini ha fatto altrettanto?  disposta a dire che Evola, quando non era un matto abbastanza simpatico, scientificamente eccepibile ma narrativamente piacevole, era un forsennato antisemita e non ha rinunciato a esserlo neppure dopo la guerra? Chi si deve occupare, nella scuola, e nell'educazione permanente degli adulti, di smantellare le follie dell'antisemitismo "scientifico" di cui era complice, nei numeri deliranti della Difesa della razza, l'onorevole Almirante?
 dovere e necessit difenderci dal terrorismo arabo. Ma combattendo almeno, sul piano di un'educazione continua, i nemici che abbiamo in casa, e che dell'antisemitismo arabo sono gli ispiratori.
2003
Chi ha detto di velarsi?
Sul velo  stato detto tutto e tutto il contrario. La posizione espressa da Prodi mi pare molto sensata: se per velo s'intende quella specie di foulard che lascia scoperto il volto, lo porti chi vuole (oltretutto, se non suona irriverente un giudizio estetico spassionato, ingentilisce il viso e sembrano tutte madonne di Antonello da Messina). Diverso  il caso di ogni altra forma di velatura che impedisca l'identificazione, perch la legge non lo permette. Naturalmente questa proibizione potrebbe dare adito ad altre discussioni, perch si dovrebbero proibire anche le maschere di carnevale (e se vi ricordate Arancia meccanica, con una maschera divertente si possono compiere crimini atroci). Ma diciamo pure che questi sono problemi marginali.
Se si ha segno in tutti quei casi in cui qualcosa sta al posto di qualcos'altro sotto qualche rispetto o capacit, il velo musulmano  un fenomeno semiotico, come lo sono le uniformi, la cui funzione primaria non  quella di proteggere il corpo dalle intemperie, e i copricapi (anch'essi spesso graziosissimi) delle suore. Per questo il velo suscita tante discussioni, mentre non abbiamo mai discusso i fazzolettoni che mettevano in testa le nostre contadine di un tempo, che non avevano alcun valore simbolico.
Il velo viene criticato perch sarebbe indossato per asserire un'identit. Ma non  proibito ostentare un'identit o appartenenza; e lo si fa portando il distintivo di un partito, un saio da cappuccino o una tunica arancione e la testa rasata. Una domanda interessante  caso mai se le ragazze musulmane lo devono portare perch lo impone il Corano. Ora  appena apparso Islam (Electa, 2006), di Gabriele Mandel Khn, vicario generale per l'Italia della confraternita sufi Jerrahi Halveti che a me pare un'ottima introduzione a storia, teologia, usi e costumi del mondo musulmano. Qui si specifica che il velo che copre il volto e i capelli  un'usanza preislamica, talora dovuta a ragioni climatiche, ma non  prescritto dalla Sura 24 del Corano, sempre citata in questi casi, che invece invita solo a coprire il seno.
Temendo che la traduzione di Mandel fosse un poco, come dire, modernista-moderata, sono andato a cercare su Internet il Corano nella traduzione italiana di Hamza Piccardo, sotto il controllo dottrinale dell'Unione delle Comunit e Organizzazioni Islamiche in Italia, e l trovo l'intero passo: "E di' alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne." Per scrupolo sono andato infine a consultare il Corano nella classica traduzione di Alessandro Bausani, grande iranista (edito dalla BUR) e anche l trovo, con poche variazioni lessicografiche, la prescrizione "e si coprano i seni d'un velo".
Per uno come me che non sa l'arabo, tre testimonianze di provenienza cos diversa bastano. Il Corano invita semplicemente al pudore, e se fosse stato scritto oggi in Occidente inviterebbe anche a coprirsi l'ombelico, perch  ormai in Occidente che si pratica la danza del ventre per strada.
Chi  allora che invitava le donne a velarsi? Mandel prova una certa soddisfazione a rivelare che era san Paolo (prima lettera ai Corinzi), ma Paolo limitava questo dovere alle donne che predicano e profetizzano. Per ecco, sempre molto prima del Corano, Tertulliano (che era s un montanista eterodosso ma pur sempre un cristiano) nel suo scritto Sugli ornamenti delle donne: "Dovete piacere soltanto ai vostri mariti. E tanto pi piacerete loro, quanto meno vi preoccuperete di piacere agli altri. Non preoccupatevi, o benedette, nessuna donna  brutta per suo marito... Ogni marito esige il tributo della castit, ma non desidera la bellezza, se  cristiano... Non vi dico questo per suggerirvi un aspetto esteriore totalmente rozzo e selvatico, n vi voglio persuadere che sia bene esser sciatte e sudice, ma (vi consiglio) la misura e il giusto limite nel curare il corpo... Infatti peccano contro di Lui quelle donne che si tormentano la pelle con belletti drogati, macchiano le loro gote di rosso e si allungano gli occhi con la fuliggine... Dio vi comanda di velarvi, affinch, penso io, le teste di talune di voi non siano viste." Ed ecco perch in tutta la storia della pittura sia la Madonna che le pie donne appaiono velate, come tante graziose musulmane.
2006
Ebrei, massoni e radical chic
Mentre scrivo non si  ancora sopita la discussione giornalistica sul caso di don Gelmini, e vorrei subito dire che non sono granch interessato a sapere se le accuse che gli rivolgono sono giuste o sbagliate, perch errare  umano, sia che abbia sbagliato un prete sia che abbia sbagliato un magistrato, e per il resto si tratta di faccende personali. D'altra parte ammetto che gli accusatori non solo sono carcerati o pregiudicati, ma vengono da storie di droga e, se sotto l'imperio della droga si pu immaginare di essere assaliti da un mostro con gli occhi d'insetto, si pu anche immaginare di essere baciati da un ecclesiastico ottantenne, perch all'orrore (come sapeva Lovecraft) non c' mai fine.
Tuttavia l'aspetto pi interessante della faccenda  quello (che invece  stato liquidato in due giorni) dell'affermazione che le accuse venivano da una cricca ebraica e radical chic. Poi don Gelmini, di fronte alla reazione ebraica, si  corretto, ha detto che pensava ai massoni, i massoni sono come l'Opus Dei o i gesuiti, meno si fa chiasso intorno a loro e meglio , e quindi non hanno dato gran seguito alla cosa, anche perch nessuno ha mai ammazzato sei milioni di massoni (hanno solo fucilato qualche carbonaro in tempi risorgimentali) e quindi i massoni su queste cose sono meno permalosi degli ebrei.
Sono apparsi subito alcuni articoli (ricordo quelli di Serra e di Battista) che notavano come la citazione di don Gelmini rivelasse echi (consci o inconsci) di antiche polemiche clericali, e che questo costituiva l'aspetto pi triste della faccenda. Infatti  pi che noto che l'idea del complotto giudaico-massonico, prima di andare a nutrire i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, era nata in ambiente gesuitico e aveva percorso tutta la polemica anti Rivoluzione francese, prima, e anti Risorgimento, dopo.
Ma siccome al complotto giudaico-massonico ci aveva ormai rinunciato da quel d lo stesso Vaticano, sembrava che questa immagine fosse rimasta sepolta in polverose biblioteche di seminari vescovili, lasciandone il copyright ad Adolf Hitler e a Bin Laden. E invece ecco che un sacerdote che vive oggi, e che ha presumibilmente studiato in seminario negli anni trenta (dopo la Conciliazione), dimostra di aver conservato nei recessi della propria anima ricordi se non altro verbali del mostro che aveva ossessionato i suoi maestri pi anziani.
Nel 1992 un povero cardinale, che non pensava affatto agli ebrei ma stava attaccando la mafia, l'aveva definita "sinagoga di Satana". Apriti cielo. Subito era sorta una polemica, a cui avevo partecipato anch'io con due Bustine. Chi giustificava l'uso di quella espressione ricordava come sinagoga nei dizionari significasse anche riunione, adunanza, conventicola, e che se ne parlava gi nell'Apocalisse. Il fatto  che non solo nell'Apocalisse il termine appare in contesto antigiudaico, ma che il suo uso corrente  stato dovuto a un libro pubblicato nel 1893 da monsignor Meurin, La Sinagoga di Satana, dove si dimostrava che la massoneria, setta di adoratori di Lucifero, era pervasa di cultura ebraica (come del resto, e qui Meurin era molto generoso, gli scritti di Ermete Trismegisto, gli gnostici, gli adoratori del serpente, i manichei, i Templari e i cavalieri di Malta) e che attraverso di essa gli ebrei miravano alla conquista del mondo.
Ora, dopo il libro assatanato di Meurin (che all'epoca aveva avuto molto successo) non si pu pi impunemente usare l'espressione "sinagoga di Satana" cos come non si pu pi agitare una bandiera con la svastica affermando che si tratta soltanto di un venerabile e innocente simbolo astrale di origini preistoriche.
Annotavo qualche Bustina fa che stanno apparendo da un lato accanite polemiche anticlericali e antireligiose e dall'altro riprese della polemica clericale e sanfedista contro il mondo moderno e (da noi) contro i miti risorgimentali e l'ideologia dello Stato unitario. Altro che passo di gambero... Per forse mi sbagliavo, non si tratta di un paradossale ritorno a polemiche ormai morte, bens di un naturalissimo ritorno del rimosso, di qualcosa che era sempre rimasto l e non se ne parlava pi solo per buona educazione. Ma chi  stato educato a temere il complotto giudaico non lo dimentica mai, anche se solo per via di frasi fatte - e anche se una patina di aggiornamento culturale permette di aggiungere espressioni come "radical chic". Insomma, pare che ci sia chi non ha mai smesso di leggere (sia pure di notte) i romanzi di padre Bresciani.
In questa vicenda l'unico aspetto che mi ha stupito  che, nel suo confusivo citazionismo, don Gelmini abbia tirato in ballo anche i massoni. Bel senso della riconoscenza, visto che (mi attengo a quanto ha detto lui) generosissimi finanziamenti ha ricevuto da Silvio Berlusconi, ex membro della P2, tessera 1816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625.
2007
Le contraddizioni dell'antisemita
Daniel Barenboim ha chiesto a un gran numero di intellettuali di tutto il mondo di firmare un appello sulla tragedia che si sta consumando in Palestina. L'appello a prima vista  quasi ovvio, e chiede in fondo che si solleciti con tutti i mezzi possibili una mediazione energica. Ma  significativo che parta da un grande artista israeliano: segno che anche le menti pi lucide e pensose di Israele chiedono che si rinunci a chiedersi da che parte stanno la ragione o il torto, e si dia vita alla convivenza di due popoli. Se  cos, si potrebbero capire manifestazioni di protesta politica contro il governo israeliano, se non fosse che esse vanno di solito sotto il segno dell'antisemitismo. Se non sono i partecipanti stessi a fare professione esplicita di antisemitismo sono ormai i giornali su cui leggo, come se fosse la cosa pi ovvia del mondo, "manifestazione antisemita ad Amsterdam" e cose del genere. La cosa sembra ormai cos normale che pare anormale trovarla anormale. Per domandiamoci se definiremmo antiariana una manifestazione politica contro il governo Merkel, o antilatina una manifestazione contro il governo Berlusconi.
Non sar nello spazio di una Bustina che si potr trattare il millenario problema dell'antisemitismo, delle sue risorgenze per cos dire stagionali, delle sue varie radici. Un atteggiamento che sopravvive per duemila anni ha qualcosa della fede religiosa, del credo fondamentalista, lo si potrebbe definire una delle tante forme di fanatismo che hanno ammorbato il nostro pianeta nel corso dei secoli. Se tanti credono nell'esistenza del diavolo che complotta per indurci a dannazione, perch non si dovrebbe credere al complotto ebraico per la conquista del mondo?
Ma mi piacerebbe fare un rilievo sul fatto che l'antisemitismo, come tutti gli atteggiamenti irrazionali e ciecamente fideistici, vive di contraddizioni, non le avverte, ma anzi se ne nutre senza imbarazzo. Per esempio nei classici dell'antisemitismo ottocentesco circolavano due luoghi comuni, entrambi usati a seconda dei casi: uno che l'ebreo, per il fatto di vivere in luoghi stretti e oscuri, era pi sensibile dei cristiani a infezioni e malattie (e dunque pericoloso), l'altro che per misteriose ragioni si dimostrava pi resistente a pestilenze e altre epidemie, oltre a essere sensualissimo e spaventosamente fecondo, e quindi era pericoloso come invasore del mondo cristiano.
C'era un altro luogo comune che veniva ampiamente trattato sia da destra che da sinistra, e prendo a modelli sia un classico dell'antisemitismo socialista (Toussenel, Les Juifs rois de l'poque del 1847) che un classico dell'antisemitismo cattolico legittimista (Gougenot des Mousseaux, Le Juif, le judasme et la judasation des peuples chrtiens del 1869). In entrambi si nota che gli ebrei non si sono mai dati all'agricoltura, rimanendo quindi avulsi dalla vita produttiva dello Stato in cui soggiornavano; in compenso si erano completamente dedicati alla finanza e cio al possesso dell'oro perch, essendo nomadi per natura, e pronti ad abbandonare lo Stato che li ospitava, trascinati dalle loro speranze messianiche, potevano facilmente trasportare con s ogni loro ricchezza. Ma altri testi antisemiti dell'epoca, sino ai famigerati Protocolli, li accusavano di attentare alla propriet fondiaria per impadronirsi dei campi.
Abbiamo detto che l'antisemitismo non teme le contraddizioni. Ma sta di fatto che una caratteristica saliente degli ebrei israeliani  che hanno coltivato le loro terre di Palestina con metodi modernissimi costruendo fattorie modello e che se si battono  proprio per difendere un territorio su cui vivono stanzialmente. Ed  proprio questo che se non altro l'antisemitismo arabo rimprovera loro, tanto  vero che si pone come progetto principale quello di distruggere lo Stato di Israele.
Insomma per l'antisemita se l'ebreo sta di passaggio a casa sua gli d noia, se sta fermo a casa propria gli d noia lo stesso. So benissimo naturalmente quale  l'obiezione: quel posto dove sta Israele era territorio palestinese. Ma non  stato conquistato con la violenza e la decimazione degli autoctoni, come l'America del Nord, o addirittura con la distruzione di alcuni Stati retti da un loro legittimo monarca, come l'America del Sud, bens nel corso di lente migrazioni e installazioni a cui nessuno si era opposto.
In ogni caso, se d noia l'ebreo che, ogni volta che critichi la politica di Israele, ti accusa di antisemitismo, una sensazione ben pi inquietante fanno coloro che traducono immediatamente ogni critica alla politica israeliana in termini di antisemitismo.
2009
Maledetti rumeni
Il Viminale ha cercato di emettere alcuni comunicati imbarazzati secondo cui, a proposito dei casi di stupro, nel 60,9 per cento i responsabili sono cittadini italiani (e peraltro i sociologi sapevano gi che la stragrande maggioranza degli stupri avviene in famiglia, e bene hanno fatto Berlusconi, Casini, Fini e altri a divorziare, per evitare situazioni cos drammatiche). Per il resto, visto che sono di moda i rumeni, pare che essi siano responsabili solo per il 7,8 per cento mentre un buon 6,3 per cento se lo aggiudicano i marocchini (che peraltro, come ci hanno insegnato Moravia e Sophia Loren, la loro parte l'avevano gi fatta pi di sessant'anni fa).
Non ce la vengano a raccontare. E allora le ronde? Le facciamo contro i bergamaschi? Sar opportuno ricordare la nefasta partecipazione dei rumeni, subito dopo la guerra, alla strage di Villarbasse, ma per fortuna allora esisteva ancora la pena di morte e giustamente sono stati fucilati La Barberu, Johann Puleu, Johan L'Igntolui, e Franzisku Sapuritulu. Rumena era certo Leonarda Cianciullui, la saponificatrice e, come dice il nome chiaramente straniero, rumena doveva essere Rina Fort, l'autrice della strage di via San Gregorio nel 1946. Per non dire dell'origine rumena della contessa Bellentani (che da nubile faceva Eminescu) che nel 1948 sparava sull'amante a Villa d'Este.
Rumena non era Maria Martirano ma certamente lo era il sicario Raoul Ghianu che, su mandato di Giovanni Fenarolu, l'ha uccisa nel 1958 (tutti ricorderanno il delitto di via Monaci) e rumeno era il maestro Arnaldu Graziosul che nel 1945 aveva ucciso, si dice, la moglie a Fiuggi. Rumeno era il Petru Cavalleru che con la sua gang aveva compiuto un'audace e sanguinosa rapina a Milano, e rumeni erano i membri della sciagurata banda di via Osoppo. Bench mai scoperti, rumeni erano gli attentatori della Banca dell'Agricoltura (certamente rumeni erano Fredu e Venturu) e gli autori della strage alla stazione di Bologna. Rumeni erano stati i sospetti di corruzione di giudici come il Previtului e il Berluschescu, rumeno il ragazzo Masu che nel 1991 aveva ammazzato i genitori e i due ragazzi Erika (tipico nome extracomunitario) e Omar (rumeno e musulmano per giunta!) che avevano ucciso madre e fratello di lei a Novi Ligure.
Rumena era senza ombra di dubbio la signora Franzonescu di Cogne, i due coniugi di Erba Olindu e Roza, rumeni erano sia Sindoara e Calvuli che i loro uccisori, rumeni i banchieri che recentemente hanno portato al fallimento tanti risparmiatori, rumeni i Bambini di Satana, rumeni i miserabili che gettavano pietre dai ponti dell'autostrada, rumeni i sacerdoti pedofili, rumeno l'assassino del commissario Calabresi, rumeni i rapitori e uccisori di Moro, Casalegno, Bachelet, Tobagi, Biagi e altri, rumeni gli assassini di Pecorelli e la banda dell'Uno Bianca, e per concludere rumeni gli assassini di Mattei, del bandito Giuliano, di Pisciotta, di Mauro De Mauro, dei fratelli Rosselli e di Matteotti.
Rumeni erano Giulianu e gli autori della strage di Portella delle Ginestre, i colpevoli del caso Wilma Montesi (ricordate il cupo Piccionului?), gli sparatori dei morti di Reggio Emilia, i golpisti del Piano Solo; rumeni erano i compagni di merende del mostro di Scandicci, gli autori degli attentati a Falcone e a Borsellino e del massacro di piazza della Loggia a Brescia, della strage dell'Italicus e di quella di Ustica, dell'omicidio Pasolini (forse anche rom); rumeni i gambizzatori di Montanelli, i commandos di via Fani e gli assassini di Coco, Occorsio, Alessandrini, Guido Rossa, Peppino Impastato, Pippo Fava, Piersanti Mattarella, Giorgio Ambrosoli, Ezio Tarantelli, Salvo Lima, don Pino Puglisi, Ilaria Alpi, Massimo d'Antona, Carlo Giuliani; rumeni erano ovviamente l'attentatore del papa (agente dell'associazione Lupu Grigiu) e i massacratori di Dalla Chiesa e signora, rumeno il rapitore di Emanuela Orlandi. Rumeni infine tutti gli appartenenti al clan di Timisoara, Badalamentu, Provenzanul, Liggiu, Bontadeu, Rijnara, rumeni gli strangolatori nazifascisti Tutu e Concutellului, evidentemente aderenti alle Guardie di Ferro di Codreanu.
Questi rumeni hanno distrutto l'immagine di un paese di persone oneste, timorate di Dio, aliene dalla violenza, rispettose delle differenze etniche, religiose e politiche. Meno male che finalmente ci siamo accorti che i colpevoli erano loro. Ora con una buona organizzazione di ronde leghiste potremo finalmente ripristinare legge e ordine in questo nostro sfortunato paese.
2009
Che vergogna, non abbiamo nemici!
Mi  gi capitato di raccontare su questa Bustina le mie avventure coi tassisti. Queste avventure sono pi interessanti a New York che in qualsiasi altro posto, e per tre motivi. Anzitutto ci sono tassisti di ogni origine, lingua e colore; una targhetta ne riporta il nome, e diventa ogni volta divertente capire se l'autista sia turco, malese, greco, ebreo russo ecc. Molti di loro sono permanentemente collegati alla loro radio, un'emittente che parla nella loro lingua e trasmette le loro canzoni, e talora andare dal Village a Central Park  come fare un viaggio a Katmandu.
In secondo luogo a New York non si fa il tassista a vita, ma come mestiere provvisorio; questo fa s che si possa trovare al volante lo studente, il bancario disoccupato, l'immigrato di fresca data. In terzo luogo i tassisti si succedono a gruppi: in un periodo sono in maggioranza greci, poi tutti pakistani, poi tutti portoricani ecc. Questo permette di fare osservazioni sulle onde migratorie, e sul successo delle varie etnie: quando un certo gruppo scompare dai tass significa che sta facendo fortuna, si sono dati la voce, e stanno entrando tutti nel giro delle tabaccherie, o dei negozi di verdura, passano in un'altra zona della citt, salgono di un gradino sociale.
Quindi, a parte le differenze psicologiche individuali (c' l'isterico, il cordialone, l'impegnato politico, l'antiqualcosa ecc.), il tass  un ottimo osservatorio sociologico.
La settimana scorsa sono capitato con un tizio di colore, con un nome di difficile decifrazione, e mi ha chiarito che era pakistano. A quel punto lui mi ha chiesto da dove venivo (a New York uno viene sempre da altrove), gli ho detto che ero italiano, e quello ha preso a interrogarmi. Sembrava molto interessato all'Italia, ma ho poi capito che lo era perch non ne sapeva nulla, non sapeva dove esattamente fosse, n che lingua vi si parlasse (di solito, quando al tassista si dice che in Italia si parla italiano, appare sempre stupito, perch ormai ritiene che dappertutto si parli inglese).
Gli ho dato la rapida descrizione di una penisola con le montagne in mezzo e tante coste intorno, con molte belle citt. Mi ha chiesto quanti siamo, ed  stato colpito che siamo cos pochi. Poi mi ha chiesto se siamo tutti bianchi o di razza mista, e ho cercato di dargli un'idea di un paese originariamente tutto bianco, ma che ora ha alcuni neri, in ogni caso meno che l'America. Naturalmente voleva sapere quanti pakistani ci sono ed  rimasto male nell'apprendere che forse ce n' qualcuno, ma meno dei filippini o degli africani e deve essersi chiesto perch questo paese viene evitato dalla sua gente.
Ho fatto la gaffe di dirgli che ci sono anche pochi indiani, e mi ha guardato con astio: avevo fatto male a mettere insieme due popoli cos diversi, e a nominargli gente cos sgradevolmente inferiore.
Infine mi ha chiesto quali sono i nostri nemici. Al mio "prego?" ha chiarito pazientemente che voleva sapere con quali popoli fossimo attualmente in guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, continue violazioni di confine, e cos via. Gli ho detto che non siamo in guerra con nessuno. Pazientemente mi ha spiegato che voleva sapere quali sono i nostri avversari storici, quelli che loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro. Gli ho ripetuto che di nemici non ne abbiamo, che l'ultima guerra l'abbiamo fatta cinquanta e passa anni fa, e tra l'altro senza sapere esattamente chi fossero i nemici e chi fossero gli alleati. Non era soddisfatto: esprimeva chiaramente la sua persuasione che io mentissi. Com' possibile che ci sia un popolo che non ha nemici?
La cosa  finita l, sono sceso lasciandogli due dollari di mancia per compensarlo del nostro indolente pacifismo, poi mi  successo quel fenomeno che i francesi chiamano esprit d'escalier, per cui appena scendi le scale dopo aver parlato con qualcuno ti viene in mente di colpo la risposta giusta che avresti dovuto dargli, la battuta che non ti era venuta in mente all'istante.
Avrei dovuto dirgli che non  vero che gli italiani non hanno nemici. Non hanno nemici esterni, e in ogni caso non sono mai in grado di mettersi d'accordo per stabilire quali siano, perch sono continuamente in guerra, ma all'interno. Gli italiani si fanno la guerra tra di loro, una volta citt contro citt, eretici contro ortodossi, poi classe contro classe, partito contro partito, corrente di partito contro corrente dello stesso partito, poi regione contro regione, e infine governo e magistratura, magistratura e potere economico, televisione pubblica contro televisione privata, alleati di coalizione contro alleati della stessa coalizione, dipartimento contro dipartimento, giornale contro giornale.
Non so se avrebbe capito, ma almeno non avrei fatto la brutta figura di appartenere a un paese senza nemici.
2009
Boicottiamo i latinisti israeliani?
Nel gennaio 2003 in una Bustina mi rammaricavo che la rivista inglese The Translator, diretta da Mona Baker, stimata curatrice di una Encyclopedia of Translation Studies, avesse deciso (per protestare contro la politica di Sharon) di boicottare le istituzioni universitarie israeliane, e pertanto aveva chiesto a due studiosi israeliani, che facevano parte del comitato direttivo della rivista, di dare le dimissioni. Per inciso i due studiosi erano notoriamente in polemica con la politica del loro governo, ma la cosa a Mona Baker non faceva n caldo n freddo.
Osservavo che occorre distinguere tra la politica di un governo (o addirittura tra la Costituzione di uno Stato) e i fermenti culturali che agitano un certo paese. Implicitamente rilevavo che considerare tutti i cittadini di un paese responsabili della politica del loro governo era una forma di razzismo. Tra chi si comporta cos e chi afferma che, siccome alcuni palestinesi commettono attentati terroristici, bisogna bombardare tutti i palestinesi, non c' alcuna differenza.
Ora  stato presentato a Torino un manifesto della Italian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel in cui, sempre per censurare la politica del governo israeliano, si sostiene che "le universit, gli accademici e gli intellettuali israeliani, nella quasi totalit, hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi e sono complici delle loro politiche. Le universit israeliane sono anche i luoghi dove si realizzano alcuni dei pi importanti progetti di ricerca, a fini militari, su nuove armi basate sulle nanotecnologie e su sistemi tecnologici e psicologici di controllo e oppressione della popolazione civile."
Pertanto si chiede di astenersi dalla partecipazione in ogni forma di cooperazione accademica e culturale, di collaborazione o di progetti congiunti con le istituzioni israeliane; di sostenere un boicottaggio globale delle istituzioni israeliane a livello nazionale e internazionale, inclusa la sospensione di tutte le forme di finanziamento e di sussidi a queste istituzioni.
Non condivido affatto la politica del governo israeliano e ho visto con molto interesse il manifesto di moltissimi ebrei europei contro l'espansione degli insediamenti israeliani (manifesto che, con le polemiche che ha suscitato, mostra come ci sia un'accesa dialettica su questi problemi nel mondo ebraico, dentro e fuori Israele). Ma trovo mendace l'affermazione per cui "gli accademici e gli intellettuali israeliani, nella quasi totalit, hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi", perch tutti sappiamo di quanti intellettuali israeliani abbiano polemizzato e polemizzino su questi temi.
Dobbiamo astenerci dall'ospitare in un congresso di filosofia ogni filosofo cinese per il fatto che il governo di Pechino censura Google?
Posso capire che (per uscire dall'imbarazzante argomento israeliano) se si apprende che i dipartimenti di fisica dell'universit di Teheran o di Pyongyang collaborano attivamente alla costruzione della bomba atomica di quei paesi, i dipartimenti di fisica di Roma o di Oxford preferiscano interrompere ogni rapporto istituzionale con quei luoghi di ricerca. Ma non capisco perch debbano interrompersi i rapporti coi dipartimenti di storia dell'arte coreana o di letteratura persiana antica.
Vedo che ha partecipato al lancio del nuovo appello al boicottaggio il mio amico Gianni Vattimo. Ora facciamo (per assurdo!) l'ipotesi che in alcuni paesi stranieri si diffonda la voce che il governo Berlusconi attenta al sacro principio democratico della divisione dei poteri delegittimando la magistratura, e si avvale del sostegno di un partito decisamente razzista e xenofobo. Piacerebbe a Vattimo che, in polemica con questo governo, le universit americane non lo invitassero pi come visiting professor, e speciali comitati per la difesa del diritto provvedessero a eliminare tutte le sue pubblicazioni dalle biblioteche statunitensi? Io credo che griderebbe all'ingiustizia e affermerebbe che fare cos  come giudicare tutti gli ebrei responsabili di deicidio solo perch il Sinedrio quel venerd santo era di malumore.
Non  vero che tutti i rumeni sono stupratori, tutti i preti pedofili e tutti gli studiosi di Heidegger nazisti. E quindi qualsiasi posizione politica, qualsiasi polemica nei confronti di un governo, non deve coinvolgere un intero popolo e un'intera cultura. E questo vale in particolare per la repubblica del sapere, dove la solidariet tra studiosi, artisti e scrittori di tutto il mondo  sempre stata un modo per difendere, al di l di ogni frontiera, i diritti umani.
2010
Congiuntivi e pestaggi
Quindici giorni fa ho protestato contro un invito al boicottaggio delle istituzioni accademiche e degli intellettuali israeliani, firmato anche dal mio amico Gianni Vattimo. Io non mettevo in questione il dissenso che si pu manifestare nei confronti della politica del governo israeliano, ma dicevo che non si pu sostenere, come faceva l'appello, che "gli accademici e gli intellettuali israeliani, nella quasi totalit, hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi". Tutti sappiamo quanti intellettuali israeliani polemizzino su questi temi.
Ora ricevo una cortese lettera di Vattimo e al tempo stesso altri messaggi di lettori che condividono le sue idee. Vattimo scrive: "Mi sento come uno a cui venga rimproverato l'uso improprio di un congiuntivo - capisco quanto le parole e la sintassi siano importanti per te semiotico - in una discussione sul pestaggio della Diaz... La domanda essenziale era: quanti intellettuali italiani del tuo calibro o, scusa, poco meno hanno preso pubblicamente posizione sul massacro di Gaza? E adesso quanti protestano per Chomsky fermato alla frontiera?"
Ma io a Vattimo non rimproveravo, a proposito del pestaggio alla Diaz, di usare male i congiuntivi, bens di voler pestare per ritorsione tutti i poliziotti italiani. Idea che, immagino, dovrebbe essere respinta da ogni persona di buon senso. Se per gli errori di qualcuno si condanna un'intera categoria, o addirittura un popolo, forse non si far dell'antisemitismo ma certamente si fa del razzismo. La domanda essenziale di cui egli parla non era perch non si parla di Gaza (faccenda atroce) o dell'esecrabile proibizione di transito a Chomsky (che tra l'altro si era pronunciato contro il boicottaggio). La domanda essenziale riguardava il boicottaggio.
Tutte le lettere che ho ricevuto si sforzano di elencarmi tutti gli argomenti contro la politica del governo israeliano, dimenticando che io stesso ho detto di non condividerla. Ma il mio articolo chiedeva se, sulla base di un rifiuto della politica di un governo, si possono mettere al bando della comunit intellettuale internazionale tutti gli studiosi, gli scienziati, gli scrittori del paese dove quel governo governa.
Pare che i miei obiettori non vedano alcuna differenza tra i due problemi. Per esempio Vattimo, per sottolineare che nell'idea del boicottaggio c' dell'antisionismo ma non dell'antisemitismo, mi scrive: "Sarebbero antisemiti i tanti ebrei antisionisti che sentono la loro religiosit ebraica minacciata proprio da questa politica di potenza?" Ma  proprio questo il punto. Se si ammette, e sarebbe difficile non farlo, che ci sono tanti ebrei (anche in Israele, si badi) che rifiutano la politica di potenza del loro governo, perch allora bandire un boicottaggio globale che coinvolge anche loro?
Sono di questi giorni due brutte notizie. Una  che nelle scuole degli estremisti religiosi israeliani sono state vietate le tragedie di Sofocle, Anna Karenina, le opere di Bashevis Singer e l'ultimo romanzo di Amos Oz. Qui non c'entra il governo, c'entrano i talebani locali, e sappiamo che ci sono dei talebani dappertutto (c'erano persino dei talebani cattolici che mettevano Machiavelli all'indice). Ma allora (seconda brutta notizia) perch i boicottatori torinesi si sono comportati da talebani quando hanno protestato perch si voleva dare il premio del Salone del Libro (come poi  stato dato) a Oz? Insomma, Amos Oz non lo vogliono a Mea Shearim (il quartiere dei fondamentalisti di Gerusalemme) e non lo vogliono a Torino (citt sacra alla Sindone). Dove deve andare questo ebreo errante?
Vattimo insiste nel dire che essere antisionista non  essere antisemita. Ci credo. So benissimo che quando due anni fa ha affermato che ormai era l l per credere ai Protocolli dei Savi di Sion aveva solo voluto fare una di quelle battute provocatorie in cui eccelle - perch nessuna persona sensata e di buoni studi pu leggere i Protocolli e ritenere che quell'insieme di autodenunce che si contraddicono tra loro sia opera autentica (e che i Savi Anziani di Sion fossero cos coglioni). Ma Vattimo si sar accorto che su Internet, accanto ai siti dove si condanna la sua uscita, ve ne sono moltissimi che invece ci gongolano. Ogni battuta estremistica rischia sempre di stimolare il consenso dei dissennati.
Ma Vattimo (e come lo capisco) alle battute non sa rinunciare, e conclude: "Ahmadinejad come minaccia di distruzione di Israele? Ma qualcuno ci crede davvero?" Beh, sar un sentimentale, ma a me un tizio che vuole fare sparire una nazione dalla faccia del mondo un poco di paura la fa. Per le stesse ragioni per cui mi preoccupo per l'avvenire dei palestinesi.
2010
Taci, sporco intellettuale
Questa mia Bustina esce solo ogni quindici giorni, cos che, se qualcosa mi sta a cuore, devo attendere due settimane per parlarne. Ma non  mai troppo tardi. Dunque, a inizio marzo, sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia (che non  un pericoloso comunista) aveva scritto alcune cose che suonavano critiche nei confronti del PDL, ed ecco che Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini, che di quel partito sono coordinatori, il 4 marzo scrivevano una lettera allo stesso quotidiano per esporre il loro dissenso. Non entro nel merito della questione, libero un opinionista di criticare un partito politico e liberi alcuni uomini politici di ribattere a quelle critiche. Quello che m'interessa  una scelta lessicografica, fatta dai tre rappresentanti del Partito della Libert.
Scrivevano essi: "Vi sono critiche..., che finiscono purtroppo per essere sterili in quanto non scaturiscono da un'onesta riflessione sulla realt, bens da un pensiero autoreferenziale, come direbbero gli intellettuali." Che le critiche di Galli della Loggia fossero tipiche di un "intellettuale" emergeva anche da brani successivi della lettera, dove si diceva che chi avanza critiche come quelle si comporta "come se i fatti non esistessero, in un ambiente praticamente sterile in compagnia unicamente dei suoi libri prediletti e delle sue personalissime elucubrazioni."
La faccenda curiosa  che, se per intellettuale s'intende qualcuno che agisce col pensiero piuttosto che con l'azione manuale, allora fanno lavoro intellettuale non solo i filosofi e i giornalisti, ma anche i banchieri, gli assicuratori e, certamente, gli uomini politici come Bondi (che tra l'altro scrive poesie), La Russa e Verdini i quali, a quanto mi risulta, non si guadagnano da vivere zappando la terra. Che se poi intellettuale  non solo chi lavora col pensiero, ma chi col pensiero svolge attivit critica (qualsiasi cosa critichi e comunque lo faccia) ancora una volta i firmatari della lettera dovrebbero ritenersi esempi di lavoro intellettuale.
Ma  che la parola "intellettuale" ha particolari connotazioni storiche. Bench qualcuno abbia scoperto che appare per la prima volta nel 1864 nel Chevalier des Touches di Barbey d'Aurevilly, nel 1879 in Maupassant e nel 1886 in Lon Bloy, essa viene usata sistematicamente nel corso del famigerato affare Dreyfus, almeno dal 1898 quando un gruppo di scrittori, artisti e scienziati come Proust, Anatole France, Sorel, Monet, Renard, Durkheim, per non dire di Zola che scriver poi il suo micidiale J'accuse, si dichiarano convinti che Dreyfus sia stato vittima di un complotto, in gran parte antisemita, e chiedono la revisione del suo processo. Costoro vengono definiti intellettuali da Clemenceau ma la definizione viene subito ripresa in senso denigratorio da rappresentanti del pensiero reazionario come Barrs e Brunetire per indicare delle persone che, invece di occuparsi di poesia, scienza o altre arcane specialit (insomma, dei fatti loro), ficcano il naso in questioni di cui non sono competenti, come i problemi di spionaggio internazionale e di giustizia militare (che va lasciata appunto ai militari).
L'intellettuale era dunque per gli antidreyfusardi qualcuno che viveva tra i suoi libri e le sue astrazioni fumose e non aveva contatti con la realt concreta (e quindi era meglio stesse zitto). Questa valutazione peggiorativa si desume dalle polemiche dell'epoca ma appare singolarmente analoga alle espressioni usate nella lettera di Bondi, La Russa, Verdini.
Ora non oso pensare che i tre firmatari della lettera, bench certamente intellettuali anche loro (cos da ostentare di conoscere il significato del termine "autoreferenziale"), lo siano a tal punto da aver contezza delle polemiche di centovent'anni fa. Semplicemente hanno nei loro geni memorie di antichi vezzi polemici, come quello appunto di ritenere (sporco) intellettuale chiunque la pensi (e dunque pensi) diversamente da te.
2010
Mariti di mogli ignote
L'Enciclopedia delle donne (www.enciclopediadelledonne.it) registra un gran numero di donne, da Caterina da Siena a Tina Pica, tra le quali moltissime ingiustamente dimenticate; e d'altra parte sin dal 1690 Gilles Mnage nella sua storia delle donne filosofe ci parlava di Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia l'epicurea, Temistoclea la pitagorica, di cui sappiamo pochissimo.  giusto che tante di costoro siano state sottratte ora all'oblio.
Quello che manca  un'enciclopedia delle mogli. Si dice che dietro a ogni grand'uomo ci sia una gran donna, a partire da Giustiniano e Teodora per arrivare, se volete, a Obama e Michelle ( curioso che non sia vero l'inverso, si vedano le due Elisabette d'Inghilterra); ma in generale delle mogli non si parla. Dall'antichit classica in avanti pi delle mogli contavano le amanti. Clara Schumann o Alma Mahler hanno fatto notizia per le loro vicende extra o postmatrimoniali. In fondo l'unica moglie che si cita sempre come tale  Santippe, e per parlarne male.
Mi  capitato tra le mani un testo di Pitigrilli, che infarciva le sue storie di citazioni erudite, sovente sbagliando i nomi (Yung invece di Jung, regolarmente) e pi spesso ancora gli aneddoti, che andava a pescare in chiss quali effemeridi. In questa pagina ricorda il monito di san Paolo, "melius nubere quam uri", sposatevi proprio se proprio non ce la fate pi (ecco un buon consiglio per i preti pedofili) ma osserva che la maggior parte dei grandi, come Platone, Lucrezio, Virgilio, Orazio e altri, erano scapoli. Ma non  vero, o almeno non del tutto.
Per Platone va bene, da Diogene Laerzio sappiamo che scriveva solo epigrammi per giovanotti molto carini, anche se tra le sue discepole aveva preso due donne, Lastenia e Assiotea, e se diceva che l'uomo virtuoso deve prender moglie. Si vede che pesava su di lui il matrimonio mal riuscito di Socrate. Per Aristotele prima aveva sposato Pizia, e poi dopo la morte di lei si era unito a Erpillide, non si capisce bene se come moglie o come concubina, ma vivendo con lei more uxorio, a tal punto da ricordarla affettuosamente nel suo testamento - a parte il fatto che da lei aveva avuto Nicomaco, quello che ha poi dato il nome a una delle Etiche.
Orazio non ha mai avuto n moglie n figli, ma sospetto, dato quello che scriveva, che qualche scappatella se la concedesse, e Virgilio pare fosse cos timido da non osare dichiararsi, ma si sussurra che avesse avuto una relazione con la moglie di Vario Rufo. Per Ovidio si sposa tre volte. Di Lucrezio le fonti antiche non ci dicono quasi nulla; un accenno di san Gerolamo lascia pensare che avesse commesso suicidio perch un filtro d'amore lo aveva condotto alla follia (ma il santo aveva interesse a dichiarare pazzo un ateo pericoloso), e di l la tradizione medievale e umanistica han ricamato su una misteriosa Lucilia, moglie o amante che fosse, maga o donna innamorata che aveva chiesto il filtro a una maga; si diceva anche che Lucrezio il filtro se lo fosse propinato da solo, ma in ogni caso la Lucilia non ci fa una bella figura. A meno che non avesse ragione Pomponio Leto, secondo cui Lucrezio si sarebbe ucciso perch infelicemente innamorato di tale Asterisco (sic).
Andando avanti nei secoli, Dante ha continuato a fantasticare su Beatrice, ma si era sposato con Gemma Donati, anche se non ne parla mai. Tutti pensano che Cartesio fosse scapolo (essendo morto troppo presto e con una vita molto movimentata), ma in effetti aveva avuto una figlia, Francine (morta a soli cinque anni) da una domestica conosciuta in Olanda, Helena Jans van der Strom, che si era tenuta come compagna per alcuni anni, anche se riconoscendola solo come colf. Per, contrariamente ad alcune calunnie, aveva riconosciuto la figlia - e secondo altre fonti aveva avuto anche altre avventure.
Insomma, dando per celibatari gli ecclesiastici e i personaggi pi o meno dichiaratamente omosessuali come Cyrano de Bergerac (mi scuso di dare una notizia cos atroce ai fedeli di Rostand) o Wittgenstein, che un grande sia stato scapolo lo si sa di sicuro solo per Kant. Non si direbbe, ma persino Hegel era sposato, anzi, pare sia stato anche sciupafemmine, con un figlio naturale, e buona forchetta. Per non dire di Marx, legatissimo alla moglie Jenny von Westphalen.
Un problema rimane: quale  stata l'influenza di Gemma su Dante, di Helena su Cartesio, per non dire delle tantissime altre mogli di cui la storia tace? E se tutte le opere di Aristotele le avesse scritte in realt Erpillide? Non lo sapremo mai. La Storia, scritta dai mariti, ha condannato le mogli all'anonimato.
2010
Il ritorno dello zio Tom
Il lettore che, in una grigia mattina di questo maggio piovoso, trovasse, abbandonato in treno e mancante della copertina e delle prime pagine questo libro (romanzo?) di Furio Colombo, si chiederebbe perch l'autore si sia rimesso a fare Dickens, coi suoi ragazzini macilenti esposti a feroci punizioni corporali, perch voglia rievocare le vicissitudini del povero Remy di Senza famiglia nella tana del signor Garofoli, perch abbia scopiazzato le vicende dei "boveri negri" dell'ormai insopportabile Capanna dello zio Tom o, peggio ancora, si sia ridotto a presentare come attuali le storie del profondo Sud americano, in cui le "bovere negre, s badrone" venivano sbattute gi dai trasporti pubblici. Evvia, caro Colombo, viviamo in altri tempi - per fortuna!
Il nostro lettore proverebbe per un moto di sorpresa se poi ritrovasse il libro completo di copertina e prefazione, vedesse che  intitolato Contro la Lega (Laterza, per soli nove euro tanti orrori da far impallidire Stephen King) e non contiene storie inventate bens un puntiglioso resoconto di episodi di razzismo e persecuzione perpetrati in vari comuni amministrati dal noto partito. Sono episodi che Colombo in quanto deputato ha cercato spesso di denunciare in parlamento ricevendo una volta, dal deputato leghista Brigand, come motivata controargomentazione, "Faccia da culo!" (sic).
In questo malauguratamente non-romanzo si racconta "una storia italiana, dove carabinieri e vigili urbani distruggono con le ruspe i campi nomadi, tra le due e le tre del mattino, terrorizzando i bambini" e dove a scuola i bambini sinti, anche se cittadini italiani, sono assegnati a classi separate e - come i bambini stranieri - restano a digiuno all'ora della mensa scolastica. Il libro comincia con la storia della famiglia Karis: il padre, cittadino italiano da generazioni viveva a Chiari facendo il ferrivecchi, e un'improvvida amministrazione di centrosinistra gli aveva assegnato un prefabbricato di tre stanze; ma la successiva amministrazione padana nel 2004 (sindaco il senatore Mazzatorta) si era ripreso il terreno perch "era cambiato il piano regolatore", la casa dei Karis veniva abbattuta, il comune cancellava la residenza, i bambini non potevano pi andare a scuola e l'intera famiglia si riduceva a vivere in una roulotte; cos che di fronte a questo inaccettabile caso di nomadismo i vigili urbani battevano nottetempo con mazze di ferro sul veicolo se il padre si era fermato per riposo o per fare pip.
Ma il libro parla di ogni genere di extracomunitari. A Termoli i vigili urbani acciuffano un ambulante del Bangladesh, lo picchiano e lo rinchiudono nel portabagagli dell'auto di servizio. A Parma vigili urbani in borghese prendono Emanuel Bonsu, giovane nero che stava recandosi alla scuola serale, lo riempiono di botte e solo pi tardi si accorgono che non spacciava affatto droga come avevano sospettato. Su un autobus di Varese un quattordicenne ordina a una coetanea con il velo di lasciargli il posto sull'autobus, la ragazza resiste, e lui e i suoi compagni la prendono a calci e a pugni. A Bergamo su un autobus una passeggera grida che le hanno rubato il cellulare, il controllore decide che il ladro non pu essere che un ragazzo di colore, l'autobus viene fermato, il ragazzo spogliato nudo, il cellulare non viene fuori (evidentemente il ladro era un altro), ma gli trovano indosso settanta euro e il controllore sequestra la somma e la signora, grata, l'incassa come risarcimento.
Siamo appena a pagina 11 di questo non-romanzo e i capitoli seguenti spaziano delle sevizie subite in Libia da disperati che militari italiani hanno fermato in mare e restituito agli aguzzini di Gheddafi, alle accuse di "nasone" a Gad Lerner, in un crescendo di piacevoli e romanzesche atrocit.
 curioso che gli italiani si stiano scandalizzando per quattro diamanti e due o tre diplomi a pagamento (caso mai laurearsi in Albania non  forse indice di scarso razzismo?) mentre da anni accettano che avvengano tutte queste cose, che il libro asciuttamente racconta.
2012
Proust e i boches
Brutti tempi per chi crede nell'Unione Europea: da Cameron che chiama i suoi compatrioti a decidere se la vogliano ancora (o l'abbiano mai voluta), da Berlusconi che un giorno si dichiara europeista ma il giorno dopo, se non fa un appello viscerale ai vecchi fascisti, lo fa a chi ritiene che tornando alla lira si starebbe meglio, alla Lega e al suo provincialismo ipoeuropeo, insomma, si direbbe che le ossa dei padri fondatori dell'Europa unita fremano nella tomba.
Eppure tutti dovrebbero sapere che nel corso della seconda guerra mondiale sono morti quarantun milioni di europei (dico i soli europei, non calcolando gli americani e gli asiatici) massacrandosi l'un l'altro e che da allora, salvo il tragico episodio balcanico, l'Europa ha conosciuto sessantotto (dico 68) anni di pace; e se si raccontasse a dei giovani che i francesi potrebbero oggi arroccarsi sulla linea Maginot per resistere ai tedeschi, che gli italiani vorrebbero spezzare le reni alla Grecia, che il Belgio potrebbe essere invaso, che aerei inglesi potrebbero bombardare Milano, questi giovani (che magari stanno appressandosi a compiere un anno in qualche altro paese del continente col programma Erasmus, e forse alla fine di questa esperienza incontreranno un'anima gemella che parla una lingua diversa dalla loro - e i loro figli cresceranno bilingui) crederebbero che stiamo inventando un romanzo di fantascienza. N gli adulti si rendono conto che ormai attraversano senza passaporto frontiere che i loro padri o i loro nonni avevano varcato con un fucile in mano.
Ma davvero l'idea dell'Europa non riesce ad attrarre gli europei? Bernard-Henri Lvy ha recentemente lanciato un appassionato manifesto perch si ritrovi un'identit europea, Europe ou chaos, che inizia con una minaccia inquietante: "L'Europa non  in crisi, sta morendo. Non l'Europa come territorio, naturalmente. Ma l'Europa come Idea. L'Europa come sogno e come progetto." Il manifesto  stato firmato da Antnio Lobo Antunes, Vassilis Alexakis, Juan Luis Cebrin, Fernando Savater, Peter Schneider, Hans Christoph Buch, Julia Kristeva, Claudio Magris, Gorgy Konrd e Salman Rushdie (che europeo non  ma in Europa aveva trovato il suo primo rifugio all'inizio della sua persecuzione). Siccome avevo firmato anch'io, mi sono ritrovato con alcuni dei cofirmatari, una decina di giorni fa, al Thtre du Rond-Point a Parigi, per un dibattito su questi argomenti. Uno dei temi che  subito emerso, e che mi trova ampiamente consenziente,  che esiste una coscienza dell'identit europea, e mi  accaduto di citare alcune pagine del Tempo ritrovato di Proust. Siamo a Parigi durante la prima guerra mondiale, di notte la citt teme le incursioni degli Zeppelin, e l'opinione pubblica attribuisce agli odiati boches ogni sorta di crudelt. Ebbene, nelle pagine proustiane si respira un'aria di germanofilia, che traspare nelle conversazioni dei personaggi.  germanofilo Charlus, anche se la sua ammirazione per i tedeschi sembra dipendere non tanto da identit culturale quanto dalle sue preferenze sessuali: "'La nostra ammirazione per i francesi - diceva - non deve indurci a disprezzare i nostri nemici. Non sapete quale soldato sia il soldato tedesco, non l'avete visto come me sfilare a passo di parata, al passo dell'oca.' Ritornando a quell'ideale di virilit a cui mi aveva accennato a Balbec... mi diceva: 'Guardate che bel maschio  il soldato tedesco, un essere forte, sano, che pensa solo alla grandezza del proprio paese, Deutschland uber Alles.'"
Passi per Charlus, anche se gi nei suoi discorsi filoteutonici si agitano alcune reminiscenze letterarie. Ma parliamo piuttosto di Saint-Loup, bravo soldato che morir in combattimento. "(Saint-Loup) per farmi capire certe opposizioni d'ombra e di luce che erano state 'l'incantesimo della sua mattinata'... non esitava a fare allusioni a una pagina di Romain Rolland, o addirittura a Nietzsche, con quella libert di coloro che stavano in trincea e che, a differenza di chi stava nelle retrovie, non avevano affatto paura di pronunciare un nome tedesco... Saint-Loup mi parlava di una melodia di Schumann, non ne citava il titolo se non in tedesco e non usava circonlocuzioni per dirmi che quando, all'alba, aveva inteso i primi cinguettii ai bordi d'una foresta, era stato inebriato come se gli avesse parlato l'uccello di quel 'sublime Sigfrido' che egli di sperava ascoltare di nuovo dopo la guerra."
O ancora: "Appresi, in effetti, della morte di Robert de Saint-Loup, ucciso all'indomani del suo ritorno al fronte, mentre proteggeva la ritirata dei suoi uomini. Mai qualcuno aveva nutrito meno di lui l'odio verso un popolo... Le ultime parole che avevo udito uscire dalla sua bocca, sei giorni prima, erano quelle che accennavano a un Lied di Schumann e che sulle scale mi canticchiava in tedesco, tanto che l'avevo fatto tacere a causa dei vicini."
E Proust si affrettava ad aggiungere che tutta la cultura francese non si vietava di studiare, anche in quei giorni, la cultura tedesca, se pure con qualche precauzione: "Un professore scriveva un libro notevole su Schiller, recensito sui giornali. Ma prima di parlare dell'autore del libro, si scriveva, come fosse un'autorizzazione a stampare, che era stato sulla Marna, a Verdun, che aveva avuto cinque encomi, e due figli uccisi. Dopo, si lodava la chiarezza e la profondit della sua opera su Schiller, che si poteva qualificare come un grande purch si dicesse, invece di 'questo grande tedesco', 'questo grande boche'."
Ecco che cosa sta alla base dell'identit culturale europea, un lungo dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali. Niente che si possa cancellare malgrado una guerra, e su questa identit si fonda una comunit che resiste alla pi grande delle barriere, quella linguistica.
Ma questo senso dell'identit europea, se  certamente fortissimo presso le lites intellettuali, lo  anche presso la gente comune? E mi  accaduto di riflettere sul fatto che ancor oggi in ogni paese europeo si celebrano (a scuola e nelle pubbliche manifestazioni) i propri eroi, che sono tutta gente che ha valorosamente ammazzato altri europei, a partire da quell'Arminio che ha sterminato le legioni di Varo, a Giovanna d'Arco, al Cid Campeador (perch i musulmani contro cui si batteva erano da secoli europei), ai vari eroi risorgimentali italiani o ungheresi, sino ai nostri caduti contro il nemico austriaco. Nessuno sente mai parlare di un eroe europeo? Non ce ne sono mai stati? E chi erano Byron o Santorre di Santarosa, che andavano a lottare per la libert greca, o i non pochi Schindler che hanno salvato la vita di migliaia di ebrei senza preoccuparsi di che nazione fossero, per finire con gli eroi non guerrieri, quali erano stati De Gasperi, Monnet, Schuman, Adenauer, Spinelli? E andando a cercare nei recessi della storia se ne potrebbero trovare altri, di cui parlare ai ragazzi (e agli adulti). Possibile che non si possa trovare un Asterix europeo di cui parlare agli europei di domani?
2013
Classici del nostro tempo
Un TAR classico Un articolo di Giovanni Belardelli sul Corriere del 30 giugno scorso segnalava un fatto gravissimo. Indignati del fatto che il loro figlio, studente del classico, fosse stato bocciato perch aveva riportato tre in matematica, quattro in fisica e tre in storia dell'arte, invece di prendere l'erede a sganassoni, come avrebbero fatto i genitori reazionari di una volta, pap e mamma si sono rivolti al TAR del Lazio. E il TAR, dall'alto della sua autorit, ha annullato la bocciatura. Ora,  possibile che tre insufficienze, seppur gravi, siano poco per una bocciatura, ma queste cose dovrebbe deciderle un consiglio di professori o qualche organo didattico superiore. Ricorrendo all'incompetentissimo TAR si incoraggiano quei genitori che, quando i figli prendono brutti voti, invece di prendersela con loro, vanno a protestare con gli insegnanti. Buzzurri, educheranno dei figli altrettanto buzzurri.
Ma c' di pi. La sentenza recita che un quattro in fisica e un tre in matematica non sono gravi perch si trattava di un liceo classico. Cos alcuni intellettuali della Magna Grecia (come avrebbe detto Agnelli) non sanno che dal classico ci si pu poi iscrivere a medicina, ingegneria, matematica, o altre scienze; e che anche per una buona formazione umanistica il secondo principio della termodinamica  altrettanto importante dei misteri dell'aoristo. Quis custodiet custodes?, chi mai boccer i giudici del TAR del Lazio? O i loro genitori protesteranno?
Il vispo Teresio Leggo su Pagine ebraiche un elenco commentato di illustri fascisti, razzisti e antisemiti, cui sono state dedicate strade in alcuni paesi: a Roma e a Napoli si  onorato Gaetano Azzariti, gi presidente del Tribunale della Razza, e si sono intitolate strade a Nicola Pende (Modugno di Bari, Bari e Modena), a Sabato Visco (Salerno), ad Arturo Donaggio (Roma e Falconara): e si tratta di tre persone che, pur essendosi rese famose in altri campi, hanno sottoscritto per primi nel 1938 il famigerato Manifesto della razza.
Ma pazienza,  noto che in molti comuni sono andati al potere dei fascisti, e magari gli altri partiti, quando  stata fatta la proposta, non sapevano per niente chi fossero i signori cos celebrati. Inoltre si potrebbe dire che tutti costoro avevano altrimenti meritato in vari settori e che si poteva perdonare loro il peccatuccio occasionale di un'adesione fatta magari per vilt, interesse o eccesso di zelo. Non abbiamo persino perdonato (o quasi) Heidegger, che pure nel nazismo aveva creduto? E, per giovane et o per cruda necessit (vivendo al Nord), non avevano aderito in qualche modo alla RSI personaggi amabili e giustamente amati come Oscar Carboni, Walter Chiari, Gilberto Govi, Gorni Kramer o Ugo Tognazzi? Ma nessuno di loro ha mai scritto o detto che si dovevano massacrare sei milioni di ebrei.
Per il fatto che pi colpisce  che a Castellamare del Golfo (Trapani)  stata intitolata una via a Teresio Interlandi (tra l'altro, neppure nato da quelle parti). Teresio Interlandi non era uno scienziato altrimenti rispettabile come Pende o un giurista rispettato anche nell'Italia postbellica come Azzariti, ma uno sporco mascalzone che ha dedicato la vita intera e seminare odio razzista e antisemita con la rivista La difesa della razza. Chi sfoglia le annate di questa ripugnante rivista, o ne legge l'antologia raccolta da Valentina Pisanty (Bompiani, 2006), si rende conto che solo un personaggio in completa e servile malafede poteva pubblicare le menzogne e le assurdit tipiche di quella pubblicazione. Dimenticavo; sempre in quegli anni Interlandi aveva pubblicato un Contra judaeos, e anche chi non sa il latino pu intuire quale fosse la sua missione.
D'altra parte si sta discutendo a Roma se intitolare una via a Giorgio Almirante, che della Difesa della razza  stato segretario di redazione, con la motivazione (indiscutibile) che poi ha accettato il gioco democratico (e vorrei ben vedere) ed  andato a onorare la bara di Berlinguer. Ma Berlinguer non aveva mai scritto libelli per incoraggiare lo sterminio dei kulaki.
2014
Da Maus a Charlie
Considero il mio amico Art Spiegelman un genio. Il suo Maus rimane uno dei testi letterari (anche se a fumetti) pi importanti sull'Olocausto. Ma questa volta non sono d'accordo con lui. Gli era stata chiesta una copertina per un numero del New Statesman sulla libert di pensiero, e la copertina che  stata pubblicata da altri giornali  bellissima (una donna ferocemente imbavagliata). Per Spiegelman aveva chiesto di pubblicare anche una sua caricatura di Maometto, e la rivista non glielo ha concesso. Cos Spiegelman ha ritirato anche la copertina.
Sulla faccenda di Charlie Hebdo sono sorte molte confusioni (non vi avevo dedicato una Bustina perch subito dopo il dramma avevo rilasciato due interviste e la Bustina sarebbe apparsa solo quindici giorni dopo, ma ne ero stato dolorosamente colpito anche perch conservavo una mia simpatica caricatura che Wolinski, morto nel massacro, mi aveva dedicato, ai tempi in cui ci si vedeva al bar con la redazione di Linus).
Torno ora sulla questione. Credo fossero in gioco due diritti e due doveri. Pensando a papa Francesco che aveva detto che se qualcuno avesse offeso sua madre gli avrebbe dato un pugno (turbando molti) vorrei ricordare che non aveva detto che lo avrebbe ammazzato. Infatti sapeva che un comandamento proibiva di ammazzare e quindi non poteva che condannare l'impresa dei terroristi che, con i loro alleati tagliagole dell'ISIS, rappresentano la nuova forma di nazismo (razzismo, eliminazione di chi  d'altra etnia, progetto di conquista del mondo). Si doveva condannare il massacro e marciare, com' stato fatto, per difendere la libert di espressione.
Si deve difendere la libert di pensiero anche di chi non la pensa come noi (Voltaire insegni). Per, se i giornalisti di Charlie non avessero subito l'atroce vendetta che hanno subito, e il massacro non fosse avvenuto, chiunque avrebbe avuto il diritto di criticare le loro caricature, non solo di Maometto, ma anche di Ges e della Vergine, molto affini a quelle che nell'Ottocento diffondeva Leo Taxil rappresentando la Madonna incinta di una colomba e Giuseppe cornuto.
C' un principio etico per cui non si dovrebbe offendere la sensibilit religiosa di altri, ragion per cui anche chi bestemmia a casa propria non va a bestemmiare in chiesa. Non ci si deve astenere dal caricaturare Maometto per timore di rappresaglie, ma perch (e mi scuso se l'espressione  troppo morbida)  "scortese". E non si dovrebbe caricaturare la Beata Vergine, anche se i cattolici fossero (come sono, almeno oggi) alieni dal massacrare chi lo fa. Tra l'altro ho esplorato Internet e ho visto che tutti i siti che protestano per la censura del New Statesman non hanno riprodotto il disegno di Spiegelman? Perch? Per rispetto degli altri o per paura?
Con la faccenda di Charlie erano in gioco due principi fondamentali, ma  stato difficile tenerli separati di fronte all'orrore perpetrato da chi aveva torto. Cos era lecito difendere il diritto di esprimersi, anche se in modo scortese, affermando "Je suis Charlie", ma se io fossi Charlie non andrei a prendermi gioco n della sensibilit musulmana n di quella cristiana (e neppure buddhista, se fosse il caso).
Se i cattolici si turbano se gli offendi la Beata Vergine, rispetta il loro sentimento - e caso mai scrivi un prudente saggio storico per mettere in forse l'Incarnazione. Se i cattolici sparassero contro chi offende la Beata Vergine, combattili con tutti i mezzi.
Nazisti e antisemiti di ogni risma hanno diffuso orrende caricature degli "infami giudei", ma in fondo la cultura occidentale ha accettato queste ingiurie rispettando la libert di chi le diffondeva. Per quando dalla caricatura si  passati al massacro ci si  ribellati. Cio si  rispettata la libert di Drumont (nell'Ottocento) di essere ferocemente antisemita ma si sono impiccati i boia nazisti a Norimberga.
2015
...
Sull'odio e la morte
Sull'odio e sull'amore
Negli ultimi tempi ho scritto sul razzismo, sulla costruzione del nemico e sulla funzione politica dell'odio per l'Altro o il Diverso. Credevo di aver detto tutto, ma in una recente discussione col mio amico Thomas Stauder  emerso (e sono quei casi in cui non ci si ricorda pi chi ha detto una cosa e chi l'altra, ma le conclusioni coincidevano) qualche elemento nuovo (o almeno, nuovo per me).
Noi tendiamo, con una leggerezza un poco presocratica, a intendere odio e amore come due opposti, che si fronteggiano simmetricamente, come se ci che non amiamo lo odiassimo e viceversa. Tra i due poli ci sono invece, e ovviamente, infinite sfumature. Anche se usiamo i due termini in modo metaforico, il fatto che io ami la pizza ma non vada pazzo per il sushi non vuol dire che il sushi lo odi. Mi piace meno della pizza. E prendendo i due termini nel loro senso proprio, che io ami una persona non significa che odi tutte le altre, all'opposto dell'amore ci pu essere benissimo l'indifferenza (amo i miei figli e mi era indifferente il tassista che mi ha preso a bordo due ore fa).
Ma il vero punto  che l'amore isola. Se amo follemente una donna, pretendo che lei ami me e non altri (almeno non nello stesso senso), una madre ama appassionatamente i suoi figli e desidera che essi amino in modo privilegiato lei (di mamma ce n' una sola) n sentirebbe mai di amare con la stessa intensit i figli altrui. Dunque l'amore  a modo proprio egoista, possessivo, selettivo.
Certo, il comandamento dell'amore impone di amare il nostro prossimo come noi stessi (tutti, sei miliardi di prossimi), ma questo comandamento in pratica ci raccomanda di non odiare nessuno, e non pretende che noi amiamo un eschimese sconosciuto come nostro padre o nostro nipote. L'amore privileger sempre il mio nipotino su un cacciatore di foche. E anche se non penser (come vuole la nota leggenda) che non mi importa niente se muore un mandarino in Cina (specie se ci potrebbe procurarmi un qualche vantaggio) e sapr che la campana suona sempre anche per me, sar sempre pi toccato dalla morte di mia nonna che non da quella del mandarino.
Invece l'odio pu essere collettivo, e deve esserlo per i regimi totalitari, cos che da piccolo la scuola fascista mi chiedeva di odiare "tutti" i figli di Albione e Mario Appelius recitava ogni sera alla radio il suo "Dio stramaledica gli inglesi". E cos vogliono le dittature e i populismi, e spesso anche le religioni nella loro versione fondamentalista, perch l'odio per il nemico unisce i popoli e li fa ardere tutti di un identico fuoco. L'amore mi scalda il cuore nei confronti di poche persone, l'odio riscalda il cuore mio, e quello di chi sta dalla mia parte, nei confronti di milioni di persone, di una nazione, di un'etnia, di gente dal colore o dalla lingua diversa. Il razzista italiano odia tutti gli albanesi o i rumeni o gli zingari, Bossi odia tutti i meridionali (e se percepisce poi uno stipendio pagato anche con le tasse dei meridionali, questo  proprio il capolavoro della malevolenza, dove all'odio si unisce il piacere del danno e della beffa), Berlusconi odia tutti i giudici e ci chiede di fare altrettanto, e di odiare tutti i comunisti, anche a costo di vederli dove non ci sono pi.
L'odio non  quindi individualista bens generoso, filantropico, e abbraccia in un solo afflato immense moltitudini.  solo nei romanzi che ci viene detto come sia bello morire per amore, ma sui giornali, almeno quando ero ragazzo, era raffigurata come bellissima la morte dell'eroe che lo coglieva mentre scagliava una bomba contro l'odiato nemico.
Ecco pertanto perch la storia della nostra specie  stata sempre maggiormente segnata dall'odio, e dalle guerre, e dai massacri, e non dagli atti d'amore (meno confortevoli e spesso faticosissimi qualora si vogliano estendere oltre la cerchia del nostro egoismo). La nostra propensione alle delizie dell'odio  cos naturale che ai reggitori di popoli risulta facile coltivarla, mentre all'amore ci invitano solo esseri scostanti che hanno la disgustosa abitudine di baciare i lebbrosi.
2011
Dov' andata la morte?
Le Magazine Littraire francese dedica il suo numero di novembre a "Quello che la letteratura sa della morte". Ho letto con interesse i vari articoli, ma sono rimasto deluso dal fatto che, fra tante cose che non sapevo, in fin dei conti mi ripetessero un concetto notissimo: che la letteratura si  sempre occupata, insieme naturalmente all'amore, della morte. Gli articoli del periodico francese parlano con finezza della presenza della morte sia nella narrativa del secolo scorso, sia nella letteratura gotica preromantica. Ma si sarebbe potuto discettare sulla morte di Ettore e sul lutto di Andromaca, o sulle sofferenze dei martiri in tanti testi medievali. Per non dire che la storia della filosofia inizia con l'esempio pi consueto di premessa maggiore di un sillogismo, "tutti gli uomini sono mortali".
Il problema mi pare piuttosto un altro, e forse dipende dal fatto che oggi si leggono meno libri: noi contemporanei siamo divenuti incapaci di venire a patti con la morte. Le religioni, i miti, i riti antichi ci rendevano la morte, seppure sempre temibile, familiare. Ci abituavano ad accettarla le grandi celebrazioni funerarie, gli urli delle prefiche, le grandi Messe da Requiem. Ci preparavano alla morte le prediche sull'inferno e ancora durante la mia infanzia ero invitato a leggere le pagine sulla morte dal Giovane provveduto di don Bosco, che non era solo il prete allegro che faceva giocare i bambini, ma aveva un'immaginazione visionaria e fiammeggiante. Egli ci ricordava che non sappiamo dove ci sorprender la morte - se nel nostro letto, sul lavoro, o per strada, per la rottura di una vena, un catarro, un impeto di sangue, una febbre, una piaga, un terremoto, un fulmine, "forse appena finita la lettura di questa considerazione". In quel momento ci sentiremo la testa oscurata, gli occhi addolorati, la lingua arsa, le fauci chiuse, oppresso il petto, il sangue gelato, la carne consumata, il cuore trafitto. Di qui la necessit di praticare l'Esercizio della Buona Morte: "Quando i miei piedi immobili mi avvertiranno che la mia carriera in questo mondo  presso a finire... Quando le mie mani tremule e intorpidite non potranno pi stringervi, Crocifisso mio bene, e mio malgrado lascierovvi cadere sul letto del mio dolore... Quando i miei occhi offuscati e stravolti dall'orror della morte imminente... Quando le mie barra fredde e tremanti... Quando le mie guance pallide e livide inspireranno agli astanti la compassione e il terrore, e i miei capelli bagnati dal sudor della morte, sollevandosi sulla mia testa annunzieranno prossimo il mio fine... Quando la mia immaginazione, agitata da orrendi e spaventevoli fantasmi sar immersa in mortali tristezze... Quando avr perduto l'uso di tutti i sensi... misericordioso Ges, abbiate piet di me."
Puro sadismo, si dir. Ma cosa insegniamo oggi ai nostri contemporanei? Che la morte si consuma lontano da noi in ospedale, che di solito non si segue pi il feretro al cimitero, che i morti non li vediamo pi. Non li vediamo pi? Ne vediamo continuamente, che schizzano brandelli di cervello sui finestrini dei taxi, saltano in aria, si sfracellano sui marciapiedi, cadono in fondo al mare coi piedi in un cubo di cemento, lascian rotolare sul selciato la loro testa - ma non siamo noi, e non sono i nostri cari, sono gli Attori. La morte  uno spettacolo, persino nei casi in cui i media ci raccontano della ragazza realmente stuprata o vittima del serial killer. Non vediamo il cadavere straziato, perch sarebbe un modo di ricordarci la morte, e ci fanno solo vedere gli amici piangenti che recano fiori sul luogo del delitto e, con un sadismo ben peggiore, suonano alla porta della mamma per chiederle: "Cosa ha provato quando hanno ucciso sua figlia?" Non si mette in scena la morte bens l'amicizia e il dolore materno, che ci toccano in modo meno violento.
Cos la scomparsa della morte dal nostro orizzonte di esperienza immediato ci render molto pi terrorizzati, quando il momento si approssimer, di fronte a questo evento che pure ci appartiene sin dalla nascita - e con cui l'uomo saggio viene a patti per tutta la vita.
2012
Il diritto alla felicit
Talora mi viene il sospetto che molti dei problemi che ci affliggono - dico la crisi dei valori, la resa alle seduzioni pubblicitarie, il bisogno di farsi vedere in TV, la perdita della memoria storica e individuale, insomma tutte le cose di cui sovente ci si lamenta in rubriche come questa - siano dovuti all'infelice formulazione della Dichiarazione d'indipendenza americana del 4 luglio 1776, in cui, con massonica fiducia nelle "magnifiche sorti e progressive", i costituenti avevano stabilito che "a tutti gli uomini  riconosciuto il diritto alla vita, alla libert, e al perseguimento della felicit".
Sovente si  detto che si trattava della prima affermazione, nella storia delle leggi fondatrici di uno Stato, del diritto alla felicit invece che del dovere dell'obbedienza o altre severe imposizioni del genere, e a prima vista si trattava effettivamente di una dichiarazione rivoluzionaria. Ma ha prodotto degli equivoci per ragioni, oserei dire, semiotiche.
La letteratura sulla felicit  immensa, a iniziare da Epicuro e forse prima, ma a lume di buon senso mi pare che nessuno di noi sappia dire che cos' la felicit. Se si intende uno stato permanente, l'idea di una persona che  felice tutta la vita, senza dubbi, dolori, crisi, questa vita sembra corrispondere a quella di un idiota - o al massimo a quella di un personaggio che viva isolato dal mondo senza aspirazioni che vadano al di l di un'esistenza senza scosse, e vengono in mente Filemone e Bauci. Ma anche loro, poesia a parte, qualche momento di turbamento dovrebbero averlo avuto, se non altro un'influenza o un mal di denti.
La questione  che la felicit, come pienezza assoluta, vorrei dire ebbrezza, il toccare il cielo con un dito,  situazione molto transitoria, episodica e di breve durata:  la gioia per la nascita di un figlio, per l'amato o per l'amata che ci rivela di corrispondere al nostro sentimento, magari l'esaltazione per una vincita al lotto, il raggiungimento di un traguardo (l'Oscar, la coppa del campionato), persino un momento nel corso di una gita in campagna, ma sono tutti istanti appunto transitori, dopo i quali sopravvengono i momenti di timore e tremore, dolore, angoscia o almeno preoccupazione.
Inoltre l'idea di felicit ci fa pensare sempre alla nostra felicit personale, raramente a quella del genere umano, e anzi siamo indotti sovente a preoccuparci pochissimo della felicit degli altri per perseguire la nostra. Persino la felicit amorosa spesso coincide con l'infelicit di un altro respinto, di cui ci preoccupiamo pochissimo, appagandoci della nostra conquista.
Questa idea di felicit pervade il mondo della pubblicit e dei consumi, dove ogni proposta appare come un appello a una vita felice, la crema per rassodare il viso, il detersivo che finalmente toglie tutte le macchie, il divano a met prezzo, l'amaro da bere dopo la tempesta, la carne in scatola intorno a cui si riunisce la famigliola felice, l'auto bella ed economica e un assorbente che vi permetter di entrare in ascensore senza preoccuparvi dell'olfatto altrui.
Raramente pensiamo alla felicit quando votiamo o mandiamo un figlio a scuola, ma solo quando comperiamo cose inutili, e pensiamo in tal modo di aver soddisfatto il nostro diritto al perseguimento della felicit.
Quando  al contrario che, siccome non siamo delle bestie senza cuore, ci preoccupiamo della felicit degli altri? Quando i mezzi di massa ci presentano l'infelicit altrui, negretti che muoiono di fame divorati dalle mosche, ammalati di mali incurabili, popolazioni distrutte dagli tsunami. Allora siamo persino disposti a versare un obolo e, nei casi migliori, a impegnare il cinque per mille.
 che la Dichiarazione d'indipendenza avrebbe dovuto dire che a tutti gli uomini  riconosciuto il diritto-dovere di ridurre la quota d'infelicit nel mondo, compresa naturalmente la nostra, e cos tanti americani avrebbero capito che non devono opporsi alle cure mediche gratuite - e invece vi si oppongono perch questa idea bizzarra pare ledere il loro personale diritto alla loro personale felicit fiscale.
2014
La nostra Parigi
La notte del massacro parigino sono rimasto incollato alla televisione, come tanti altri. Conoscendo bene la mappa di Parigi cercavo di capire dove si stessero svolgendo quegli avvenimenti, e calcolavo se nei pressi abitasse qualche amico, quanto quei luoghi fossero distanti dalla mia casa editrice, o dal ristorante dove vado abitualmente. Mi rassicuravo pensando che erano lontani, tutti sulla riva destra, mentre il mio personale universo parigino  sulla riva sinistra. 
Questo non toglieva niente all'orrore e allo sgomento, ma era come sapere che tu non eri salito sull'aereo appena precipitato chiss dove. N in quella notte si era ancora iniziato a pensare che forse questo sarebbe potuto accadere anche nelle nostre citt. Tragedia era, e non chiedetevi per chi suona la campana: ma pur sempre tragedia altrui.
E tuttavia ho iniziato a provare un vago malessere quando mi son detto che quel nome, Bataclan, lo conoscevo. Finalmente mi sono ricordato: era infatti l che circa dieci anni fa, era stato presentato un mio romanzo, con un bellissimo concerto di Gianni Coscia e Renato Sellani. Quindi era un posto dove ero stato e avrei potuto essere ancora. Poi - anzi, non poi, bens quasi subito - ho riconosciuto l'indirizzo di Boulevard Richard Lenoir: era dove abitava il commissario Maigret!
Mi direte che non  lecito, di fronte a eventi cos spaventosamente "reali", fare entrare in scena l'immaginario. Eppure no, e questo spiega perch il massacro parigino abbia colpito il cuore di tutti, anche se tremendi massacri erano avvenuti in altre citt del mondo.  che Parigi  la patria di moltissimi di noi proprio perch nella nostra memoria si fondono citt reale e citt immaginaria, come se entrambi ci appartenessero, o in entrambi avessimo vissuto.
C' una Parigi tanto reale quanto il Caf de Flore, quella, che so, di Enrico IV e di Ravaillac, della decapitazione di Luigi XVI, dell'attentato dell'Orsini a Napoleone III, o dell'entrata delle truppe del generale Leclerc nel 1944. Ma anche di questi fatti, diciamo la verit, ricordiamo pi l'evento (cui non abbiamo partecipato) o la sua rappresentazione romanzesca e cinematografica? 
Parigi liberata l'abbiamo vissuta sugli schermi con Parigi brucia? cos come una Parigi pi remota l'abbiamo vissuta vedendo Les enfants du Paradis, cos come entrare di notte (realmente) in Place des Vosges ci fa avvertire fremiti che avevamo provato solo su molti schermi, cos come riviviamo l'universo di Edith Piaf, anche se non l'abbiamo mai conosciuta, e sappiamo tutto di Rue Lepic perch ce l'ha raccontata Yves Montand. 
 nella realt che passeggiamo lungo la Senna soffermandoci davanti alle cassette dei bouquinistes, ma anche l riviviamo tante passeggiate romantiche di cui abbiamo letto, e guardando da lontano Notre-Dame non possiamo non pensare a Quasimodo e a Esmeralda. Appartiene alla nostra memoria la Parigi del duello dei moschettieri ai Carmelitani Scalzi, la Parigi delle cortigiane di Balzac, la Parigi di Lucien de Rubempr e di Rastignac, di Bel Ami, di Frderic Moreau e Madame Arnoux, di Gavroche sulle barricate, di Swann e di Odette de Crcy.
La nostra Parigi "vera"  quella (ormai solo immaginata) della Montmartre ai tempi di Picasso e Modigliani, o di Maurice Chevalier, e mettiamoci pure Un americano a Parigi di Gershwin e la sua dolciastra eppure memorabile rivisitazione con Gene Kelly e Leslie Caron, e anche quella di Fantmas fuggiasco lungo le fogne e, appunto, del commissario Maigret - di cui abbiamo vissuto tutte le nebbie, tutti i bistrot, tutte le notti al Quai des Orfvres. 
Dobbiamo riconoscere che molte delle cose che abbiamo capito sulla vita e sulla societ, sull'amore e sulla morte, ci sono state insegnate da questa Parigi immaginaria, fittizia e tuttavia realissima. E quindi  stata colpita casa nostra, una casa in cui abbiamo vissuto a lungo pi che ai nostri indirizzi legali. Ma tutte queste memorie ci fanno tuttavia sperar bene, perch ancora "la Seine roule roule..."
2015
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Fra religione e filosofia
Ogni veggente vede quello che sa
Leggendo nei giorni scorsi il documento di suor Lucia sul terzo segreto di Fatima avvertivo un'aria di famiglia. Poi ho capito: quel testo, che la buona suora scrive non da piccina analfabeta, ma nel 1944, ormai monaca adulta,  intessuto di citazioni riconoscibilissime dall'Apocalisse di san Giovanni.
Dunque Lucia vede un angelo con una spada di fuoco che sembra voler incendiare il mondo. L'Apocalisse di angeli che spargono fuoco nel mondo parla per esempio in 9.8, a proposito dell'angelo della seconda tromba.  vero che questo angelo non ha una spada fiammeggiante, ma vedremo dopo da dove viene forse la spada (a parte il fatto che di arcangeli con la spada infuocata l'iconografia tradizionale  abbastanza ricca).
Poi Lucia vede la luce divina come in uno specchio: qui il suggerimento non viene dall'Apocalisse, ma dalla prima epistola di san Paolo ai Corinzi (le cose celesti le vediamo ora per speculum e solo dopo le vedremo faccia a faccia).
Dopo di che ecco un vescovo vestito di bianco:  uno solo, mentre nell'Apocalisse di servi del signore biancovestiti, votati al martirio, ne appaiono a varie riprese (in 6.11, in 7.9, e in 7.14), ma pazienza.
Quindi si vedono vescovi e sacerdoti salire una montagna ripida, e siamo ad Apocalisse 6.12, dove sono i potenti della Terra che si nascondono tra le spelonche e i massi di un monte. Quindi il santo padre arriva in una citt "mezzo in rovina", e incontra sul suo cammino le anime dei cadaveri: la citt  menzionata in Apocalisse 11.8, cadaveri compresi, mentre crolla e cade in rovina in 11.13 e ancora, sotto forma di Babilonia, in 18.19.
Andiamo avanti: il vescovo e molti altri fedeli vengono uccisi da soldati con frecce e armi da fuoco e, se per le armi da fuoco suor Lucia innova, massacri con armi puntute sono compiuti da cavallette con corazza di guerriero in 9.7, al suonare della quinta tromba.
Si arriva finalmente ai due angeli che versano sangue con un innaffiatoio (in portoghese un regador) di cristallo. Ora di angeli che spargono sangue l'Apocalisse abbonda, ma in 8.5 lo fanno con un turibolo, in 14.20 il sangue trabocca da un tino, in 16.3 viene versato da un calice.
Perch un innaffiatoio? Ho pensato che Fatima non  molto lontana da quelle Asturie dove nel Medioevo sono nate le splendide miniature mozarabiche dell'Apocalisse, pi volte riprodotte. E quivi appaiono angeli che lasciano cadere sangue a zampilli da coppe di fattura imprecisa, proprio come se innaffiassero il mondo. Che abbia giocato nella memoria di Lucia anche la tradizione iconografica  suggerito da quell'angelo con la spada di fuoco dell'inizio, perch in quelle miniature talora le trombe che gli angeli impugnano appaiono come lame scarlatte.
La cosa interessante  che (se non ci si limitava ai riassunti dei giornali, e si leggeva tutto il commento teologico del cardinal Ratzinger) si poteva vedere che questo onest'uomo, mentre si adopera a ricordare che una visione privata non  materia di fede, e che un'allegoria non  un vaticinio da prendere alla lettera, ricorda esplicitamente le analogie con l'Apocalisse.
Non solo, precisa che in una visione il soggetto vede le cose "con le modalit a lui accessibili di rappresentazione e conoscenza", per cui "l'immagine pu arrivare solo secondo le sue misure e possibilit". Il che, detto un poco pi laicamente (ma Ratzinger intitola il paragrafo alla "struttura antropologica" della rivelazione), significa che, se non esistono archetipi junghiani, ciascun veggente vede ci che la sua cultura gli ha insegnato.
2000
Le radici dell'Europa
Le cronache estive sono state animate dalla discussione sull'opportunit di citare, in una Costituzione europea, le origini cristiane del continente. Chi esige la citazione si appoggia al fatto, certamente ovvio, che l'Europa  nata su una cultura cristiana, anche prima della caduta dell'Impero Romano, almeno dai tempi dell'editto di Costantino. Cos come non si pu concepire il mondo orientale senza il buddhismo, non si pu concepire l'Europa senza tener conto del ruolo della Chiesa, dei vari re cristianissimi, della teologia scolastica o dell'azione e dell'esempio dei suoi grandi santi. 
Chi si oppone alla citazione tiene conto dei principi laici su cui si reggono le democrazie moderne. Chi vuole la citazione ricorda che il laicismo  conquista europea recentissima, eredit della Rivoluzione francese: nulla a che fare con le radici che affondano nel monachesimo o nel francescanesimo. Chi vi si oppone pensa sopratutto all'Europa di domani, che si avvia fatalmente a diventare continente multietnico, e dove una citazione esplicita delle radici cristiane potrebbe bloccare sia il processo di assimilazione dei nuovi venuti, sia ridurre altre tradizioni e altre credenze (che pure potrebbero diventare di cospicua entit) a culture e culti minoritari soltanto tollerati.
Quindi, come si vede, questa non  soltanto una guerra di religione, perch coinvolge un progetto politico, una visione antropologica, e la decisione se disegnare la fisionomia dei popoli europei in base al loro passato o in base al loro futuro.
Occupiamoci del passato. L'Europa si  sviluppata soltanto sulla base della cultura cristiana? Non sto pensando agli arricchimenti di cui la cultura europea si  avvantaggiata nel corso dei secoli, a cominciare dalla matematica indiana, la medicina araba o addirittura i contatti con l'Oriente pi remoto, non dai tempi di Marco Polo ma da quelli di Alessandro Magno. Ogni cultura assimila elementi di culture vicine o lontane, ma poi si caratterizza per il modo in cui li fa propri. Non basta dire che dobbiamo lo zero agli indiani o agli arabi, se poi  stato in Europa che si  affermata per la prima volta l'idea che la natura  scritta in caratteri matematici.  che ci stiamo dimenticando della cultura greco-romana.
L'Europa ha assimilato la cultura greco-romana sia sul piano del diritto che su quello del pensiero filosofico, e persino sul piano delle credenze popolari. Il cristianesimo ha inglobato, spesso con molta disinvoltura, riti e miti pagani e forme di politeismo sopravvivono nella religiosit popolare. Non  solo il mondo rinascimentale che si  popolato di Veneri e Apolli, ed  andato a riscoprire il mondo classico, le sue rovine e i suoi manoscritti. Il Medioevo cristiano ha costruito la sua teologia sul pensiero di Aristotele, riscoperto attraverso gli arabi, e se ignorava in massima parte Platone non ignorava il neoplatonismo, che ha grandemente influenzato i padri della Chiesa. N si potrebbe concepire Agostino, massimo tra i pensatori cristiani, senza l'assorbimento del filone platonico. La nozione stessa di impero, su cui si  svolto lo scontro millenario tra gli Stati europei, e tra gli Stati e la Chiesa,  di origine romana. L'Europa cristiana ha eletto il latino di Roma a lingua dei riti sacri, del pensiero religioso, del diritto, delle dispute universitarie.
D'altra parte non  concepibile una tradizione cristiana senza il monoteismo giudaico. Il testo su cui la cultura Europea si  fondata, il primo testo che il primo stampatore ha pensato di stampare, il testo traducendo il quale Lutero ha praticamente fondato la lingua tedesca, il testo principe del mondo protestante,  la Bibbia. L'Europa cristiana  nata e cresciuta cantando i salmi, recitando i profeti, meditando su Giobbe o su Abramo. Il monoteismo ebraico  stato anzi il solo collante che ha permesso un dialogo tra monoteismo cristiano e monoteismo musulmano.
Ma non finisce qui. Infatti la cultura greca, almeno dai tempi di Pitagora, non sarebbe pensabile senza tener conto della cultura egizia, e al magistero degli egizi o dei caldei si  ispirato il pi tipico tra i fenomeni culturali europei, vale a dire il Rinascimento, mentre l'immaginario europeo, dalle prime decifrazioni degli obelischi a Champollion, dallo stile impero alle fantasticherie New Age, modernissime e molto occidentali, si  nutrito di Nefertiti, misteri delle piramidi, maledizioni del faraone e scarabei d'oro.
Io non vedrei inopportuno, in una Costituzione, un riferimento alle radici greco-romane e giudaico-cristiane del nostro continente, unito all'affermazione che, proprio in virt di queste radici, cos come Roma ha aperto il proprio Pantheon a dei d'ogni razza e ha posto sul trono imperiale uomini dalla pelle nera (n si dimentichi che sant'Agostino era nato in Africa), il continente  aperto all'integrazione di ogni altro apporto culturale ed etnico, considerando questa disposizione all'apertura proprio una delle sue caratteristiche culturali pi profonde.
2003
Il loto e la croce
Ho seguito con interesse la discussione aperta dal cardinal Ratzinger sull'opportunit (o meno) di consentire ai religiosi cattolici di aiutare la meditazione e l'ascesi con tecniche corporali di ispirazione orientale. Certo, senza scomodare le tecniche respiratorie degli Esicasti dei primi secoli, la stessa preghiera dell'ultimo devoto tiene conto della funzione che i ritmi e le posture del corpo possono svolgere nel disporre la mente alla meditazione. Tuttavia le tecniche di meditazione orientale tendono a usare il corpo per provocare una sorta di annullamento della sensibilit e della volont, in cui il corpo, e con esso il dolore e le miserie della nostra natura materiale, vengono dimenticati. In tal senso esse si avvicinano molto a quella ricerca di soppressione del turbamento e del dolore che caratterizzava l'atarassia classica e pagana.
Ma a questo proposito non si pu che essere d'accordo con il cardinal Ratzinger. Il cristianesimo si fonda sull'idea di un Figlio di Dio che, figlio dell'uomo, mostra che la via della redenzione dal male passa attraverso la croce. Per il cristianesimo il dolore non pu essere dimenticato, anzi  uno strumento fondamentale di perfezionamento interiore.
Non vorrei essere frainteso. Quello che dico non ha nulla a che vedere con una polemica, recentemente scoppiata ad alti livelli, sul fatto se il cristiano debba o no preoccuparsi di diminuire il dolore del mondo. Basta leggere poche pagine del Vangelo per rendersi conto che il cristiano ha il dovere di alleviare il dolore degli altri. Ma deve sapere fare i conti con il proprio. Il cristiano deve sacrificarsi perch gli altri non soffrano e deve fare di tutto perch la quota di dolore che intristisce il mondo sia ridotta il pi possibile. Tanto che bisogna ridurre anche il proprio, se appena lo si pu fare senza danneggiare nessuno, e dunque ben venga la stessa medicina, se allevia i nostri patimenti (suicidio e masochismo sono peccato). Ma, visto che (per il peccato originale, e comunque per le imperfezioni di questo mondo sublunare) una quota di dolore  fatalmente ineliminabile, il cristiano deve trarre il massimo partito morale e ascetico dal dolore che lo attende.
Idealmente, nessun altro dovrebbe soffrire, per quanto dipende da te; ma siccome la tua buona volont non pu eliminare la presenza del male nel mondo, tu devi sapere accettare e far fruttare quella parte di dolore che la vita ti offrir. Sto pensando al recente bellissimo libretto di Luigi Pareyson, Filosofia della libert (Melangolo, 2000) dove, dopo alcune pagine di alta tensione metafisica sul terribile problema se il Male non si annidi, paradossalmente, nella stessa sfera del Divino, si celebra il dolore, liberamente assunto e non sfuggito, come il mezzo che abbiamo a disposizione per superare il Male.
Non  necessario essere confessionalmente cristiani per accettare questa prospettiva: essa ha permeato di s il pensiero occidentale, e le pagine pi alte di poeti e filosofi non credenti (si pensi soltanto a Leopardi) nascono da questo ethos. A questo ethos, certamente il richiamo di molte dottrine orientali  del tutto estraneo. Non sarei d'accordo col cardinal Ratzinger se, su queste basi, egli volesse proibire ai laici o ai non cristiani di praticare le forme di ascesi che preferiscono. Cos come non voglio pronunciarmi sulle assicurazioni di quei religiosi cattolici che ricordano al cardinale che assumere la posizione del loto non significa dimenticare il mistero della croce. Sono fatti interni della Chiesa. Ma per quel tanto in cui, come ricordava Croce, non possiamo non dirci cristiani, il dibattito ci coinvolge tutti.
Recentemente in televisione (al Maurizio Costanzo Show) un filosofo affermava che per uscire dalla crisi del mondo occidentale dobbiamo ritrovare la spiritualit musulmana (egli auspicava, con un'infelice metafora mussoliniana, "la spada dell'islam"). Non escludo che molti possano trovare la soluzione ai propri problemi persino nel totemismo delle trib indiane. Ma, cos come siamo, filosofia compresa, ci siamo formati nel quadro della cultura giudaico-cristiana. Cambiar pelle pu far comodo a un terrorista pentito, ma i filosofi decidono delle loro stesse conversioni pensando dentro la pelle in cui son nati.
2005
Relativismo?
Sar non tanto colpa della rozzezza dei media ma del fatto che la gente parla ormai pensando solo a come i media ne riferiranno, ma certo si ha l'impressione che ormai certi dibattiti (persino tra persone presumibilmente non digiune di filosofia) avvengano a colpi di clava, senza finezza, usando termini delicati come se fossero sassi. Un esempio tipico  il dibattito che oppone, in Italia, da un lato i cosiddetti teocons, che accusano il pensiero laico di "relativismo", e dall'altro alcuni rappresentanti del pensiero laico che parlano, a proposito dei loro avversari, di "fondamentalismo".
Che cosa vuole dire "relativismo" in filosofia? Che le nostre rappresentazioni del mondo non ne esauriscono la complessit, ma ne sono sempre visioni prospettiche, ciascuna delle quali contiene un germe di verit? Ci sono stati e ci sono filosofi cristiani che hanno sostenuto questa tesi.
Che queste rappresentazioni non vanno giudicate in termini di verit ma in termini di rispondenza a esigenze storico-culturali? Lo sostiene, nella sua versione del "pragmatismo", un filosofo come Rorty.
Che ci che conosciamo  relativo al modo in cui il soggetto lo conosce? Siamo al vecchio e caro kantismo. Che ogni proposizione  vera solo all'interno di un dato paradigma? Si chiama "olismo". Che i valori etici sono relativi alle culture? Si era iniziato a scoprirlo nel Seicento. Che non ci sono fatti ma solo interpretazioni? Lo diceva Nietzsche. Si pensa all'idea che se non c' Dio tutto  permesso?  il nichilismo dostoevskiano. Si pensa alla teoria della relativit? Non scherziamo.
Ma dovrebbe essere chiaro che se qualcuno  relativista nel senso kantiano non lo  in quello dostoevskiano (il buon Kant a Dio e al dovere ci credeva); il relativismo nietzschiano ha poco a che vedere col relativismo dell'antropologia culturale, perch il primo non crede ai fatti e il secondo non li mette in dubbio; l'olismo alla Quine  fermamente ancorato a un sano empirismo che presta molta fiducia agli stimoli che riceviamo dall'ambiente e cos via.
Insomma sembra che il termine "relativismo" possa essere riferito a forme di pensiero moderno sovente in reciproco contrasto, talora si considerano relativisti pensatori ancorati a un profondo realismo, e si dice "relativismo" con la foga polemica con cui i gesuiti ottocenteschi parlavano di "veleno kantiano".
Ma se tutto questo  relativismo, allora solo due filosofie sfuggono completamente a questa accusa, e sono un neotomismo radicale e la teoria della conoscenza nel Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo. Strana alleanza.
2005
Il Caso e il Disegno Intelligente
La settimana scorsa Eugenio Scalfari ha preso atto del ritorno di una storia che sembrava vecchia e seppellita (o limitata alla Bible belt americana, l'area degli stati pi retrivi e isolati dal mondo, abbarbicati al loro fondamentalismo selvaggio, che solo Bush riesce a prendere sul serio, probabilmente per calcolo elettorale). Sono tornate le polemiche sul darwinismo - e addirittura hanno sfiorato i progetti di riforma della nostra scuola, dico la scuola italiana e cattolica.
Insisto sul "cattolica" perch il fondamentalismo cristiano nasce negli ambienti protestanti ed  caratterizzato dalla decisione d'interpretare letteralmente le Scritture. Ma affinch ci sia interpretazione letterale delle Scritture, occorre che esse possano essere liberamente interpretate dal credente, e questo  tipico del protestantesimo. Non ci dovrebbe essere fondamentalismo cattolico perch per i cattolici l'interpretazione delle scritture  mediata dalla Chiesa.
Ora, gi presso i padri della Chiesa, e prima ancora con Filone di Alessandria, si era sviluppata un'ermeneutica pi soffice, come quella di sant'Agostino, il quale era pronto ad ammettere che la Bibbia parlava spesso per metafore e allegorie, e quindi pu essere benissimo che i sette giorni della creazione siano stati anche sette millenni. E la Chiesa ha fondamentalmente accettato questa posizione ermeneutica.
Si noti che, una volta che si ammette che i sette giorni della creazione sono racconto poetico che pu essere interpretato al di l della lettera, il Genesi sembra dar ragione a Darwin: prima avviene una sorta di Big Bang con l'esplosione della Luce, poi i pianeti prendono forma e sulla Terra avvengono grandi sconvolgimenti geologici (le terre si separano dai mari), quindi appaiono i vegetali, i frutti e le semenze, infine le acque incominciano a brulicare d'esseri viventi (la vita inizia a sorgere dall'acqua), si levano a volo gli uccelli, e solo in seguito appaiono i mammiferi (imprecisa  la posizione genealogica dei rettili, ma non si pu pretendere troppo dal Genesi). Solamente alla fine e al culmine di questo processo (anche dopo le grandi scimmie antropomorfe, immagino) appare l'uomo. L'uomo, che - non dimentichiamolo - non  creato dal nulla, ma dal fango, e cio da materia precedente. Pi evoluzionisti di cos (ma senza escludere la presenza di un Creatore) non si potrebbe essere.
Cos' che la teologia cattolica ha sempre preteso per non identificarsi con un evoluzionismo materialista? Non solo che tutto questo sia opera di Dio, ma che nella scala evolutiva si sia verificato un salto qualitativo, quando Dio ha immesso in un organismo vivente un'anima razionale immortale. E solo su questo punto si fonda la battaglia tra materialismo e spiritualismo.
Un aspetto interessante del dibattito che si svolge negli Stati Uniti per ammettere nelle scuole, accanto all'"ipotesi" darwiniana (non dimentichiamo che nel corso del suo processo Galileo se la sarebbe cavata ammettendo che la sua era un'ipotesi e non una scoperta)  che - per non aver l'aria di opporre una credenza religiosa a una teoria scientifica - non si parla tanto di creazione divina quanto di Disegno Intelligente. Cio, si sottintende, noi non vogliamo imporvi la presenza imbarazzante di uno Jahv barbuto e antropomorfo, vogliamo solo che accettiate che, se sviluppo evolutivo c' stato, esso non  avvenuto a caso ma seguendo un piano, un progetto, e questo progetto non pu che dipendere da una qualche forma di Mente (vale a dire che l'idea del Disegno Intelligente potrebbe persino ammettere un Dio panteista in luogo di un Dio trascendente).
Quello che mi pare curioso  che non si considera che un Disegno Intelligente non esclude un processo casuale come quello darwiniano, che avviene per cos dire per tentativi ed errori, cos che sopravvivono solo gli individui che meglio si adattano all'ambiente nel corso della lotta per la vita. Pensiamo all'idea pi nobile che abbiamo di "disegno intelligente", e cio alla creazione artistica.  Michelangelo a dirci in un suo celebre sonetto che l'artista, quando si trova di fronte al blocco di marmo, non ha dall'inizio in mente la statua che ne uscir, ma va appunto per tentativi, interrogando le resistenze della materia, cercando di buttare via il "soverchio" per fare uscire a poco a poco la statua dalla ganga materiale che la imprigionava. Ma che la statua ci fosse, e fosse proprio il Mos o un Prigione, l'artista lo scopre solo alla fine di quel processo fatto di tentativi continui.
Un Disegno Intelligente pu manifestarsi dunque anche attraverso una serie di accettazioni e ripulse di quello che il caso offre. Naturalmente bisogna decidere se prima sta il Disegnatore, capace di scegliere e rifiutare, o se  il Caso che, accettando e rifiutando, si manifesta come l'unica forma d'Intelligenza - che sarebbe come dire che  il Caso che si fa Dio. E non  questione da poco. Semplicemente  un poco pi filosoficamente complessa di come la mettono i fondamentalisti.
2005
La renna e il cammello
In queste settimane prenatalizie  impazzata la polemica sui presepi. Da un lato, alcune grandi catene di magazzini hanno abolito la vendita del materiale da presepio perch (si dice) nessuno lo chiede pi, da cui lo sdegno di molte anime pie che, invece di scagliarsi contro i loro simili che si disinteressano a quella tradizione, se la sono presa con i commercianti (e addirittura con una catena che, com' poi emerso, statuine da presepio non ne aveva mai vendute neanche prima). Dall'altro, se ne  tratta la conclusione che la disaffezione verso il presepio  dovuta all'eccesso di politically correct citando l'esempio di molte scuole in cui non lo si allestisce pi per non offendere la sensibilit dei bambini di altra religione.
Per quanto riguarda le scuole, anche se il fenomeno fosse limitato, sarebbe un brutto segno, perch la scuola non deve cancellare le tradizioni ma piuttosto rispettarle tutte. Se vuole far convivere pacificamente bambini di etnie diverse, deve permettere a ciascuno di capire le tradizioni degli altri. Quindi a Natale ci dovrebbe essere il presepio e, nelle ricorrenze importanti per altre religioni o gruppi etnici, l'esibizione dei loro simboli e dei loro apparati rituali. Cos i bambini sarebbero edotti della pluralit delle varie tradizioni e credenze, ciascuno parteciperebbe in qualche modo alla festa degli altri, un piccolo cristiano apprenderebbe cosa sia il Ramadan e un piccolo musulmano imparerebbe qualcosa sulla nascita di Ges.
Quanto al fatto che non si vendano pi statuine ho l'impressione che si tratti di una gonfiatura giornalistica. A San Gregorio Armeno a Napoli continua la vendita delle figurine pi incredibili; sono passato due anni fa alla Rinascente a Milano nel piano consacrato ai prodotti da presepio, ed era affollatissimo; un settimanale ha fatto un'inchiesta tra uomini politici ed  venuto fuori che pi uno  di sinistra o pi  mangiapreti, pi  affezionato al presepio. Tanto da far pensare che il presepio sia un simbolo caro ai laici, mentre quelli che vanno a messa si sono convertiti all'albero, mettendo Babbo Natale al posto di Ges Bambino o dei Magi, che ai miei tempi si incaricavano dei regali, ed ecco perch i fanciulli di allora celebravano cos gioiosamente il re del cielo che scendeva dalle stelle per occuparsi dei loro giocattoli.
Ma la faccenda  ancora pi confusa di cos. Si pensa che l'albero e Babbo Natale rappresentino una tradizione protestante senza per ricordare che Santa Claus era un santo cattolico, san Nicola di Bari (e il suo nome nasce da una storpiatura di Nicholas o Nikolaus). Per l'albero sempreverde  al tempo stesso un'eredit pagana perch ricorda la festa precristiana del solstizio invernale, la Yule, e la Chiesa aveva fissato il Natale nella stessa data proprio per assorbire e addomesticare tradizione e celebrazioni precedenti. Ultima ambiguit, il neopaganesimo consumistico ha completamente desacralizzato l'albero, che  diventato mero pezzo d'arredamento stagionale, come le luminarie cittadine. Bambini e genitori si divertono ad attaccarvi le palline colorate, ma certamente mi divertivo di pi io ad assistere mio pap che iniziava a costruire il presepio all'inizio di dicembre, ed era una festa vedervi zampillare fontanelle e cascate per virt nascosta di un apparato per il clistere.
 che la pratica del presepio si sta perdendo perch la sua preparazione costa lavoro e inventiva (tutti gli alberi natalizi si assomigliano mentre i presepi sono sempre uno diverso dall'altro) e se si trascorrono le serate a fare il presepio si rischia di non vedere quegli spettacoli televisivi che sono cos importanti per la preservazione della famiglia, visto che ci avvertono sempre che per far vedere ai bambini donne nude e cervella spappolate  richiesta la presenza dei genitori.
Ricordando che mio pap, cos devoto al presepio, era un socialista saragattiano, blandamente deista e moderatamente anticlericale, ritengo che dimenticare il presepio sia un male anche per i non credenti e forse specie per loro. Infatti per inventare il presepio ci voleva un personaggio come san Francesco, la cui religiosit si esprimeva anzitutto parlando a lupi e uccelli: il presepio  la cosa pi umana e meno trascendente che si potesse inventare per ricordare la nascita di Ges. In quel sacro diorama nulla, tranne la stella cometa e due angioletti che svolazzano sulla capanna, rinvia a sottigliezze teologiche, e pi il presepio si popola pi celebra la vita di tutti i giorni, aiutando i piccoli a capire com'era la vita quotidiana dei tempi andati, e forse a provare nostalgia di una natura non ancora contaminata.
Mentre la tradizione laica e consumistica dell'albero evoca superstizioni persino un po' naziste, che si perdono nella notte dei tempi, la tradizione religiosa del presepio celebra un ambiente laico e naturale, con le sue casette sulle colline, le pecore, le galline, i fabbri ferrai e i falegnami, le portatrici d'acqua, il bue, l'asino e il cammello - che agilmente passer per la cruna di un ago, mentre chi mette sotto l'albero regali troppo costosi non entrer nel regno dei cieli.
2006
Boccaccia mia statte zitta...
Credo che siano ormai quindici anni da quando scrivevo che l'Europa entro qualche decennio sarebbe diventata un continente colorato, ma che il processo sarebbe costato lacrime e sangue. Non ero un profeta, semplicemente una persona di buon senso che spesso si rivolge alla storia, persuaso che, a imparare quello che  accaduto, sovente si capisce quello che potrebbe accadere. Senza pensare agli attentati terroristici, mi basta vedere che cosa inquieta gli animi in questi giorni. In Francia un professore di liceo scrive cose molto critiche nei confronti della religione musulmana e corre pericolo di morte. A Berlino si toglie dal cartellone un Idomeneo di Mozart dove appaiono le teste mozzate non solo di Ges e Buddha (e passi) ma anche di Maometto. Non parlo del papa, che in fondo alla sua et doveva capire che corre una certa differenza tra una lezione universitaria di un professore qualsiasi e il discorso di un pontefice trasmesso da tutte le televisioni, e quindi forse doveva andare un poco pi cauto (ma certamente quelli che hanno preso pretesto da una citazione storica per cercare di scatenare una nuova guerra di religione non sono tra coloro coi quali vorrei uscire a cena).
Sul caso del professore francese ha scritto un bell'articolo Bernard-Henri Lvy (vedi il Corriere del 4 ottobre): si pu essere in pieno disaccordo con quello che lui pensa, ma si deve difendere il suo diritto a esprimere una libera opinione in materia religiosa e non si pu sottostare a ricatti. Sul caso dell'Idomeneo, sullo stesso numero del Corriere Sergio Romano scrive quello che cerco di riprendere in termini miei, di cui lui non  responsabile: se un regista ammalato di novit mette in scena un'opera di Mozart inserendovi le teste mozzate di alcuni fondatori di religioni, mentre a Mozart non era mai passato per la testa, il minimo che si pu fare  prenderlo a calci, ma per ragioni estetiche e filologiche, come a pedate andrebbero presi quei registi che rappresentano Edipo re coi personaggi in doppiopetto gessato. Ma ecco che lo stesso giorno, su Repubblica, un musicista insigne come Daniel Barenboim, pur chiedendosi saggiamente se davvero fosse nello spirito mozartiano azzardarsi in quella messa in scena, si appella ai diritti dell'arte.
Credo che il mio amico Daniel sarebbe d'accordo nel lamentare che anni fa si sia criticata (o proibita) la messa in scena del Mercante di Venezia di Shakespeare perch certamente ispirata a un antisemitismo comune all'epoca (e prima ancora, da Chaucer in avanti), ma che ci mostra in Shylock un caso umano e patetico. Ma ecco a cosa ci troviamo di fronte: alla paura di parlare. E ricordando che questi tab non sono tutti imputabili ai fondamentalisti musulmani (che quanto a permalosit non scherzano), ma sono iniziati con l'ideologia del politically correct, in s ispirata a sensi di rispetto verso tutti, ma che ormai impedisce, almeno in America, di raccontare barzellette non dico su ebrei, musulmani e disabili, ma su scozzesi, genovesi, belgi, carabinieri, pompieri, netturbini ed eschimesi (che non si dovrebbe chiamare cos, ma se li chiamo come essi vorrebbero nessuno capirebbe di chi parlo).
Una ventina d'anni fa insegnavo a New York e, per mostrare come si analizza un testo, avevo scelto, quasi a caso, un racconto in cui (in una sola riga) un marinaio dal linguaggio sboccato definiva la vulva di una prostituta "larga come la misericordia di..." - e metto i puntini al posto del nome di una divinit. Alla fine sono stato avvicinato da uno studente evidentemente musulmano che mi ha rispettosamente rimproverato di aver mancato di rispetto alla sua religione. Gli ho ovviamente risposto che io stavo soltanto citando una volgarit altrui, ma che in ogni caso mi scusavo. Per il giorno dopo ho inserito nel mio discorso un'allusione poco rispettosa (anche se giocosa) a un personaggio insigne del Pantheon cristiano. Tutti si sono messi a ridere, e lui si  unito all'ilarit generale. Allora, alla fine, l'ho preso sotto il braccio e gli ho chiesto perch aveva mancato di rispetto alla mia religione. Poi per ho cercato di spiegargli la differenza tra fare un accenno scherzoso, nominare il nome di Dio invano e proferire bestemmie, invitandolo a una maggiore tolleranza. Si  scusato lui, e confido abbia capito. Quello che forse non ha ben colto  l'estrema tolleranza del mondo cattolico, visto che in una "cultura" della bestemmia, in cui un credente timorato di Dio pu definire l'ente supremo con aggettivi irripetibili, chi potrebbe pi scandalizzarsi di alcunch?
Ma non tutti i rapporti educativi possono essere pacifici e civili come quello che ho avuto col mio studente. Per il resto meglio tenere la bocca chiusa. Ma che cosa avverr in una cultura in cui, per timore di commettere una gaffe, neppure gli studiosi oseranno pi riferirsi (tanto per dire) a un filosofo arabo? Ne deriverebbe una damnatio memoriae, la cancellazione di una rispettabile cultura diversa attraverso il silenzio. E non gioverebbe alla conoscenza e comprensione reciproca.
2006
Idolatria e iconoclastia leggera
Viviamo in una civilt delle immagini in cui si  perduta la cultura alfabetica o l'alfabeto torna a trionfare con Internet? Dove mettiamo la televisione, i DVD, i videogiochi?  che il rapporto degli esseri umani con le immagini  sempre stato alquanto tormentato, e ce lo ricorda Maria Bettetini nel suo Contro le immagini. Le radici dell'iconoclastia (Laterza, 2006). Dovrei parlare di "agile" libretto di centosessanta pagine, ma non vorrei ingannare nessuno: il libretto  denso ed  rivolto a chi sappia qualcosa di questioni filosofiche e teologiche. Tanto che, poich la sua densit non permette di riassumerlo, mi limito ad alcune libere divagazioni su questa abilit umana (ignota agli animali) di foggiare "simulacri".
Per Platone, se le cose sono riproduzioni imperfette di modelli ideali, le immagini sono imitazioni imperfette delle cose, e quindi pallide imitazioni di seconda mano; ma con il neoplatonismo le immagini diventano diretta imitazione dei modelli ideali, e il termine agalma significa al tempo stesso statua e, appunto, immagine, ma anche splendore, decoro e quindi bellezza.
L'ambiguit era presente nel mondo ebraico, dove  indiscutibile che non si possano fare immagini di Dio (di fatto non si pu neppure pronunciare il suo vero nome) ma in fondo Dio aveva creato l'uomo a propria immagine e, se si vanno a leggere nella Bibbia le descrizioni del tempio di Salomone, si vede che vi erano raffigurati non solo vegetali e animali di ogni specie, ma persino i cherubini. E se la stessa interdizione di rappresentare le cose celesti vigeva nel mondo musulmano, il ricorso a forme calligrafiche e astratte valeva per i luoghi di culto, ma la cultura musulmana ci ha provvisto splendide e immaginifiche miniature.
Col cristianesimo non solo Dio aveva assunto un corpo "visibile", ma questo corpo divino aveva lasciato immagini del proprio volto su veli o fazzoletti insanguinati. Inoltre il cristianesimo (e lo avrebbe poi spiegato assai bene Hegel) aveva bisogno delle immagini non solo per rappresentare la gloria dei cieli, ma anche il volto sfigurato del Cristo sofferente e la sordida ferocia dei suoi persecutori.
A questo punto  ovvio che la cosa si ingarbugli ancora di pi, perch da un lato neoplatonici come lo pseudo Dionigi Areopagita ci dicono che delle cose divine si pu parlare solo per negazione (altro che rappresentarlo in modo adeguato!) e pertanto se proprio si deve alludere a Dio meglio usare le immagini pi oltraggiosamente dissimili, come orso o pantera; tuttavia, dall'altro lato, gente che aveva letto lo pseudo Dionigi avrebbe poi elaborato l'idea che ogni cosa terrena altro non  che immagine delle cose celesti e ogni creatura mondana  quasi "pittura" delle cose che altrimenti sfuggirebbero ai nostri sensi, per cui era lecito e conveniente proporre pitture di queste pitture.
Per per i semplici era facile passare dal fascino della figura alla sua identificazione con la cosa rappresentata, e scivolare dal culto delle immagini all'idolatria (ritorno al vitello d'oro). Da cui la vicenda dell'iconoclastia e della celebre campagna bizantina contro le immagini.
Di converso la Chiesa di Roma non rinuncia all'uso di rappresentazioni visive perch, come si ripeter sovente, pictura est laicorum literatura e ai semplici che non sanno leggere si pu insegnare solo per immagini. E per si discute di quale sia il potere di questa selva di figure che popolano abbazie e cattedrali, e ai tempi di Carlo Magno si elabora una cauta teoria per cui le immagini sono s buone, ma solo come stimolo per la memoria, e che infine sarebbe difficile decidere se un'immagine femminile rappresenti una Vergine da venerare o una Venere pagana da aborrire, se non ci fosse il "titulus" ovvero la didascalia. Come se i carolingi avessero letto Barthes che teorizzava l'ancoraggio verbale delle immagini (non per la celebrazione di Dio ma per la vendita dei nuovi idoli commerciali), e avessero anticipato la teoria di una cultura verbo-visiva, com' appunto quella attuale, in cui semplicemente la televisione (immagine pi parola) ha sostituito la cattedrale - ed , dico io, sugli schermi che il papa viene venerato, e talora idolatrato, non pi andando in chiesa.
Di qui altre riflessioni, con cui si conclude il libretto (agile ma preoccupante) di Maria Bettetini: per cui non solo vive sempre il timore che la bellezza delle immagini, anche di quelle sacre, faccia dimenticare Dio (e se ne preoccupava gi san Bernardo), o si lamenta laicamente che nelle nuove immagini si consumi la "perdita dell'aura", ma l'arte contemporanea prima distrugge o sfigura le immagini della tradizione (Picasso o l'informale), poi vi gioca moltiplicandole (Warhol) e infine le sostituisce, le getta, le ricicla, le ricrea, in una sorta di permanente "iconoclastia leggera".
Per cui la situazione in cui viviamo  ancora pi complicata di quella che preoccupava Platone, e bisognerebbe riprendere la discussione da capo.
2007
Scalfari e i fatti (suoi e miei)
La settimana scorsa Eugenio Scalfari si  intrattenuto, con attenzione di cui gli sono grato, su una recente raccolta di studi storici che ho pubblicato e, dopo molte affermazioni d'incompetenza,  andato a individuare un tema filosofico da far tremare le vene e i polsi. Chiss che cosa mi riservava se era competente.
In sostanza, Scalfari trova nell'ultimo saggio della mia raccolta una polemica contro la vulgata nietzschiana per cui non ci sarebbero fatti ma solo interpretazioni. Scalfari ha buon gioco a osservare che i fatti sono muti proprio perch stimolo a interpretazioni e che, in parole povere, tutto quello che conosciamo dipende dal modo in cui lo guardiamo, e cio dalla nostra prospettiva interpretativa. E obietta che io non spiego "in qual modo i fatti possano intervenire sulle interpretazioni".
Mi basterebbe rispondergli che ho cercato di farlo in opere precedenti come I limiti dell'interpretazione e Kant e l'ornitorinco, e che a una questione del genere non si risponde nell'ambito di una povera Bustina. Ma almeno si pu mettere in chiaro una possibile ambiguit, fonte di malintesi. Io ritengo che neppure Scalfari escluda che quando vediamo le stelle in cielo ci sia qualcosa lass: semplicemente dice che quel che ne sappiamo dipende dal modo in cui interpretiamo il fenomeno (tanto  vero che gli antichi vi vedevano figure celesti, gli astronomi di Monte Palomar ci vedono ben altro, ma anche loro saranno pronti a rivedere la loro interpretazione quando strumenti pi raffinati gli mostreranno cose che per ora sfuggono alla loro attenzione).
Ora per possiamo fare tre affermazioni molto diverse tra loro: (i) non ci sono fatti ma solo interpretazioni; (ii) tutti i fatti li conosciamo attraverso una nostra interpretazione; (iii) la presenza dei fatti  dimostrata dal fatto che alcune interpretazioni proprio non funzionano, e dunque ci deve essere qualcosa che ci obbliga a buttarle via.  la confusione fra questi tre tipi di affermazione che spinge per esempio Ratzinger e altri a vedere nel pensiero moderno la manifestazione di un relativismo radicale. Ma il relativismo radicale si manifesta solo se si accetta l'affermazione numero (i) - verso cui, comunque la si metta, Nietzsche inclinava pericolosamente. Invece chi accetti l'affermazione numero (ii) dice una cosa ovvia.  naturale che se vedo una luce in fondo al prato nella notte devo fare qualche sforzo interpretativo per decidere se si tratta di una lucciola, di un lume a una finestra lontana, di un tizio che sta accendendo una sigaretta, o addirittura di un fuoco fatuo e cos via. Ma se per caso decido che si tratta di una lucciola a dieci metri da me, balzo in avanti per afferrarla, e poi mi accorgo che, arrivato in fondo al prato, per quanto vada ancora avanti il lumino rimane lontano, sono obbligato a buttare via l'interpretazione "lucciola" come sbagliata (forse mi orienterei sul lume lontano, ma dipende). In ogni caso sono di fronte a qualcosa che, indipendente dalla mia interpretazione, la rende insostenibile. Quel qualcosa che sfida la mia interpretazione io lo chiamo "fatto". I fatti sono quelle cose che resistono alle mie interpretazioni.
Le mie idee sui fatti non riguardano solo la natura, ma anche i testi. Una volta ho raccontato di una divertente diatriba tra joyciani appassionati del Finnegans Wake (un libro che ha l'aria di incoraggiare qualsiasi interpretazione possibile), dove un lettore aveva trovato, dopo un'allusione ai sovietici, il gioco di parole "berial" invece di "burial" (sepoltura) e ne aveva concluso che si trattava di un'allusione a Lavrenti Beria, il ministro di Stalin, poi fucilato. Altri lettori avevano subito osservato che Beria era diventato noto dopo la data in cui Joyce aveva scritto il suo testo e quindi il riferimento non poteva riguardarlo. Ma altri lettori (gi al limite del delirio) avevano risposto che non si poteva escludere che Joyce avesse facolt profetiche. Sino a che era arrivato un altro lettore che aveva fatto notare come tutte le pagine precedenti sviluppassero un'allegoria religiosa con riferimento al Giuseppe biblico, che era stato sepolto due volte, e come nella storia sacra apparissero due Beria, sia un figlio di un figlio di Giuseppe che un figlio di suo fratello Efraim. La presenza di un contesto cos forte  per me un fatto, e questo fatto rende pi attendibile l'ipotesi biblica (che avrebbe un senso) che non quella sovietica (che non spiegherebbe niente). Ci sono interpretazioni smentite dai fatti (contestuali).
I fatti sono quella cosa che, non appena li interpretiamo in modo sbagliato, ci dicono che a continuare cos non si pu andare avanti. Capisco che, come definizione dei fatti, questa possa scontentare molti, eppure non solo i filosofi ma anche gli scienziati procedono in questo modo. Se si tratta di andare sulla Luna l'interpretazione di Galileo funziona meglio di quella di Tolomeo.
2007
La cocaina dei popoli
In un recente dibattito dedicato alla semiotica del sacro si era finiti a un certo punto per parlare di quell'idea che va da Machiavelli a Rousseau, e oltre, di una "religione civile" dei Romani, intesa come insieme di credenze e di obblighi capace di tenere insieme la societ.  stato fatto notare che da questa concezione, in s virtuosa, si arriva facilmente all'idea della religione come instrumentum regni, espediente che un potere politico (magari rappresentato da miscredenti) usa per tenere buoni i propri sudditi.
L'idea era gi presente in autori che avevano esperienza della religione civile dei Romani e per esempio Polibio (Storie VI) scriveva a proposito dei riti romani che "in una nazione formata da soli sapienti, sarebbe inutile ricorrere a mezzi come questi, ma poich la moltitudine  per sua natura volubile e soggiace a passioni di ogni genere, a sfrenata avidit, ad ira violenta, non c' che trattenerla con siffatti apparati e con misteriosi timori. Sono per questo del parere che gli antichi non abbiano introdotto senza ragione presso le moltitudini la fede religiosa e le superstizioni sull'Ade, ma che piuttosto siano stolti coloro che cercano di eliminarle ai nostri giorni... I Romani, pur maneggiando nelle pubbliche cariche e nelle ambascerie quantit di denaro di molto maggiori, si conservano onesti solo per rispetto al vincolo del giuramento; mentre presso gli altri popoli raramente si trova chi non tocchi il pubblico denaro, presso i Romani  raro trovare che qualcuno si macchi di tale colpa."
Se pure i Romani si comportavano cos virtuosamente in epoca repubblicana, certamente a un certo punto hanno smesso. E si pu capire perch secoli dopo Spinoza desse un'altra lettura dello instrumentum regni, e delle sue cerimonie splendide e accattivanti: "Ordunque, se  vero che il segreto pi grande e il massimo interesse del regime monarchico consistono nel mantenere gli uomini nell'inganno e nel nascondere sotto lo specioso nome di religione la paura con cui essi devono essere tenuti sottomessi, perch combattano per la loro schiavit come se fosse la loro salvezza...  altrettanto vero che in una libera comunit non si potrebbe n pensare n tentare di realizzare nulla di pi funesto" (Trattato teologico politico).
Di qui non era difficile arrivare alla celebre definizione marxiana per cui la religione  l'oppio dei popoli.
Ma  vero che le religioni hanno tutte e sempre questa virtus dormitiva? Di opinione nettamente diversa  per esempio Jos Saramago che a pi riprese si  scagliato contro le religioni come fomite di conflitto: "Le religioni, tutte, senza eccezione, non serviranno mai per avvicinare e riconciliare gli uomini e, al contrario, sono state e continuano a essere causa di sofferenze inenarrabili, di stragi, di mostruose violenze fisiche e spirituali che costituiscono uno dei pi tenebrosi capitoli della misera storia umana" (Repubblica, 20 settembre 2001).
Saramago concludeva altrove che "se tutti fossimo atei vivremmo in una societ pi pacifica". Non sono sicuro che abbia ragione, ma certo sembra che indirettamente gli abbia risposto papa Ratzinger nella sua recente enciclica Spe salvi dove ci dice che al contrario l'ateismo del XIX e del XX secolo, anche se si  presentato come protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale, ha fatto s che "da tale premessa siano conseguite le pi grandi crudelt e violazioni della giustizia".
Mi viene il sospetto che Ratzinger pensasse a quei senzadio di Lenin e Stalin, ma dimenticava che sulle bandiere naziste stava scritto Gott mit uns (che significa "Dio  con noi"), che falangi di cappellani militari benedicevano i gagliardetti fascisti, che ispirato a principi religiosissimi e sostenuto da Guerriglieri di Cristo Re era il massacratore Francisco Franco (a parte i crimini degli avversari,  pur sempre lui che ha cominciato), che religiosissimi erano i vandeani contro i repubblicani che avevano pure inventato una Dea Ragione (instrumentum regni), che cattolici e protestanti si sono allegramente massacrati per anni e anni, che sia i crociati che i loro nemici erano spinti da motivazioni religiose, che per difendere la religione romana si facevano mangiare i cristiani dai leoni, che per ragioni religiose sono stati accesi molti roghi, che religiosissimi sono i fondamentalisti musulmani, gli attentatori delle Twin Towers, Osama e i talebani che bombardavano i Buddha, che per ragioni religiose si oppongono India e Pakistan, e che infine  invocando God bless America, Dio benedica l'America, che Bush ha invaso l'Iraq.
Per cui mi veniva da riflettere che forse (se talora la religione  o  stata oppio dei popoli) pi spesso ne  stata la cocaina.
2007
Dei d'America
Uno dei maggiori divertimenti del visitatore europeo negli Stati Uniti  sempre stato sintonizzarsi la domenica mattina sui canali TV dedicati alle trasmissioni religiose. Chi non ha mai visto queste assemblee di fedeli rapiti in estasi, di pastori che lanciano anatemi e di gruppi di femmine che assomigliano a Woopy Goldberg e danzano ritmicamente gridando "Oh Jesus", ne ha avuto forse un'idea vedendo recentemente Borat, ma ha creduto che si trattasse di un'invenzione satirica, cos come lo era la rappresentazione del Kazakistan. No, quello di Sacha Baron Cohen era un caso di candid camera, egli aveva ripreso quello che stava davvero accadendo intorno a lui. Insomma una di queste cerimonie dei fondamentalisti americani fa apparire il rito della liquefazione del sangue di san Gennaro come una riunione di studiosi dell'Illuminismo.
Alla fine degli anni sessanta avevo visitato in Oklahoma la Oral Roberts University (Oral Roberts era uno di questi telepredicatori carismatici) dominata da una torre con una piattaforma rotante. I fedeli mandavano donazioni e, a seconda della somma, la torre emetteva nell'etere le loro preghiere. Per essere assunto come insegnante nell'universit si doveva rispondere anzitutto a un questionario in cui appariva anche questa domanda: "Do you speak in tongues?" ovvero "avete il dono delle lingue, come gli apostoli?" Si diceva che un giovane professore, che aveva gran bisogno di lavoro, aveva risposto "not yet, non ancora", ed era stato assunto in prova.
Le chiese fondamentaliste erano antidarwiniane, antiabortiste, sostenevano la preghiera obbligatoria nelle scuole, all'occorrenza erano antisemite e anticattoliche, in molti Stati segregazioniste, ma sino a pochi decenni fa rappresentavano in fondo un fenomeno abbastanza marginale, limitato all'America profonda della Bible belt. Il volto ufficiale del paese era rappresentato da governi attenti a separare politica e religione, dalle universit, da artisti e scrittori, da Hollywood.
Nel 1980 Furio Colombo aveva dedicato ai movimenti fondamentalisti il suo Il Dio d'America, ma il libro era stato visto da molti pi come una profezia pessimistica che non come il rapporto su una realt preoccupantemente in crescita. Ora Colombo ha ripubblicato il libro (allegato all'Unit di qualche settimana fa) con una nuova introduzione che questa volta nessuno potr scambiare per una profezia. Secondo Colombo la religione ha fatto il suo ingresso nella politica americana nel 1979 nel corso della campagna che opponeva Carter a Reagan. Carter era un buon liberale ma era cristiano fervente, di quelli detti born again, rinati alla fede. Reagan era un conservatore, ma ex uomo di spettacolo, gioviale, mondano, e religioso solo perch andava in chiesa alla domenica. Ora era accaduto che l'insieme delle sette fondamentaliste si fosse schierato con Reagan, e Reagan aveva ripagato accentuando le sue posizioni religiose, per esempio nominando alla Corte suprema giudici contrari all'aborto.
Ma del pari i fondamentalisti avevano iniziato a sostenere tutte le posizioni della destra, avevano sostenuto la lobby delle armi, si erano opposti all'assistenza medica e, attraverso i loro predicatori pi fanatici, avevano sostenuto una politica bellicista, presentando persino la prospettiva di un olocausto atomico come necessario per sconfiggere il regno del male. Oggi la decisione di McCain, di scegliere una donna nota per le sue tendenze dogmatiche come vicepresidente, e il fatto che almeno all'inizio i sondaggi abbiano premiato la sua decisione, va proprio in questa direzione.
Colombo fa per osservare che, mentre in passato i fondamentalisti si opponevano ai cattolici, ora i cattolici, e non solo in America, vanno sempre pi avvicinandosi alle posizioni dei fondamentalisti (si veda per esempio il curioso ritorno all'antidarwinismo quando ormai la Chiesa aveva per cos dire firmato un ampio armistizio con le teorie evoluzionistiche). E in effetti che la Chiesa italiana si sia schierata non con il cattolico praticante Prodi ma con un laico divorziato e gaudente, lascia pensare che anche in Italia predomini la tendenza a offrire i voti dei credenti a politici che, indifferenti ai valori religiosi, siano disposti a concedere il massimo alle richieste dogmaticamente pi rigide della Chiesa che li sostiene.
Viene da riflettere su un discorso del carismatico Pat Robertson nel 1986: "Voglio che voi pensiate a un sistema di scuole in cui l'insegnamento umanistico sar completamente bandito, una societ in cui la Chiesa fondamentalista avr assunto il controllo delle forze che determinano la vita sociale."
2008
Reliquie per l'anno nuovo
Armando Torno, sul Corriere della Sera del 3 gennaio scorso, si intratteneva non solo sulle reliquie sacre ma anche su quelle laiche, dalla testa di Cartesio al cervello di Gorkij. Quello di conservar reliquie non , come si crede comunemente, un vezzo cristiano, ma  stato tipico di ogni religione e cultura. Gioca nel culto delle reliquie una sorta di pulsione che definirei mito-materialistica, per cui si pu ritrovare qualcosa del potere di un grande o di un santo toccando pezzi del suo corpo, dall'altro un normale gusto antiquario (per cui il collezionista  disposto a spendere capitali non solo per avere la prima copia edita di un libro famoso, ma anche quella appartenuta a una persona importante). E accade sempre pi spesso nelle aste americane che i memorabilia da acquistare a caro prezzo possano essere sia i guanti (veri) di Jacqueline Kennedy sia quelli (falsi) indossati da Rita Hayworth in Gilda. Infine c' il fattore economico: il possesso di una reliquia famosa era nel Medioevo una preziosa risorsa turistica perch attraeva flussi di pellegrini, cos come oggi una discoteca nell'entroterra riminese attrae turiste tedesche e russe. D'altra parte ho visto molti turisti a Nashville, Tennessee, venuti per ammirare la Cadillac di Elvis Presley. E dire che non era l'unica, perch ne cambiava una ogni sei mesi.
Forse preso da quello spirito natalizio di cui dicevo nella scorsa Bustina, all'Epifania, invece di andare (come tutti) su Internet per intercettare filmini porno, essendo di spirito umorale e bizzarro ho deciso di navigarvi alla ricerca di reliquie famose.
Per esempio, ora sappiamo che il capo di san Giovanni Battista  conservato nella chiesa di San Silvestro in Capite a Roma, ma una tradizione precedente lo voleva nella cattedrale d'Amiens. Comunque il capo custodito a Roma sarebbe senza la mandibola, conservata nella cattedrale di San Lorenzo a Viterbo. Il piatto che ha accolto la testa del Battista  a Genova, nel tesoro della cattedrale di San Lorenzo, assieme alle ceneri del santo, ma parte di queste ceneri sono anche conservate nell'antica chiesa del monastero delle Benedettine di Loano, mentre un dito si troverebbe nel Museo dell'Opera del Duomo di Firenze, un braccio nella cattedrale di Siena, la mandibola a San Lorenzo in Viterbo. Dei denti uno sta nella cattedrale di Ragusa e un altro, insieme a una ciocca di capelli, a Monza. Nessuna notizia degli altri trenta. Un'antica leggenda voleva che in qualche cattedrale fosse conservata la testa del Battista all'et di dodici anni, ma non mi risulta esista alcun documento ufficiale che confermi la diceria.
La Vera Croce  stata trovata a Gerusalemme da sant'Elena, madre di Costantino. Sottratta dai persiani nel VII secolo, recuperata dall'imperatore bizantino Eraclio,  stata poi portata dai crociati sul campo di battaglia contro il Saladino. Malauguratamente ha vinto il Saladino, e della croce si sono perse le tracce per sempre. Tuttavia ne erano gi stati prelevati vari frammenti. Dei chiodi, uno sarebbe conservato nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. La corona di spine, a lungo conservata a Costantinopoli,  stata suddivisa nell'intento di donare almeno una spina a chiese e santuari diversi. La Sacra Lancia, gi appartenuta a Carlo Magno e ai suoi successori, oggi si trova a Vienna. Il Prepuzio di Ges era esposto a Calcata (Viterbo) fino a che nel 1970 il parroco ne ha comunicato il furto. Ma hanno rivendicato il possesso della stessa reliquia Roma, Santiago di Compostela, Chartres, Besanon, Metz, Hildesheim, Charroux, Conques, Langres, Anversa, Fcamp, Puy-en-Velay, Auvergne. Il sangue scaturito dalla ferita al costato, raccolto da Longino, sarebbe stato portato a Mantova, ma altro sangue  conservato nella Basilica del Sacro Sangue a Bruges. La Sacra Culla  a Santa Maria Maggiore (Roma), mentre com' noto la Sacra Sindone  a Torino. Le fasce del bambino Ges sono ad Aquisgrana. La tovaglia usata da Cristo per la lavanda dei piedi degli apostoli  sia nella chiesa romana di San Giovanni in Laterano sia in Germania, ad Acqs, ma non  escluso che Ges abbia usato due tovaglie o abbia lavato i piedi due volte. In molte chiese sono conservati i capelli o il latte di Maria, l'anello delle nozze con Giuseppe sarebbe a Perugia, ma quello di fidanzamento  a Notre-Dame di Parigi.
A Milano si conservavano le spoglie dei Re Magi, ma nel XII secolo Federico Barbarossa le ha prese come bottino di guerra e portate a Colonia. Modestamente, ho raccontato questa storia nel mio romanzo Baudolino, ma non pretendo di far credere chi non crede.
2009
Il crocefisso, simbolo quasi laico
Non mi ricordo come e perch ma la polemica sul crocefisso nelle scuole aveva gi infuriato circa sei anni fa. A distanza di tanto tempo, salvo il fatto che si profila un contrasto tra governo italiano e Chiesa da un lato, e Unione Europea dall'altro, i termini del problema non sono granch cambiati.
La Repubblica francese proibisce l'esibizione di simboli religiosi nelle scuole dello Stato, ma alcune delle grandi correnti del cattolicesimo moderno sono fiorite proprio nella Francia repubblicana, a destra come a sinistra, da Charles Peguy e Lon Bloy a Maritain e Mounier, per arrivare sino ai preti operai, e se Fatima  in Portogallo, Lourdes  in Francia. Quindi si vede che, anche eliminando i simboli religiosi dalle scuole, questo non incide sulla vitalit dei sentimenti religiosi. Nelle universit nostre non c' il crocefisso nelle aule, ma schiere di studenti aderiscono a Comunione e Liberazione. Di converso, almeno due generazioni di italiani hanno passato l'infanzia in aule in cui c'era il crocefisso in mezzo al ritratto del re e a quello del duce, e sui trenta alunni di ciascuna classe parte sono diventati atei, altri antifascisti, altri ancora, credo la maggioranza, hanno votato per la repubblica.
Per, mentre era sbagliato citare nella Costituzione europea solo la tradizione cristiana, perch l'Europa  stata influenzata anche dalla cultura pagana greca e dalla tradizione giudaica (e che  la Bibbia?),  peraltro vero che la storia delle sue varie nazioni  stata segnata da credenze e simboli cristiani, cos che le croci si trovano sui gonfaloni di molte citt italiane magari governate per decenni dai comunisti, su stemmi gentilizi, su numerose bandiere nazionali (inglese, svedese, norvegese, danese, svizzera, islandese, maltese e cos via) in modo tale che  divenuto un segno spogliato di ogni richiamo religioso. Non solo, un cristiano sensibile dovrebbe indignarsi per il fatto che una croce in oro orni sia il petto villoso dei maschiacci romagnoli specializzati in turiste tedesche, che la scollatura di molte signore di facili costumi (ricordiamo che il cardinal Lambertini, vedendo una croce sul seno fiorente di una bella dama, faceva salaci osservazioni sulla dolcezza di quel calvario). Portano catenelle con croci ragazze che vanno in giro con l'ombelico scoperto e la gonna all'inguine. Se fossi il papa chiederei che un simbolo cos oltraggiato scomparisse, per rispetto, dalle aule scolastiche.
Visto che il crocefisso, salvo quando appare in chiesa,  diventato un simbolo laico, e in ogni caso neutro,  pi bigotta la Chiesa che vuole tenerlo o l'Unione Europea che vuole toglierlo?
Parimenti la mezzaluna musulmana appare nelle bandiere dell'Algeria, della Libia, delle Maldive, della Malesia, della Mauritania, del Pakistan, di Singapore, della Turchia e della Tunisia, eppure si parla dell'entrata in Europa di una Turchia che porta quel simbolo religioso sulla bandiera, e se un monsignore cattolico viene invitato a tenere una conferenza in un ambiente musulmano, accetta di parlare in una sala decorata con versetti del Corano.
Che dire ai non cristiani che ormai abitano in modo consistente l'Europa? Che esistono a questo mondo degli usi e costumi, pi radicati delle fedi o delle rivolte contro ogni fede, e gli usi e costumi vanno rispettati. Per questo se visito una moschea mi tolgo le scarpe, altrimenti non ci vado. Per questo una visitatrice atea  tenuta, se visita una chiesa cristiana, a non esibire abiti provocanti, altrimenti si limiti a visitare i musei. La croce  un fatto di antropologia culturale, il suo profilo  radicato nella sensibilit comune. Chi emigra da noi deve anche familiarizzarsi con questi aspetti della sensibilit comune del paese ospite. Io so che nei paesi musulmani non si deve consumare alcool (tranne che in luoghi deputati come gli hotel per europei) e non vado a provocare gli abitanti locali tracannando whisky davanti a una moschea.
L'integrazione di un'Europa sempre pi affollata di extracomunitari deve avvenire sulla base di una reciproca tolleranza. Io credo che un ragazzo musulmano non debba essere disturbato da un crocefisso in aula, se per il resto le sue credenze vengono rispettate e specialmente se l'ora di religione si trasformasse in un'ora di storia delle religioni in cui si parla anche di quello in cui lui crede.
Naturalmente, a voler veramente scavalcare il problema, si potrebbe mettere nelle scuole una croce nuda e cruda, come accade di trovare anche nello studio di un arcivescovo, per evitare il richiamo troppo evidente a una religione specifica. Ma scommetto che una trovata cos ragionevole sarebbe intesa come un cedimento. Quindi, continuiamo a litigare.
2009
I Re Magi, questi sconosciuti
Quasi per caso mi  accaduto di assistere negli ultimi giorni a due episodi, una quindicenne che sfogliava molto interessata un libro di riproduzioni d'arte, e altri due quindicenni che stavano visitando (affascinati) il Louvre. Tutti e tre erano nati ed erano stati educati in paesi rigorosamente laici e in famiglie di non credenti. Questo faceva s che vedendo La zattera della Medusa capissero che alcuni sventurati erano appena sfuggiti a un naufragio, o che i due personaggi dell'Hayez che si vedono a Brera fossero due innamorati, ma non riuscivano a realizzare perch l'Angelico avesse rappresentato una ragazza a colloquio con un androgino alato o perch un signore sciamannato discendesse a balzelloni da una montagna portandosi addosso due lastre di pietra pesantissime ed emanando raggi luminosi dalle corna.
Naturalmente i ragazzi riconoscevano qualcosa in una nativit o in una crocifissione, perch avevano gi visto qualcosa di simile ma, se nel presepe si inserivano tre signori con mantello e corona, gi non sapevano chi fossero e da dove venissero.
 impossibile capire diciamo i tre quarti dell'arte occidentale se non si conoscono i fatti dell'Antico e del Nuovo Testamento e le storie dei santi. Chi  una ragazza con gli occhi su un piattino, viene dalla Notte dei morti viventi? E un cavaliere che taglia in due un capo di abbigliamento fa una campagna anti-Armani?
Quindi succede che, in molte situazioni culturali, ragazzi e ragazze imparano a scuola tutto sulla morte di Ettore ma niente su quella di san Sebastiano, tutto magari sulle nozze di Cadmo e Armonia ma niente sulle nozze di Cana. In certi paesi c' una forte tradizione di lettura della Bibbia, e i bambini sanno tutto sul vitello d'oro, ma niente sul lupo di san Francesco. In altri posti li si  imbottiti di vie crucis e li si  tenuti all'oscuro della mulier amicta solis dell'Apocalisse.
Ma il peggio avviene ovviamente quando un occidentale (e non solo i quindicenni) ha a che fare con rappresentazioni di altre culture - tanto pi invadenti oggi quando la gente viaggia in paesi esotici mentre gli abitanti di quei paesi vengono a installarsi da noi. Non parlo delle reazioni perplesse di un occidentale di fronte a una maschera africana, o delle sue risate davanti a dei Buddha oppressi dalla cellulite (tra l'altro costoro, interrogati, sono pronti a rispondere che Buddha  il dio degli orientali cos come Maometto  il dio dei musulmani);  che molti dei nostri vicini di casa sarebbero disposti a pensare che la facciata di un tempio indiano  stata disegnata dai comunisti per rappresentare quello che avveniva a Villa Certosa, e scuotono la testa quando vedono che gli stessi indiani prendono sul serio un signore accovacciato con la testa di elefante, senza rendersi conto che loro non trovano niente da ridire in una persona divina rappresentata come colomba.
Pertanto, al di l di ogni considerazione religiosa, e anche dal punto di vista pi laico del mondo, occorre che i ragazzi abbiano a scuola un'informazione di base su idee e tradizioni delle varie religioni. Pensare che non sia necessario equivale a dire che non bisogna insegnargli chi fossero Giove o Minerva perch erano solo fole per le vecchiette del Pireo.
Ora il voler risolvere l'educazione alle religioni con l'educazione a una singola religione (tanto per fare un esempio, quella cattolica in Italia)  culturalmente pericoloso perch, da un lato, non si pu impedire ad alunni non credenti o figli di non credenti, di non assistere a quell'ora, cos perdendo anche un minimo di elementi culturali fondamentali; e dall'altro viene esclusa dall'educazione scolastica ogni accenno ad altre tradizioni religiose. Non solo, ma anche l'ora di religione cattolica potrebbe risolversi in uno spazio di discussione etica, rispettabilissima, sui doveri verso i nostri simili o su cosa sia la fede, trascurando quelle notizie che ci permettono di distinguere una Fornarina da una Maddalena pentita.
 pur vero che quelli della mia generazione hanno studiato tutto su Omero e niente sul Pentateuco, e abbiamo avuto anche pessime lezioni di storia dell'arte al liceo, cos come ci insegnavano tutto sul Burchiello e niente su Shakespeare - e nonostante questo ce la siamo cavata, perch evidentemente c'era qualcosa nell'ambiente che ci faceva pervenire sollecitazioni e notizie. Ma quei tre quindicenni di cui dicevo, che non sapevano riconoscere i Re Magi, mi suggeriscono che anche l'ambiente di informazioni utili ne trasmetta sempre meno, e molte invece d'inutilissime.
Che i Re Magi ci tengano le loro sei sante mani sulla testa.
2009
Ipazziammo!
 difficile che con il battage pubblicitario e la serie di dibattiti intorno al film Agor di Alejandro Amenbar qualcuno non abbia almeno sentito nominare Ipazia. Comunque, per coloro ancora poco informati dei fatti, dir che all'alba del V secolo d.C., in un impero in cui anche l'imperatore ormai  cristiano, in un'Alessandria dove si scontrano l'ultima aristocrazia pagana, il nuovo potere religioso rappresentato dal vescovo Cirillo e una vasta comunit ebraica, vive e insegna Ipazia, filosofa neoplatonica, matematica e astronoma, bellissima (si diceva) e idolatrata dai suoi allievi. Una banda di parabalani, talebani cristiani dell'epoca, milizia personale del vescovo Cirillo, si scaglia su Ipazia e la fa letteralmente a pezzi.
Di Ipazia non rimangono opere (forse Cirillo le ha fatte distruggere), e pochissime testimonianze, sia cristiane che pagane. Tutte pi o meno ammettono che Cirillo qualche responsabilit ce l'aveva. A lungo Ipazia cade nel dimenticatoio, sinch viene rivalutata dal Seicento in avanti, e particolarmente dagli illuministi, come martire del libero pensiero, celebrata da Gibbon, Voltaire, Diderot, Nerval, Leopardi, sino a Proust e a Luzi, sino che diventa icona del femminismo.
Il film non  certo tenero coi cristiani e con Cirillo (anche se non cela le violenze dei pagani e degli ebrei) e si  subito diffusa la voce che le forze oscure della reazione in agguato stessero per impedirne la circolazione in Italia, cos che era partita una sottoscrizione di migliaia di firme. Per quello che ho capito, la distribuzione italiana era piuttosto esitante a far circolare un film che forse avrebbe suscitato forti opposizioni da parte cattolica, compromettendone la circolazione, ma quelle firme l'hanno decisa a tentare l'avventura. Ma non  del film che voglio occuparmi (filmicamente ben fatto, malgrado alcuni vistosi anacronismi) bens della sindrome del complotto che ha scatenato.
Navigando per Internet ho trovato attacchi cattolici, in cui si protestava contro chi voleva mostrare solo il lato violento delle religioni (ma il regista ripete che il suo obiettivo polemico era il fondamentalismo di ogni sorta), ma nessuno ha tentato di negare che Cirillo, che non era solo uomo di chiesa ma anche personaggio politico, fosse stato un duro, con gli ebrei come coi pagani. Non  un caso se santo e dottore della Chiesa lo ha fatto quasi millecinquecento anni dopo Leone XIII, un papa ossessionato dal nuovo paganesimo rappresentato dalla massoneria e dai liberali mangiapreti che dominavano nella Roma dei suoi tempi. Ed  imbarazzante la celebrazione di Cirillo tenuta il 3 ottobre 2007 da papa Ratzinger, il quale loda "la grande energia" del suo governo senza spendere due righe per assolverlo da quell'ombra che la storia ha fatto pesare su di lui.
Cirillo mette a disagio tutti: su Internet trovo Rino Camilleri (gi difensore del Sillabo) che a garantire l'innocenza di Cirillo chiama in causa Eusebio di Cesarea. Eccellente testimone, salvo che Eusebio era morto settantacinque anni prima del supplizio di Ipazia e quindi non aveva potuto testimoniare nulla. Dico, se si deve scatenare una guerra di religione, almeno si consulti Wikipedia.
Ma veniamo al complotto: circolano su Internet varie notizie sulla censura attuata (da chi?) per celare lo scandalo Ipazia. Per esempio si denuncia che il volume 8 della Storia della filosofia greca e romana di Giovanni Reale (Bompiani, 2004) dedicato al neoplatonismo, con notizie su Ipazia, sia misteriosamente scomparso dalle librerie. Una telefonata alla Bompiani mi ha chiarito che  vero che di tutta la serie dei dieci volumi gli unici due esauriti (e che quindi saranno ristampati) sono il 7 e l'8, certamente perch toccano argomenti come il Corpus Hermeticum e alcuni aspetti del neoplatonismo che non interessano solo chi si occupa di filosofia ma arrazzano tutti i dissennati che si impicciano di scienze occulte vere o presunte. Ma poi sono andato a vedere nei miei scaffali questo famigerato volume 8 e ho visto che Reale, il quale  uno storico della filosofia e si occupa solo di testi consultabili, mentre di Ipazia non ci  rimasto nulla, dedica a Ipazia sette righe (dico sette) dove si limita a dire il poco che seriamente si sa. E allora perch si sarebbe dovuto censurarlo?
Ma la teoria del complotto va oltre, e sempre su Internet si dice che sono scomparsi dalle librerie tutti i libri sul neoplatonismo, asineria da far sghignazzare qualsiasi studente del primo anno di filosofia. Insomma, se volete sapere qualche cosa di serio su Ipazia, cercate in linea www.enciclopediadelledonne.it con una bella voce di Sylvie Coyaud sul tema e, per qualcosa di pi erudito, chiedete a Google "Silvia Ronchey Ipazia" e troverete pane (non censurato) per i vostri denti.
2010
Halloween, il relativismo e i celti
In occasione di Ognissanti si sono levate da parte cattolica molte condanne dello Halloween, in cui si illuminano dall'interno le zucche e i bambini vanno in giro travestiti da streghette e vampiri chiedendo dolci agli adulti. Siccome la festa, che cerca di esorcizzare l'idea della morte, si presenterebbe come alternativa alla celebrazione e dei Santi e dei Defunti, l'usanza, accusata di americanismo deteriore,  stata anche bollata come forma di "relativismo".
Non so bene in che senso Halloween sia relativista, ma accade al relativismo quello che accadeva all'epiteto "fascista" nel Sessantotto, per cui era fascista chiunque non la pensava come te. Preciso inoltre che non nutro una particolare passione per Halloween (se non perch l'amava Charlie Brown) e so benissimo che la festa in America viene usata da satanisti e pedofili per abusare dei bambini che i genitori hanno la dabbenaggine di lasciare uscire di sera. Obietto solo al fatto che si tratti di deteriore importazione dall'America. Ovvero, lo , ma di ritorno, perch Halloween  nata come festa pagana nell'Europa celtica e in certi paesi dell'Europa del Nord dove  stata in qualche modo cristianizzata.
 accaduto insomma ad Halloween quello che  accaduto a Santa Claus, che in origine era san Nicola di Bari, che poi era turco, e pare che dalla festa olandese di Sinterklaas (il compleanno del santo) sia venuto appunto Santa Claus. Poi Babbo Natale si  fuso con Odino, che nella mitologia germanica portava doni ai bambini, ed ecco dunque la stretta parentela tra un rito pagano e una festa cristiana.
Personalmente sono in polemica anche con Babbo Natale, perch a me i doni li portavano Ges Bambino e i Re Magi - e per questo sono andato recentemente a controllare nella cattedrale di Colonia se i resti dei tre re sono ancora l, dopo che Rainaldo di Dassel e il Barbarossa li avevano rubati a Sant'Eustorgio in Milano. Ma gi ai miei tempi mi irritava che alcuni bambini, anzich ai Re Magi, dessero credito alla Befana - che tra l'altro  anch'essa figura di origini pagane, molto vicina alle streghe di Halloween, e se le gerarchie ecclesiastiche non se la sono presa troppo con lei  perch si era in qualche modo cristianizzata ispirando il proprio nome all'Epifania. Per cui, dopo la Conciliazione, fu accettata anche la Befana Fascista.
Nella polemica su Halloween una voce fuori dal coro  stata quella di Roberto Beretta (Avvenire del 23 ottobre), che ha suggerito prudenza nello sparar anatemi e indire crociate pastorali perch con Halloween "la Chiesa vien ripagata della sua stessa moneta. Gi. Fu almeno dal IV secolo, infatti, che la saggezza dei Padri... ha preferito mediare anzich cancellare, sovrapporsi e trasfigurare piuttosto che annullare, incenerire, seppellire, censurare. Ovvero: le feste pagane, i nostri antenati le hanno sapute 'cristianizzare'."
E basta ricordare che lo stesso Natale  stato fissato il 25 dicembre (data alla quale nessun Vangelo suggerisce che Ges sia nato, e anzi secondo calcoli astronomici la stella avrebbe dovuto apparire d'autunno) per venire incontro agli usi pagani e alle tradizioni germaniche e celtiche in cui si celebrava Yule, ovvero la festa del solstizio d'inverno, da cui viene anche l'albero di Natale (ma io sono di quelli che preferiscono il presepio francescano, perch richiede pi fantasia, mentre un albero di Natale lo sa decorare anche una scimmia dovutamente addestrata).
Dunque - anzich strapparsi le vesti - basterebbe cristianizzare anche Halloween, come suggerisce sempre Beretta: "Se dunque Halloween (che, ricordiamolo, significa letteralmente 'vigilia di Ognissanti') dovesse riprendere le sue vesti celtiche - vere o presunte che siano - o piuttosto ammantarsi di lustrini consumistici oppure celarsi sotto rituali pi o meno 'satanici', non farebbe che riappropriarsi di un territorio gi suo; e a noi resterebbe semmai da meditare come e perch non ci sia data la forza culturale (e fors'anche spirituale) per ripetere l'impresa dei nostri antedecessori."
2011
Maledetta filosofia
Su Repubblica del 6 aprile scorso era apparsa un'anticipazione del libro di Stephen Hawking e Leonard Mlodinow, Il grande disegno (Mondadori, 2010), introdotto da un sottotitolo che peraltro riprendeva un passaggio del testo, "La filosofia  morta, solo i fisici spiegano il cosmo". La morte della filosofia  stata annunciata varie volte, e quindi non c'era da impressionarsi, ma mi pareva che un genio come Hawking avesse detto una sciocchezza. Per essere sicuro che Repubblica non avesse riassunto male sono andato a comprare il libro, e la sua lettura mi ha confermato nei miei sospetti.
Il libro appare come scritto a due mani, salvo che nel caso di Hawking l'espressione  dolorosamente metaforica perch sappiamo che i suoi arti non rispondono ai comandi del suo eccezionale cervello. Dunque il libro  fondamentalmente opera del secondo autore, che il risvolto di copertina qualifica come eccellente divulgatore e sceneggiatore di alcuni episodi di Star Trek (e lo si vede anche dalle bellissime illustrazioni che sembrano concepite per un'enciclopedia dei ragazzi d'altri tempi, perch sono colorate e affascinanti, ma non spiegano proprio niente dei complessi teoremi fisico-matematico-cosmologici che dovrebbero illustrare). Forse non era prudente affidare il destino della filosofia a personaggi con le orecchie da leprotto.
L'opera si apre proprio con l'affermazione perentoria che la filosofia ormai non ha pi nulla da dire e solo la fisica pu spiegarci (i) come possiamo comprendere il mondo in cui ci troviamo, (ii) quale sia la natura della realt, (iii) se l'universo abbia bisogno di un creatore, (iv) perch c' qualcosa invece che nulla, (v) perch esistiamo e (vi) perch esiste questo particolare insieme di leggi e non qualche altro. Come si vede sono tipiche domande filosofiche, ma occorre dire che il libro mostra come la fisica possa in qualche modo rispondere proprio alle ultime quattro, che sembrano le pi filosofiche di tutte.
Solo che per tentare le ultime quattro risposte occorre avere risposto alle prime due domande e cio, grosso modo, che cosa vuol dire che qualche cosa  reale e se noi conosciamo il mondo proprio cos com'. Ve lo ricorderete dalla filosofia studiata a scuola: noi conosciamo per adeguazione della mente alla cosa? c' qualcosa fuori di noi (Woody Allen aggiungeva: "E se s, perch fanno tutto quel chiasso?") oppure siamo esseri berkeleiani o, come diceva Putnam, cervelli in una vasca?
Ebbene, le risposte fondamentali che questo libro propone sono squisitamente filosofiche e se non ci fossero queste risposte filosofiche neppure il fisico potrebbe dire perch conosce e che cosa conosce. Infatti gli autori parlano di "un realismo dipendente dai modelli", ovvero assumono che "non esiste alcun concetto di realt indipendente dalle descrizioni e dalle teorie". Pertanto "differenti teorie possono descrivere in modo soddisfacente lo stesso fenomeno mediante strutture concettuali disparate" e tutto quello che possiamo percepire, conoscere e dire della realt dipende dall'interazione tra i nostri modelli e quel qualcosa che sta al di fuori ma che conosciamo solo grazie alla forma dei nostri organi percettivi e del nostro cervello.
I pi sospettosi tra i lettori avranno persino riconosciuto un fantasma kantiano, ma certamente i due autori stanno proponendo quello che in filosofia si chiama olismo, per alcuni realismo interno e per altri costruttivismo.
Come si vede non si tratta di scoperte fisiche bens di assunzioni filosofiche, che stanno a sostenere e a legittimare la ricerca del fisico - il quale, quando  un bravo fisico, non pu che porsi il problema dei fondamenti filosofici dei propri metodi. Cosa che sapevamo gi, cos come conoscevamo gi qualcosa delle straordinarie rivelazioni (evidentemente dovute a Mlodinow e alla ciurma di Star Trek) per cui "nell'antichit era istintivo attribuire le azioni violente della natura a un Olimpo di divinit dispettose o malevole". Perdinci e poi perbacco.
2011
Evasione e compensazione occulta
Ci sono evasori fiscali in tutti i paesi perch il dispiacere di pagar tasse  profondamente umano. Ma si dice che gli italiani siano pi inclini di altri popoli a questo vizietto. Perch?
Devo riandare ad antichi ricordi, e rievocare la figura di un vecchio padre cappuccino di grande umanit, dottrina e bont, a cui ero molto affezionato. Ora, questo amabile vegliardo, nel comunicare a me e ad altri giovani i principi dell'etica, ci aveva spiegato che contrabbando ed evasione fiscale, se sono peccati, lo sono in modo veniale perch non contravvengono a una legge divina, bens solo a una legge dello Stato.
Avrebbe dovuto ricordare sia la raccomandazione di Ges di dare a Cesare quel che  di Cesare, sia quella di san Paolo ai Romani ("Rendete a ciascuno ci che gli  dovuto: a chi il tributo il tributo; a chi le tasse le tasse"). Ma forse sapeva che, nei secoli passati, alcuni teologi avevano sostenuto che le leggi fiscali non obbligano in coscienza, ma soltanto in forza della sanzione. Per, nel riportare oggi questa opinione, Luigi Lorenzetti, direttore della Rivista di Teologia Morale commenta: "Si fa torto, per, a quei teologi se si ignora il contesto sociale ed economico che li ha indotti a inventare tale teoria. L'organizzazione della societ non era per niente democratica; il sistema fiscale ingiusto, gli esosi balzelli opprimevano i poveri."
Infatti il mio cappuccino citava un altro caso, quello della compensazione occulta. Per dirla nel modo pi semplice, se un lavoratore ritiene di essere ingiustamente sottopagato, non fa peccato se sottrae tacitamente quel di pi a cui avrebbe diritto. Ma solo se la sua paga  evidentemente iniqua e gli si nega la possibilit di appellarsi alle leggi sindacali. Per su un argomento del genere lo stesso san Tommaso aveva i suoi dubbi. Da un lato "quando una persona versa in tale pericolo... allora uno pu soddisfare il suo bisogno con la manomissione, sia aperta che occulta, della roba altrui. E l'atto per questo non ha natura di furto o di rapina" (Summa Theologiae II-II, 66, 7). Dall'altro "chi prende la roba propria a chi la detiene ingiustamente, pecca non gi perch fa un torto a costui... ma pecca contro la giustizia legale, perch si arroga il giudizio sui propri beni scavalcando le regole del diritto" (Summa Theologiae II-II, 66, 5). E sulle regole del diritto san Tommaso aveva idee chiare e severe, e non avrebbe concordato con Berlusconi quando diceva che i cittadini erano da comprendere se evadevano un fisco troppo esoso. Anche per Tommaso la legge era la legge.
Tuttavia la concezione tomista del diritto di propriet era cattolicamente pi "sociale", in quanto la propriet era da considerarsi giusta "quanto al possesso" ma non "quanto all'uso": se io ho un chilo di pane acquistato onestamente ho diritto di esserne riconosciuto proprietario, ma se accanto a me c' un barbone che muore di fame dovrei dargliene una met. Sino a che punto l'evasione  compensazione occulta?
In un Trattato di Teologia Morale che trovate su Internet sul sito Totus Tuus, mentre si raccomanda di attenersi alle leggi vigenti e si osserva che "la parte pi sana della popolazione" paga le tasse e non fa contrabbando, si ammette tuttavia che "l'evasione comunque non  riguardata come fatto lesivo dell'onore (la stessa legge la considera illecito amministrativo e non reato), sebbene crei un senso di disagio morale." E quindi avrebbe torto Monti a dire che gli evasori sono ladri: sono solo delle persone che dovrebbero provare disagio morale.
Ma il mio ecclesiastico di cui dicevo prima non scendeva in queste sottigliezze casuistiche, si limitava a dire che evasione e contrabbando non sono peccati mortali perch vanno "soltanto" contro le leggi dello Stato. E in questa sua posizione mi pare riflettesse un'educazione che aveva ricevuto da giovane, prima dei Patti Lateranensi, per cui lo Stato era una cosa cos cattiva che non bisognava dargli retta. Si vede che qualcosa di queste antiche idee  rimasto nel DNA del nostro popolo.
2012
Il sacro esperimento
Papa Francesco assume (lui gesuita) un nome francescano, va ad abitare in albergo, manca solo che calzi dei sandali e vesta un saio, caccia del tempio i cardinali in Mercedes, e infine va da solo a Lampedusa ad allearsi coi reietti del Mediterraneo come se la Bossi-Fini non fosse una legge dello Stato italiano.  davvero l'unico a dire e fare ancora "cose di sinistra"? Ma all'inizio si sono fatte circolare voci sulla sua eccessiva prudenza verso generali argentini, si  ricordata la sua opposizione ai teologi della liberazione, si sottolinea che non si  ancora pronunciato sull'aborto, sulle staminali, sugli omosessuali, come se un papa dovesse andare in giro a regalare preservativi ai poveri. Chi  papa Bergoglio?
Credo che si sbagli a considerarlo un gesuita argentino:  un gesuita paraguayano.  impossibile che la sua formazione non sia stata influenzata dal "sacro esperimento" dei gesuiti del Paraguay. Il poco che la gente sa su di loro  dovuto al film Mission, ma il film condensava in due ore di spettacolo, con molti arbitrii, centocinquanta anni di storia.
Riassumiamo. I conquistadores spagnoli, tra Messico e Per, avevano compiuto stragi inenarrabili, appoggiati da teologi che sostenevano la natura animalesca degli indios (tutti oranghi), e solo un domenicano coraggioso come Las Casas si era prodigato contro la crudelt dei Corts e dei Pizarro, presentando gli indigeni in tutt'altra prospettiva. All'inizio del Seicento i missionari gesuiti decidono di riconoscere i diritti dei nativi (in particolare i Guaran, che vivevano in uno stato preistorico) e li organizzano in "riduzioni", ovvero comunit autonome autosostenute: non li raccolgono per farli lavorare per i colonizzatori, ma gli insegnano ad amministrarsi da soli, liberi da ogni servit, in una totale comunione dei beni che producevano. La struttura dei villaggi e le modalit di quel "comunismo" ci fanno pensare all'Utopia di More o alla Citt del Sole di Campanella, e di "preteso comunismo campanelliano" parler Croce, ma i gesuiti si ispiravano piuttosto alle primitive comunit cristiane. Mentre costituivano dei consigli elettivi costituiti solo da nativi (ma ai padri rimaneva l'amministrazione della giustizia), insegnavano a quei loro soggetti architettura, agricoltura e pastorizia, la musica e le arti, l'alfabeto (anche se a non a tutti, ma producendo talora artisti e scrittori di talento). I gesuiti avevano certamente instaurato un severo regime paternalistico, anche perch civilizzare i Guaran significava sottrarli alla promiscuit, alla neghittosit, all'ubriachezza rituale e talora al cannibalismo. Quindi, come per ogni citt ideale, tutti siamo pronti ad ammirarne la perfezione organizzativa, ma non vorremmo certo viverci.
Per il rifiuto dello schiavismo, e gli attacchi dei bandeirantes, cacciatori di schiavi, avevano portato alla costituzione di una milizia popolare, che si era valorosamente scontrata con schiavisti e colonialisti. Sino a che a poco a poco, visti come sobillatori e pericolosi nemici dello Stato, nel XVIII secolo i gesuiti erano stati prima banditi da Spagna e Portogallo e poi soppressi, e con loro finiva il "sacro esperimento".
Contro questo governo teocratico si erano scagliati molti illuministi, parlando del regime pi mostruoso e tirannico mai visto al mondo; ma altri parlavano per di "comunismo volontario ad alta ispirazione religiosa" (Muratori), dicevano che la Compagnia aveva iniziato a guarire la piaga dello schiavismo (Montesquieu), Mably comparava le riduzioni al governo di Licurgo, e pi tardi Paul Lafargue avrebbe parlato del "primo stato socialista di tutti i secoli".
Ora quando si propone di leggere le azioni di papa Bergoglio in questa prospettiva si deve tener conto del fatto che sono passati da allora quattro secoli, che la nozione di libert democratica  ormai comune persino agli integralisti cattolici, che certamente Bergoglio non si propone di andare a compiere n sacri n laici esperimenti a Lampedusa, e grasso che cola se riuscir a liquidare lo IOR. Ma non  male vedere ogni tanto, su quanto accade oggi, il baluginio della Storia.
2013
Monoteismi e politeismi
Soffiano venti di guerra, e non si tratta di una piccola guerra locale ma di un conflitto che pu coinvolgere vari continenti. Ora la minaccia viene da un progetto fondamentalista che si propone di islamizzare tutto il mondo conosciuto, arrivando sino a Roma ( stato detto) anche se nessuno ha minacciato di abbeverare i cammelli alle acquasantiere di San Pietro.
Tutto questo induce a pensare che le grandi minacce transcontinentali vengano sempre da religioni monoteiste. Greci e romani non volevano conquistare la Persia o Cartagine per imporre i propri dei. Avevano preoccupazioni territoriali ed economiche ma, dal punto di vista religioso, non appena incontravano nuovi dei di popoli esotici, li accoglievano nel loro pantheon. Sei Hermes? Bene, io ti chiamo Mercurio e diventi dei nostri. I fenici veneravano Astarte? Bene, gli egizi la traducevano come Iside e per i greci diventava Afrodite o Venere. Nessuno ha invaso un territorio per sradicare il culto di Astarte.
I primi cristiani sono stati martirizzati non perch riconoscevano il dio di Israele (fatti loro), ma perch negavano legittimit agli altri dei.
Nessun politeismo ha mai fomentato una guerra di grandi dimensioni per imporre i propri dei. Non  che i popoli politeisti non abbiano fatto guerre, ma erano conflitti tribali in cui la religione non c'entrava. I barbari del Nord hanno invaso l'Europa, e i mongoli le terre islamiche, ma non per imporre i loro dei, tanto  vero che si sono rapidamente convertiti alle religioni locali. Caso mai  curioso che i barbari del Nord, divenuti cristiani e avendo costituito un impero cristiano, si siano poi dati da fare con le crociate per imporre il loro dio su quello degli islamici, anche se in fin dei conti, monoteismo per monoteismo, si trattava dello stesso dio.
I due monoteismi che hanno scatenato invasioni per imporre un unico dio sono stati quello islamico e quello cristiano (e annovererei tra le guerre di conquista il colonialismo, che - interessi economici a parte - ha sempre giustificato le sue conquiste con il progetto virtuoso di cristianizzare le popolazioni conquistate, a cominciare dagli aztechi e dagli incas, sino alla nostra "civilizzazione" dell'Etiopia, dimenticando che anche loro erano cristiani).
Caso mai un caso curioso  stato quello del monoteismo ebraico, che per sua natura non ha mai praticato alcun proselitismo, e le guerre di cui parla la Bibbia erano intese ad assicurare un territorio al popolo eletto, non a convertire altre popolazioni al giudaismo. Ma anche il popolo ebraico non ha mai incorporato altri culti e credenze.
Con tutto questo non intendo dire che sia pi civile credere nel Grande Spirito della Prateria o nelle divinit Yoruba che nella Santissima Trinit o nell'unico dio di cui Mometto sarebbe il profeta. Dico solo che nessuno ha mai tentato di conquistare il mondo nel nome del Grande Spirito o di una delle entit che si sono poi trasferite nel Candombl brasiliano - n il baron Samedi del Woodoo ha mai cercato di spingere i suoi fedeli oltre i loro ristretti confini caraibici.
Si potrebbe dire che solo un credo monoteistico consente la formazione di grandi entit territoriali che poi tendono a espandersi. Ma il Subcontinente indiano non ha mai cercato di esportare le proprie divinit, e l'impero cinese  stata una grande entit territoriale, senza la credenza in una sola entit creatrice del mondo, e (sino a oggi) non ha mai tentato di estendersi anche in Europa o in America. Caso mai la Cina lo fa ora, ma con mezzi economici e senza impegno religioso, disposta a comprare industrie e azioni in Occidente, ma che la gente continui a credere in Ges, in Allah o in Jahv non gli fa n caldo n freddo.
Forse un equivalente dei monoteismi classici sono state le grandi ideologie laiche, come il nazismo (per di ispirazione pagana) e il marxismo ateo sovietico. Ma senza un Dio degli Eserciti pronto a magnetizzare i loro seguaci, la loro guerra di conquista si  fermata.
2014
La buona educazione
Chi  citato di pi?
Nel corso delle varie discussioni sul controllo di qualit negli atenei italiani ci si rif sovente a criteri in uso in altri paesi. Uno di questi  la verifica del numero di citazioni che i lavori di un certo docente o candidato a qualche concorso ha ottenuto nella stampa specializzata. Ci sono anche istituzioni che provvedono statistiche minuziosissime in merito, e a prima vista questo genere di controllo parrebbe efficace. Ma, come tutti i controlli quantitativi, ha i suoi limiti.  un poco come il criterio, suggerito anche da noi e talora applicato, di verificare l'efficienza di un ateneo in base al numero dei laureati. Certamente un ateneo che sforna molti laureati d l'idea di essere molto efficiente, ma  facile individuare il limite di tali statistiche. Ci potrebbe essere un pessimo ateneo che, per avere molti studenti, regala voti e non si mostra troppo esigente sulla qualit delle tesi, ed ecco che il criterio assumerebbe valenza negativa. Che dire di un ateneo rigorosissimo che preferisce avere pochi laureati ma buoni? Un criterio pi attendibile (ma anche questo passibile di alcune critiche) sarebbe valutare il numero di laureati rispetto agli iscritti. Un ateneo che ha solo cento iscritti ma ne porta cinquanta alla laurea avrebbe l'aria di essere pi efficiente e rigoroso di un altro che ha diecimila iscritti e ne laurea duemila.
Insomma, i criteri meramente quantitativi sono quello che sono. Torniamo ora al controllo sul numero di citazioni. Dico subito che il criterio potrebbe valere per pubblicazioni di scienze "dure" (matematica, fisica, discipline mediche ecc.) ma molto meno per scienze "molli" come le cosiddette scienze umane. Facciamo un esempio: io pubblico un libro in cui dimostro che Ges  stato il vero fondatore della massoneria (si noti che per una somma consistente, da devolvere in beneficenza, potrei anche provvedere bibliografia esistente in proposito; ma si tratta di opere che non sono state prese molto sul serio). Se tuttavia provvedessi qualche pezza d'appoggio dall'apparenza molto solida, scatenerei un pandemonio nel campo degli studi storici e religiosi e apparirebbero centinaia di saggi che citano la mia opera. Ammettiamo pure che gran parte di questi la citino per contestarla: esiste un controllo quantitativo che discrimina tra citazioni positive e citazioni negative?
Ma allora che dire di un libro solido e argomentato che tuttavia ha suscitato polemiche e rifiuti, come quello di Hobsbawm sul secolo breve, e con quale criterio si eliminerebbero tutte le citazioni di coloro che lo discutono criticamente? E poi, negheremmo una cattedra a Darwin solo dimostrando che oltre il cinquanta per cento di coloro che lo hanno citato, e ancora lo citano, lo hanno fatto e lo fanno per dire che aveva torto?
Se il criterio rimane puramente quantitativo, dovremmo riconoscere che tra gli autori pi citati degli ultimi decenni ci sono quei Baigent e Lincoln che hanno scritto un libro sul Graal, diventato best seller. Hanno raccontato delle fregnacce, ma sono stati e saranno ancora citatissimi. Se il criterio fosse solo quantitativo, un ateneo che offrisse loro una cattedra di storia delle religioni dovrebbe balzare ai primi posti in classifica.
Tutti questi dubbi per quanto riguarda le scienze molli molte volte dovrebbero essere agitati anche per le scienze dure. Pons e colleghi hanno sconvolto anni fa gli ambienti scientifici con una teoria (contestatissima e probabilmente falsa) sulla fusione fredda. Sono stati citati un'infinit di volte, quasi sempre per confutarli. Se il criterio  solo quantitativo, dobbiamo prenderli in serissima considerazione. Alcuni possono obiettare che in questi casi il criterio quantitativo si applica solo a riviste di provata seriet scientifica, ma - a parte che in tal caso il criterio diverrebbe di nuovo qualitativo - che cosa si fa se in queste riviste serie quegli studiosi sono stati soltanto confutati? Di nuovo si debbono introdurre criteri qualitativi. Mi piacerebbe per vedere quante contestazioni ha ricevuto Einstein quando ha enunciato la relativit generale, e d'altra parte prendiamo un tema tra i pi dibattuti, se si sia verificato quel fenomeno detto Big Bang. Sappiamo che studiosi molto rispettabili hanno opinioni contrapposte. Se appare una nuova teoria che nega il Big Bang, dobbiamo espungere tutte le citazioni negative da parte di chi ancora sostiene questa ipotesi?
Dico queste cose non perch abbia in tasca una soluzione ragionevole, ma per ricordare quanto sia difficile stabilire criteri di eccellenza su basi quantitative e quanto sia pericoloso introdurre elementi qualitativi (che alla fine erano quelli attraverso i quali la cultura ufficiale dello stalinismo espelleva dalla comunit scientifica tutti coloro che non si attenevano ai principi del DIAMAT o non prendevano sul serio le teorie di Lysenko). Con questo non voglio neppure asserire che di criteri non ne esistano. Suggerisco solo quanto sia difficile elaborarli e quanto delicata sia questa materia.
2003
Pistola dell'ostrega
Il politically correct  un vero e proprio movimento di idee nato nell'universit americana, d'ispirazione liberal e radical, e quindi di sinistra, volto al riconoscimento del multiculturalismo, per ridurre alcuni radicati vizi linguistici che stabilivano linee di discriminazione nei confronti di qualsiasi minoranza. E dunque si  iniziato a dire blacks e poi Afro-Americans invece di negri, gay invece dei mille e notissimi altri appellativi sprezzanti riservati agli omosessuali. Naturalmente questa campagna per la purificazione del linguaggio ha prodotto il proprio fondamentalismo, sino ai casi pi vistosi in cui alcune femministe avevano proposto di non dire pi history (che per via del pronome his faceva pensare che la storia fosse "di lui", bens herstory, storia di lei - ovviamente ignorando l'etimologia greco-latina del termine, che non implica alcun riferimento di genere).
Per la tendenza ha assunto anche aspetti neoconservatori o francamente reazionari. Se tu decidi di chiamare le persone in carrozzella non pi handicappati e neppure disabili, ma "diversamente abili", e poi non gli costruisci le rampe d'accesso ai luoghi pubblici, evidentemente hai ipocritamente rimosso la parola, ma non il problema. E del pari si dica della sostituzione di disoccupato con "nullafacente a tempo indefinito" o di licenziato con "in transizione programmata tra cambiamenti di carriera". Chiss perch un banchiere non si vergogna della sua definizione e non insiste per essere chiamato "operatore nel campo del risparmio". Se ti cambiano il nome  per dimenticare che qualcosa non funziona nella cosa stessa.
Su questi e infiniti altri problemi si intrattiene Edoardo Crisafulli con il suo libro Il politicamente corretto e la libert linguistica (Vallecchi, 2004), che mette a nodo tutte le contraddizioni, i pro e i contro di questa tendenza - e tra l'altro  anche molto divertente. Leggendolo per mi veniva da riflettere al caso curioso del nostro paese. Mentre altrove esplodeva e si diffondeva il politically correct da noi si  sempre pi sviluppato il "politicamente scorretto". Se una volta i nostri uomini politici, leggendo su un foglietto, dicevano: "Emerge che si consente che, a una politica delle convergenze, ancorch parallele, si preferirebbe una scelta asintotica che eliminasse anche singoli punti d'intersezione," oggi si preferisce dire: "Dialogo? In culo a quegli sporchi figli di puttana!"  vero che anche un tempo nei circoli paleocomunisti si usava bollare l'avversario come "mosca cocchiera" e in parlamento, durante le risse, si facevano scelte lessicali pi incontinenti di quelle di uno scaricatore di porto, ma erano territori per cos dire delimitati, dove si accettava un costume - come peraltro avveniva nei casini di venerata memoria, dove le signore non erano pi verbalmente controllate di un parlamentare. Oggi invece la tecnica dell'insulto  teletrasmessa, segno di fede inconcussa nei valori della democrazia.
Si era iniziato probabilmente con Bossi, il cui celodurismo alludeva ovviamente a un celofloscismo altrui, e l'appellativo di Berluskaz era inequivocabile, ma la cosa  dilagata. Stefano Bartezzaghi, nella sua rubrica del Venerd di Repubblica, cita dei giochi d'insulto oggi in circolazione, ma a livello tutto sommato bonario. Per cui, onde contribuire anch'io all'addolcimento del politicamente scorretto italiano, dopo aver consultato una serie di dizionari anche dialettali, mi permetto di suggerire alcune espressioni tutto sommato bonaccione e gentili per insultare l'avversario, quali verbigrazia: pistola dell'ostrega, papaciugo, imbolsito, crapapelata, piffero, marocchino, pivellone, ciulandario, morlacco, badalucco, pischimpirola, tarabuso, balengu, piciu, cacasotto, malmostoso, lavativo, magnasapone, tonto, allocco, vatercls, caprone, magnavongole, zanzibar, bidone, ciocco, bartolomeo, mona, perdaball, sguincio, merlo, dibens, spaccamerda, tapiro, belinone, tamarro, burino, lucco, lingera, bernardo, lasagnone, vincenzo, babbiasso e/o babbione, grand e gross ciula e baloss, saletabacchi, fregnone, lenza, scricchianespuli, cagone, giocondo, asinone, impiastro, ciarlatano, cec, salame, testadirapa, facciadimerda, farfallone, tanghero, cazzone, magnafregna, pulcinella, zozzone, scassapalle, mangiapaneatradimento, gonzo, bestione, buzzicone, cacacammisa, sfrappolato, puzzone, coatto, gandla, pagnufli, cichinisio, brighella, tombino, pituano, pirla, carampana, farlocco, flanellone, ambroeus, bigtt, flippato, fricchettone, gabolista, gaglioffo, bietolone, gadano, fighetta, blacboc, imbranato, balordo, grbano, piattola, impagliato, asparagio, babbuino, casinaro, bagolone, cucuzzaro, accattone, barabba, loffio, tappo, caporale, toni, macaco, baluba, pappone, pizipinturro, polentone, bonga, quaquaraqu, tarpno, radeschi, peracottaro, ciculat, mandruccone, paraculo, fanigottone, scamorza, scricio, mezzasega, rocchette, pataccaro, pinguino, margniflone, mortodesonno, sbragone, mortadella, peracottaro, scorreggione, pappamolla, furfantello, scioccherello, stolto, sventato e biricchino.
2004
Quando dire  fare
Sull'ultimo Espresso Eugenio Scalfari chiudeva la sua rubrica scrivendo: "Di resistenza irachena  vietato parlare senza passare per faziosi o imbecilli." Uno dice: il solito esagerato. E invece nella stessa giornata sul Corriere della Sera Angelo Panebianco scriveva: "... i 'resistenti', come li chiamano certi spensierati occidentali..." Un osservatore marziano direbbe che in Italia, mentre tutto intorno si tagliano teste e si fanno saltare in aria treni e alberghi, stiamo giocando con le parole.
Il marziano direbbe che le parole contano poco, dato che ha letto in Shakespeare che una rosa sarebbe sempre la stessa con qualsiasi altro nome. Eppure, spesso, usare una parola in luogo di un'altra conta molto.  chiaro che alcuni di coloro che parlano di resistenza irachena intendono sostenere quella che ritengono una guerra di popolo; altri, dalla parte opposta, sembrano sottintendere che dare il nome di resistenti a degli sgozzatori significhi infangare la nostra Resistenza. La cosa curiosa  che gran parte di coloro che reputano scandaloso usare il termine resistenza sono proprio quelli che da tempo tentano di delegittimare la nostra Resistenza, dipingendo i partigiani come una banda di sgozzatori. Pazienza. Ma il fatto  che si dimentica che "resistenza"  un termine tecnico e non implica giudizi morali.
Anzitutto esiste la guerra civile, che si ha quando cittadini che parlano la stessa lingua si sparano tra loro. Era guerra civile la rivolta vandeana, lo era la guerra di Spagna, lo  stata la nostra Resistenza, perch c'erano italiani da ambo le parti. Salvo che la nostra  stata anche movimento di resistenza, dato che si indica con questo termine l'insorgere di parte dei cittadini di un paese contro una potenza occupante. Se per avventura, dopo gli sbarchi alleati in Sicilia o ad Anzio, si fossero formate bande di italiani che attaccavano gli angloamericani, si sarebbe parlato di resistenza, anche per chi riteneva che gli alleati fossero i "buoni". Persino il banditismo meridionale  stata una forma di resistenza filoborbonica, salvo che i piemontesi ("buoni") hanno fatto fuori tutti i "cattivi", che ormai ricordiamo solo come briganti. D'altra parte i tedeschi chiamavano i partigiani "banditi".
Raramente una guerra civile raggiunge dimensioni campali (ma  accaduto in Spagna) e di solito si tratta di guerra per bande. E guerra per bande  anche un moto di resistenza, fatto di colpi alla "mordi e fuggi". Talora in una guerra per bande si inseriscono anche "signori della guerra" con le loro bande private, e persino bande senza ideologia, che approfittano del disordine. Ora la guerra in Iraq sembra avere aspetti di guerra civile (ci sono irakeni che ammazzano altri irakeni) e di moto resistenziale, con l'aggiunta di ogni tipo di bande. Queste bande agiscono contro degli stranieri, e non importa se questi stranieri ci paiano nel giusto o nel torto, e neppure se siano stati chiamati e bene accolti da una parte dei cittadini. Se i locali combattono contro truppe occupanti straniere si ha resistenza, e non c' santi che tengano.
Infine c' il terrorismo, che ha altra natura, altri fini e altra strategia. C' stato e in parte c' ancora del terrorismo in Italia senza che ci siano n resistenza n guerra civile, e c' terrorismo in Iraq, che passa trasversalmente tra bande di resistenti e schieramenti di guerra civile. Nelle guerre civili e nei moti di resistenza si sa chi sia e dove stia (pi o meno) il nemico, col terrorismo no, il terrorista pu essere anche il signore che ci siede accanto in treno. Il che fa s che guerre civili e resistenze si combattono con scontri diretti o rastrellamenti, mentre il terrorismo si combatte con servizi segreti. Guerre civili e resistenze si combattono in loco, il terrorismo va magari combattuto altrove, dove i terroristi hanno i loro santuari e i loro rifugi.
La tragedia dell'Iraq  che laggi c' di tutto, e pu accadere che un gruppo di resistenti usi tecniche terroristiche - o che i terroristi, a cui certo non basta cacciare gli stranieri, si presentino come resistenti. Questo complica le cose, ma rifiutarsi di usare i termini tecnici le complica ancora di pi. Supponiamo che, ritenendo Rapina a mano armata un bellissimo film, dove erano simpatici anche i cattivi, qualcuno si rifiuti di chiamare rapina a mano armata l'assalto a una banca e preferisca parlare di furto con destrezza. Ma il furto con destrezza si combatte con qualche agente in borghese che pattuglia stazioni e luoghi turistici, di solito conoscendo gi i piccoli professionisti locali, mentre per difendersi dalle rapine alle banche occorrono costosi apparati elettronici e pattuglie di pronto intervento, contro nemici ancora ignoti. E quindi scegliere il nome sbagliato pu forse sembrare rassicurante, ma induce a scegliere i rimedi sbagliati. Credere che si possa battere un nemico terrorista coi rastrellamenti con cui di solito si battono i movimenti di resistenza  una pia illusione, ma a credere di battere chi morde e fugge coi metodi che si dovrebbero usare coi terroristi, del pari si sbaglia. Pertanto bisognerebbe usare i termini tecnici quando occorre, senza soggiacere a passioni o a ricatti.
2004 
I "dottori" del triennio
Si addensano sempre pi articoli apocalittici sullo sfacelo dell'universit italiana. Certamente non  in buona salute l'universit di un paese in cui i fondi per la ricerca sono cos esigui, e dove gli obblighi di frequenza sono aleatori (siamo uno dei pochi paesi dove ci si pu presentare a un esame di fine anno senza aver mai visto il professore - e non perch lui non si  fatto mai vedere, ma perch lo studente non veniva alle lezioni).  vero che certi articoli sono poco attendibili perch sono scritti da raffinati intellettuali che non fanno lo sporco mestiere d'insegnare e quindi parlano di un universo che gli  estraneo - ma cosa non si fa per farsi pagare un'articolessa. Infine la maggior parte delle deprecazioni riguardano l'invenzione della laurea breve.
Si critica la laurea breve perch si seguono una serie di cosiddetti moduli didattici brevissimi, valutati fiscalmente in "crediti", per i quali non si devono portare pi di un dato numero di pagine (a tal punto che gli editori sono stati costretti a ripensare dei manuali a dimensione d'analfabeta) cos che la laurea breve si riduce quando va bene a un superliceo.
La laurea breve esiste in tutti i paesi e l'Italia doveva uniformarsi. Quando si legge che John Kennedy era laureato a Harvard questo significa che aveva fatto i suoi tre anni di laurea breve al college. Ora in un triennio universitario americano s'impara poco pi di quello che s'imparava da noi in un buon liceo di una volta (l le scuole medie sono pessime). E tuttavia si ritiene che una formazione universitaria di tre anni consenta a un cittadino di realizzare quell'"istruzione superiore" indispensabile per inserirsi poi in una professione. Perch allora tre anni di college in America sono meglio di una nostra laurea breve?
A parte il fatto che l non dicono ai ragazzi che dopo tre anni sono "dottori" (ma pazienza, per incoraggiare gli studi si potrebbe conferire anche il titolo di Eccellenza o di Satrapo), laggi si  obbligati a frequentare tutte le lezioni, si vive insieme agli altri ogni giorno, si  in contatto quotidiano e continuo coi professori. Sembra poco ma  tutto. Quindi il problema non  la brevit della laurea bens l'intensit della frequenza.
Come si pu ovviare al fatto che da noi la frequenza non  obbligatoria? Mi rifaccio alla mia esperienza di studente di filosofia negli anni cinquanta. Anche allora potevi non frequentare, ma ciascuno dei diciotto esami richiesti era estremamente impegnativo. I nostri professori (che, detto incidentalmente, si chiamavano Abbagnano, Bobbio, Pareyson ecc.) si erano messi tutti d'accordo in modo che alla fine dei quattro anni, tra un esame e l'altro, si fossero portati quasi tutti i classici della filosofia, da Platone a Heidegger. A seconda degli anni poteva capitarti di saltare, che so, Hegel, ma avevi portato Spinoza, Locke e Kant (tutte e tre le critiche) e quando ti sei scozzonato su autori di quel calibro sei poi in grado di leggere da solo quelli che hai per caso saltato. Considerando che alcuni esami implicavano almeno mille pagine e altri un poco meno, alla fine dei diciotto esami si era lavorato su almeno dodicimila pagine, e per un ragazzo che si forma la quantit conta molto. Erano diciotto esami, e per laurearsi entro il quadriennio (chi andava fuori corso era considerato un sottosviluppato) se ne davano cinque in ciascuno dei primi tre anni, e tre nell'ultimo, per avere tempo da dedicare alla tesi, molto impegnativa. Nessuno  mai morto.
Ora, se quei quattro anni dovevano formare un esperto in filosofia, c'erano molti esami che con la filosofia non c'entravano, come latino, italiano, o quattro di storia. Per quanto fosse eccitante e pi formativo di diciotto mesi di militare dare latino con Augusto Rostagni (che richiedeva un corso monografico sulla letteratura della decadenza, con tutti i testi di Ausonio, Claudiano, Rutilio Namaziano e via dicendo, pi tutto - dico tutto - Virgilio o tutto Orazio da tradurre all'impromptu), visto che all'epoca si erano gi fatti italiano, storia e latino alle medie, si sarebbero potuti eliminare almeno tre di quegli esami. Ed ecco che si sarebbe arrivati a quindici esami di materie filosofiche, liquidabili in tre anni (senza tesi finale), imparando tutto quello che c'era da imparare, leggendo i classici, e senza moduli ridotti.
Perch non si  fatto cos? Perch si  data un'interpretazione restrittiva e fiscale dei "crediti", mentre non era indispensabile. Ma questo  un altro discorso.
2008
Pensieri in bella copia
Una decina di giorni fa Maria Novella De Luca e Stefano Bartezzaghi hanno occupato tre pagine di Repubblica (ahim, a stampa) per occuparsi del declino della calligrafia. Ormai lo si sa, tra computer (quando lo usano) e SMS, i nostri ragazzi non sanno pi scrivere a mano se non con uno stentato stampatello. In un'intervista un'insegnante dice anche che fanno tanti errori di ortografia, ma questo mi sembra un altro problema: i medici conoscono l'ortografia e scrivono male, e si pu essere calligrafo diplomato e non sapere se si scrive taccuino, tacquino o taqquino come soqquadro.
In verit io conosco bambini che vanno in buone scuole e scrivono (a mano e in corsivo) abbastanza bene, ma gli articoli che citavo parlano del cinquanta per cento dei nostri ragazzi e si vede che per indulgenza della sorte io frequento l'altro cinquanta (del resto  lo stesso che mi capita in politica).
Il problema  piuttosto che la tragedia  iniziata molto prima del computer e del telefonino. I miei genitori scrivevano con una grafia leggermente inclinata (tenendo il foglio di traverso) e una lettera era, almeno per gli standard di oggi, una piccola opera d'arte.  verissimo che vigeva la credenza, probabilmente diffusa da chi aveva una pessima scrittura, che la bella calligrafia era l'arte degli sciocchi, ed  ovvio che avere una bella calligrafia non significa necessariamente essere molto intelligenti, ma - insomma - era gradevole leggere un biglietto o un documento scritto come Dio comanda (o comandava).
Anche la mia generazione  stata educata a scrivere bene, e i primi mesi in prima elementare si facevano le aste, esercizio che poi  stato considerato ottuso e repressivo, e tuttavia educava a tenere fermo il polso per poi arabescare, coi deliziosi pennini Perry, lettere panciute e grassocce da un lato e fini dall'altro. Ovvero, non sempre, perch sovente dal recipiente dell'inchiostro, con cui si lordavano i banchi scolastici, i quaderni, le dita e gli abiti, emergeva attaccata al pennino una morchia immonda - e ci volevano dieci minuti per eliminarla, con molte e sporchevoli contorsioni.
La crisi  iniziata nel dopoguerra con l'avvento della biro. A parte il fatto che le biro dell'inizio sporcavano moltissimo anch'esse e se, subito dopo aver scritto, passavi il dito sulle ultime parole, ne veniva fuori uno sbaffo. E quindi scappava la voglia di scrivere bene. In ogni caso, anche a scriver pulito, la scrittura a biro non aveva pi anima, stile e personalit.
Ma perch si deve ancora rimpiangere la bella calligrafia? Sapere scrivere bene e in fretta alla tastiera educa alla rapidit del pensiero, spesso (anche non sempre) il correttore automatico ci sottolinea in rosso "dotore", e se l'uso del telefonino induce le giovani generazioni a scrivere "T 6 xduto?" in luogo di "ti sei perduto?", non dimentichiamo che i nostri antenati sarebbero inorriditi vedendo che noi scriviamo "gioia" in luogo di "gioja", "io avevo" in luogo di "io aveva", e i teologi medievali scrivevano "respondeo dicendum quod", cosa che avrebbe fatto impallidire Cicerone.
Il fatto  che, lo si  detto, l'arte della calligrafia educa al controllo della mano e al coordinamento tra polso e cervello. Bartezzaghi ricorda che la scrittura a mano vuole che si componga la frase mentalmente prima di scriverla, ma in ogni caso la scrittura a mano, con la resistenza della penna e della carta, impone un rallentamento riflessivo. Molti scrittori, anche se abituati a scrivere al computer, sanno che talora vorrebbero poter incidere come i sumeri su una tavoletta di argilla, per poter pensare con calma.
I ragazzi scriveranno sempre pi al computer e al telefonino. Tuttavia l'umanit ha imparato a ritrovare come esercizio sportivo e piacere estetico quello che la civilt ha eliminato come necessit. Non ci si deve pi spostare a cavallo ma si va al maneggio; esistono gli aerei ma moltissime persone si dedicano alla vela come un fenicio di tremila anni fa; ci sono i trafori e le ferrovie ma la gente prova piacere a scarpinare per passi alpini; anche nell'era delle email c' chi fa raccolta di francobolli; si va in guerra col kalashnikov ma si fanno pacifici tornei di scherma.
Sarebbe auspicabile che le mamme inviassero i bambini a scuole di bella calligrafia, impegnandoli in gare e tornei, e non solo per la loro educazione al bello ma anche per il loro benessere psicomotorio. Di queste scuole ne esistono gi, basta cercare "scuole calligrafia" su Internet. E forse per qualche precario potrebbe diventare un affare.
2009
Come la pensava il Gattamelata?
Tutti gli anni a fine giugno e con poca fatica i giornali riescono a riempire una o due pagine col commento dei temi assegnati alla maturit. Vengono convocate le menti pi lucide della Nazione e naturalmente la prova pi commentata  quella d'italiano, perch sarebbe difficile spiegare al grande pubblico in cosa esattamente consistesse quella di matematica, mentre recriminare che si sia imposta ai giovani un'ennesima riflessione sul Risorgimento  alla portata persino di un laureato. Questi esercizi dei Critici del Tema della Maturit sono talora godibili per eleganza di scrittura e arguzia, ma (detto con tutto il rispetto) del tutto inutili.
Infatti  irrilevante quale sia il tema assegnato, a meno che (come mi pare sia accaduto una volta) la sua formulazione non contenga errori marchiani o salvo che, per assurdo, si proponessero argomenti deliranti come, dico per dire, "la coltivazione delle rose nel Dubai".
Di solito i temi riguardano cose di cui gli studenti dovrebbero aver sentito parlare e - per attenerci ai temi di quest'anno - se uno non ha assolutamente idee sugli assassini politici, dovrebbe averne sulla societ di massa o sulle ricerche sul cervello. Voglio dire che lo studente pu benissimo ignorare tutto sulle neuroscienze ma dovrebbe capire che cosa significhi fare ricerche sul funzionamento del cervello umano; e persino se ritenesse che l'anima  insondabile e che andare a scrutare il cervello  tempo perso, anche questa sarebbe un'opinione che potrebbe essere svolta con polemica e spiritualistica baldanza.
Il fatto  che il tema della maturit deve provare solo due cose. Una  che il candidato o la candidata sappia scrivere in un italiano accettabile, e a nessuno si chiede di essere Gadda (ch anzi, chi si presentasse alla maturit scrivendo come Gadda andrebbe guardato con sospetto, perch non avrebbe capito che non gli si chiede di provare di essere un genio incompreso bens dar prova di uso medio della lingua del suo paese). La seconda cosa  che i candidati debbono provare di sapere articolare un pensiero, svolgere un argomento senza confondere le cause con gli effetti e viceversa, e sapendo distinguere una premessa da una conclusione. Per dimostrare questa abilit qualsiasi argomento  buono. Vorrei dire, esagerando, persino la richiesta di sostenere una tesi palesemente falsa.
Durante il liceo il mio compagno di banco mi aveva assegnato un giorno il tema seguente: Analizzate i versi danteschi "la bocca sollev dal fiero pasto" intendendo la parola "pasto" non come l'avrebbe intesa il Gattamelata ma come la intenderebbe Christian Dior. Ricordo che, a giudizio di tutti i miei compagni, avevo svolto il tema in modo eccellente, come se avesse un capo e una coda, nella fattispecie imitando ironicamente la retorica di certa critica letteraria dei libri di testo, ma in complesso dimostrando di saper trarre da premesse scoordinate una serie di pensieri coordinati.
Accanto alle lamentazioni sugli argomenti dei temi appaiono anche sui giornali discussioni sul fatto se la maturit attuale sia troppo esigente o troppo indulgente, e appaiono anche gli scritti di nostalgici della mia generazione, che ricordano i tempi in cui si dovevano portare tutte le materie per tutti i tre anni.  vero, si trattava di passare gli ultimi mesi chiusi in casa, mentre gi incombevano i calori estivi, per alcuni imbottendosi di simpamina o intossicandosi di caffeina, e chi usciva da quella terribile esperienza per anni (e magari per tutta la vita) nel corso degli incubi notturni avrebbe sognato di dover ancora dare l'esame di maturit. Eppure ricordo due miei compagni di scuola che sono morti all'et di dieci anni, uno sotto i bombardamenti e l'altro annegando in un fiume, ma nessun compagno di liceo che sia morto per l'esame di maturit. Era una prova, pi umana e fruttuosa della Mensur tedesca, o delle corse su precipizio delle giovent bruciate alla James Dean. Una prova dalla quale si usciva fortificati non dico nel sapere ma nel carattere.
Perch dobbiamo punire i giovani con una maturit troppo facile?
2013
Guardarsi in faccia al festival
In questo scorcio d'autunno proliferano i festival letterari-filosofici. Ogni citt, pare, vuole avere il proprio, emulando le fortune originarie del festival di Mantova; ogni citt cerca di avere le menti migliori esistenti sul mercato, in alcuni casi alcune menti migrano da festival a festival, ma in ogni caso il livello degli ospiti  piuttosto alto. Ora, quello che sta eccitando giornali e riviste non  tanto il fatto che questi festival siano organizzati, perch potrebbe trattarsi della pia illusione di qualche assessore alla cultura, ma che attraggano folle quasi da stadio, in gran parte giovani che arrivano da altre citt e spendono uno o due giorni per ascoltare scrittori e pensatori. E in pi a gestire questi eventi concorrono squadre di volontari (anche qui giovani) che vi si dedicano come un tempo i loro padri andavano a disseppellire dal fango i libri dopo l'alluvione di Firenze.
Quindi mi pare superficiale e stolta la riflessione di alcuni moralisti che prendono sul serio l'interesse alla cultura solo quando  praticato da un esiguo numero di loro simili, e vedono in questi eventi un esempio di McDonald's del pensiero. Il fenomeno  invece degno di interesse e bisogna chiedersi perch i giovani vadano l invece che in discoteca; e non si dica che  la stessa cosa, perch non ho ancora udito di auto piene di ragazzi in ecstasy che si schiantano alle due di notte tornando da un Festival della Mente.
Vorrei solo ricordare che il fenomeno, anche se  negli ultimi anni che  esploso in misura massiccia, non  nuovo, perch  dagli inizi degli anni ottanta che la biblioteca comunale di Cattolica aveva iniziato a organizzare serate (a pagamento!) su Che cosa fanno oggi i filosofi, e il pubblico arrivava anche in pullman da un raggio di almeno cento chilometri. E gi allora qualcuno si era domandato che cosa stesse succedendo.
N credo che si possa assimilare la faccenda al fiorire di bistrots filosofici intorno a Place de la Bastille a Parigi, dove alla domenica mattina, mentre si sorseggia un Pernod, si fa della filosofia spicciola e terapeutica, una sorta di psicoanalisi meno costosa. No, nei raduni di cui stiamo parlando il pubblico ascolta per ore dei discorsi da aula universitaria. Ci va, ci sta, ci torna.
E allora rimangono solo due ordini di risposte. Di uno si era gi parlato sin dai primi raduni di Cattolica: una percentuale di giovani  stanca di proposte d'intrattenimento leggero, di recensioni giornalistiche ridotte (salvo pochi casi eccellenti) a finestrelle e stelloncini di una decina di righe, di televisioni che, quando parlano di un libro, lo fanno solo dopo la mezzanotte. E dunque danno il benvenuto a offerte pi impegnative. Si parla per i pubblici dei festival di centinaia e talora di migliaia di partecipanti e certo sono una percentuale assai bassa rispetto alla maggioranza generazionale, corrispondono a quelli che frequentano le librarie a pi piani, sono certamente un'lite; ma sono un'lite di massa, vale a dire quel che pu essere un'lite in un mondo da sette miliardi di abitanti.  il minimo che una societ pu chiedere al rapporto tra autodiretti ed eterodiretti, non si pu averne statisticamente di pi, ma guai se questi non ci fossero.
La seconda ragione  che questi raduni culturali denunciano l'insufficienza dei nuovi modi di socializzazione virtuale. Puoi avere migliaia di contatti su Facebook ma alla fine, se non sei completamente drogato, ti accorgi che non sei davvero in contatto con esseri in carne e ossa, e cerchi allora occasioni per stare insieme e condividere esperienze con gente che la pensa come te.  come raccomandava Woody Allen non ricordo dove: se vuoi trovare delle ragazze devi andare ai concerti di musica classica. Non a quelli rock, dove urli verso il palco ma non sai chi ti sta accanto, ma a quelli sinfonici o da camera, dove nell'intervallo intrecci qualche contatto. Non sto dicendo che si vada ai festival per trovare un partner, ma certamente lo si fa anche per guardarsi in faccia.
2013
Il piacere dell'indugio
Quando una ventina di anni fa avevo tenuto le mie Norton Lectures alla Harvard University, avevo ricordato che otto anni prima di me avrebbe dovuto tenerle Calvino, che per era scomparso senza poter scrivere la sesta lezione (i suoi testi sono poi stati pubblicati come Lezioni americane). Come omaggio a Calvino avevo preso le mosse dalla lezione in cui elogiava la rapidit, ricordando tuttavia che la sua apologia della rapidit non pretendeva negare i piaceri dell'indugio. Perci al piacere dell'indugio avevo dedicato una delle mie conferenze.
L'indugio non piaceva a quel Monsieur Humblot il quale, respingendo per l'editore Ollendorf il manoscritto della Recherche di Proust, aveva scritto: "Sar forse duro di comprendonio, ma non riesco proprio a capacitarmi del fatto che un signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno." Negare i piaceri dell'indugio ci impedirebbe dunque di leggere Proust. Ma, a parte Proust, ricordavo un caso tipico di indugio nei Promessi sposi.
Don Abbondio torna a casa recitando il suo breviario, e vede qualcosa che non avrebbe per niente desiderato vedere, e cio due bravi che lo attendono. Un altro autore vorrebbe soddisfare subito la nostra impazienza di lettori e ci direbbe subito che cosa accade. Invece Manzoni a quel punto impiega alcune pagine a spiegarci chi erano a quel tempo i bravi - e, quando ce lo ha detto, indugia ancora, insieme a don Abbondio che si gira il dito nel colletto per guardarsi indietro, se mai qualcuno potesse venire in suo aiuto. E alla fine don Abbondio si chiede "che fare?" (in anticipo su Lenin).
Era necessario che Manzoni inserisse quelle informazioni storiche? Sapeva benissimo che il lettore sarebbe stato tentato di saltarle, e ciascun lettore dei Promessi sposi ha fatto cos, almeno la prima volta. Ebbene, anche il tempo che occorre per sfogliare delle pagine che non si leggono fa parte di una strategia narrativa. L'indugio accresce lo spasimo non solo di don Abbondio ma anche di noi lettori, e rende il suo dramma pi memorabile. E ditemi se non  una storia di indugi la Divina Commedia, dove il viaggio di Dante potrebbe svolgersi oniricamente anche in una sola notte, ma per arrivare all'apoteosi finale dobbiamo impegnarci su cento cantiche.
La tecnica dell'indugio presume una lettura non affrettata ma lenta. Woody Allen, parlando delle tecniche di quick reading, per cui si scorre diagonalmente un testo in fretta, aveva concluso a un dipresso: "Ho letto cos Guerra e pace. Parlava della Russia."
Alla lettura lenta dedica il suo libro Lettura lenta nel tempo della fretta (Scripta, 2014) Anna Lisa Buzzola, ma non si limita ad auspicare il ritorno a un passo rilassato di lettura. Lega il problema alla tematica della velocit nel nostro tempo, e alle analisi antropologiche che ne sono state fatte, ponendo il suo tema al centro di una serie di pratiche salvifiche in cui rientra persino lo slow food.
Per quanto riguarda la letteratura, Buzzola (come mi spiace che per una malintesa correttezza politica si eviti ormai di dire "la Buzzola" come si diceva, anche all'estero, "la Callas") esamina le teorie di Genette, Sklovskij e altri, e analizza compiutamente le opere di Maras, McEwan, Bufalino, De Luca, Saramago, Kundera, Delerm, Rumiz, Baricco - e onest di recensore mi obbliga a dire che si occupa gentilmente anche di me e dell'indugiare godendo della vertigine della lista.
Ne nasce una fenomenologia delle tecniche dell'indugio alla fine della quale nasce nel lettore il desiderio di imparare a leggere pi lentamente - anche se deve indugiare su trenta pagine per capire come qualcuno si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno. Escludendo noterelle e bibliografia il libro conta solo centotrenta pagine, e si pu leggere con la dovuta lentezza.
2014
Chiudiamo il liceo classico?
Il 14 novembre si  svolto a Torino un pubblico processo (presieduto da un magistrato come Armando Spataro) il cui accusato era il liceo classico. Il pubblico ministero, Andrea Ichino, con dovizia di testimonianze e statistiche, ha presentato queste accuse: uno, non  vero che il classico prepara meglio anche a studi e professioni scientifiche; due, chi intraprende studi esclusivamente umanistici rischia di avere una cognizione parziale e quindi distorta della realt (ma Ichino ha lealmente ammesso che questo pu accadere anche a chi intraprende studi esclusivamente scientifici e tecnici); tre, il liceo classico nasce da una riforma fascista, quella di Gentile. Alla fine la corte ha pienamente assolto il liceo classico, forse perch le accuse erano formulate in modo troppo perentorio. Per esempio, testimoni illustri hanno dimostrato che la riforma Gentile riprendeva precedenti riforme di carattere liberale ed era risultata invisa agli ambienti fascisti. Caso mai la riforma Gentile aveva il difetto di voler formare una classe dirigente orientata su studi eminentemente umanistici, senza dare il dovuto rilievo alle materie scientifiche.
Io ero l'avvocato difensore e nella mia arringa ho dato ragione a molte delle accuse, aggiungendo che il classico di Gentile dava poco spazio non solo alle scienze ma persino alla storia dell'arte, e alle lingue moderne. Quanto alle lingue dette morte, dopo otto anni di latino i maturandi dei miei tempi uscivano dal classico senza essere capaci, in genere, di leggere Orazio a prima vista. Perch non si cerca di insegnare a dialogare in un latino elementare come facevano i dotti europei sino a pochissimo tempo fa? Il maturando classico non deve necessariamente diventare latinista (a questo ci pensa l'universit) ma deve essere in grado di capire che cosa  stata la civilt romana, a identificare le etimologie, a capire le radici latine (e greche) di molti termini scientifici, e questo si pu ottenere anche abituandolo a leggere il latino ecclesiastico e medievale, molto pi facile e familiare. E addestrando a fare utili comparazioni tra il lessico e la sintassi del latino e quelli delle lingue moderne. E quanto al greco, perch impegnare lo studente su Omero, ostico anche per gli specializzati, e non incoraggiarlo a fare traduzioni sul greco ellenistico, per esempio sui libri naturali di Aristotele, lavorando su quella lingua che sapeva parlare anche Cicerone?
Si potrebbe pensare a un liceo umanistico-scientifico, dove non scompaiano le materie umanistiche. Ricordavo che Adriano Olivetti, pioniere nella costruzione dei primi computer, assumeva ovviamente ingegneri e i primi geni dell'informatica, ma anche brillanti laureati che magari avevano fatto una tesi da centodieci e lode su Senofonte. Aveva capito che gli ingegneri sono indispensabili per concepire l'hardware, ma che per inventare nuovo software (ovvero i programmi) occorreva una mente educata sulle avventure della creativit, esercitatasi su letteratura e filosofia. E mi chiedevo se tanti dei giovani che inventano oggi nuove app (e riescono benissimo in professioni che prima non esistevano) non vengano proprio da una formazione umanistica.
Ma non penso solo all'informatica. Avere un'educazione classica significa anche saper fare i conti con la storia e con la memoria. La tecnologia sa vivere solo nel presente e dimentica sempre pi la dimensione storica. Quello che ci racconta Tucidide sulla vicenda degli ateniesi e dei meli serve ancora a capire molte vicende della politica contemporanea. Se Bush avesse letto dei buoni storici (e ce n'erano nelle universit americane) avrebbe capito perch, nell'Ottocento, inglesi e russi non erano riusciti a controllare e dominare l'Afghanistan.
D'altra parte i grandi scienziati come Einstein avevano una solida cultura filosofica alle spalle, e Marx aveva esordito con una tesi su Democrito. Riformiamo, dunque, ma conserviamo il liceo classico perch consente di immaginare quello che non  stato ancora immaginato e questo distingue il grande architetto dal palazzinaro.
2014
...
Sui libri e altro
Harry Potter fa male agli adulti?
Su Harry Potter avevo scritto una Bustina quasi due anni fa, quando erano gi apparse le prime tre storie e il mondo anglosassone era stato agitato dalla discussione se fosse diseducativo raccontare ai ragazzi queste storie di magia, che avrebbero potuto indurli a prendere sul serio molti vaneggiamenti occultistici. Ora che, con il film, il fenomeno Harry Potter sta diventando veramente qualcosa di globale, mi  accaduto di vedere due settimane fa un Porta a porta dove da un lato appariva il mago Otelma, felicissimo per questa propaganda in favore dei signori come lui (tra l'altro, si presentava vestito in modo cos "magoso" che neppure Ed Wood avrebbe osato farlo apparire in un suo film dell'orrore) e un insigne esorcista come padre Amorth (nomen omen) per il quale le storie di Potter veicolano idee diaboliche. Per capirci, mentre la maggioranza delle altre assennate persone presenti in trasmissione ritenevano che magia bianca e magia nera siano panzane (se pure sono da prendere sul serio coloro che vi credono), il padre esorcista prendeva sul serio ogni forma di magia (bianca, nera e forse persino a pallini) come opera del Maligno.
Se questo  il clima, credo di dover tornare a spezzare una lancia in favore di Harry Potter. Queste storie sono s storie di maghi e stregoni, ed  ovvio che ottengano successo perch ai bambini sono sempre piaciuti fate, nani, draghi e negromanti, eppure nessuno ha mai pensato che Biancaneve fosse effetto di un complotto di Satana; ma esse hanno ottenuto il successo che ancora ottengono perch la loro autrice (non so se per coltissimo calcolo, o per istinto prodigioso) ha saputo rimettere in scena alcune situazioni narrative veramente archetipe.
Harry Potter  figlio di due maghi buonissimi uccisi dalle forze del male, ma all'inizio non lo sapeva, e viveva da orfanello mal sopportato presso zii tirannici e meschini. Poi gli  stata rivelata la sua natura e la sua vocazione ed  andato a studiare in un collegio per giovani maghi di ambo i sessi dove gli accadono mirabolanti avventure. Ed ecco il primo schema classico: prendete una giovane e tenera creatura, fategliene patire di cotte e di crude, rivelategli infine che era un rampollo di razza, destinato a destini luminosi, ed ecco che avete non solo il Brutto Anatroccolo e Cenerentola, ma Oliver Twist e il Remy di Senza famiglia. Inoltre il collegio di Hogwarts, in cui Harry va a studiare come fare pozioni magiche, assomiglia a tanti altri college inglesi, dove si gioca uno di quegli sport anglosassoni che affascinano i lettori oltre Manica perch ne intuiscono le regole e quelli continentali perch non le capiranno mai. Ma un'altra situazione archetipa  quella dei Ragazzi della via Pal. C' anche qualcosa del Giornalino di Gian Burrasca, coi piccoli studenti che si riuniscono in conventicola contro professori eccentrici (alcuni perversi). Si aggiunga che i ragazzi giocano cavalcando scope volanti, ed ecco che abbiamo anche Mary Poppins e Peter Pan. Infine, Hogwarts sembra uno di quei castelli misteriosi di cui leggevamo nella "Biblioteca dei Miei Ragazzi" di Salani (lo stesso editore italiano di Harry Potter), dove un gruppo affiatato di fanciulli coi calzoni corti e fanciulle coi lunghi capelli d'oro, smascherando le manovre di un intendente disonesto, di uno zio corrotto, di una banda di furfanti, scopriva alla fine un tesoro, un documento perduto, una cripta dei segreti.
Se in Harry Potter appaiono incantesimi da brivido e animali spaventevoli (la storia si rivolge pur sempre a bambini cresciuti sui mostri di Rambaldi e sui cartoni animati giapponesi), quei ragazzi lottano per per buone cause come tanti boy scouts, e ascoltano educatori virtuosi, cos da sfiorare (fatte tutte le tare storiche) il buonismo di Cuore.
Pensiamo davvero che, leggendo storie di magia, i bambini, una volta adulti, crederanno alle streghe (e cos pensano, come un sol uomo, se pure con opposti sentimenti, il mago Otelma e padre Amorth)? Tutti abbiamo provato un salutare spavento di fronte a orchi e lupi mannari, ma da grandi abbiamo imparato a non temere le mele avvelenate bens il buco nell'ozono, e da piccini tutti abbiamo creduto che i bambini li portasse la cicogna, ma questo non ci ha poi impedito, da adulti, di adottare un sistema pi acconcio (e pi gradevole) per produrli.
Il vero problema non  rappresentato dai bambini, che nascono credendo al Gatto e alla Volpe ma poi imparano a preoccuparsi di ben altri e meno fantastici arruffoni; il problema preoccupante  quello dei grandi, forse di quelli che da bambini non leggevano storie di magia, ma che sovente persino le trasmissioni televisive inducono a consultare i lettori dei fondi di caff, i taroccatori di tarocchi, i celebranti di messe nere, gli indovini, i guaritori, i manipolatori di tavolini, i prestidigitatori dell'ectoplasma, i rivelatori del mistero di Tutankamen. Poi finisce che a forza di credere ai maghi tornano a dar fiducia anche ai Gatti e alle Volpi.
2001
Come difendersi dai Templari
Ho appena ricevuto Piers Paul Read, La vera storia dei Templari (Newton Compton, 2001) e il fascicoletto allegato alla rivista Storia e Dossier (agosto 2001), Strategia di un delitto. Filippo il Bello e il cerimoniale segreto dei Templari di Barbara Frale. Il primo  un volumone di trecento pagine, l'altro un libretto di sessanta, ma nessuno dei due racconta panzane. Parrebbe strana una premessa del genere presentando una biografia di Giulio Cesare o una storia dei Padri Pellegrini, ma coi Templari bisogna subito mettere le mani avanti.
Se siete un editore che tira al soldo, commissionate a un mestierante un libro sui Templari. Pi fatti storicamente insostenibili ci mettete, pi lettori affamati di mistero troverete pronti a comperarlo. Se invece volete sapere se un certo libro sui Templari  attendibile, guardate l'indice. Se inizia con la prima crociata, e termina col rogo dei Templari del 1314 (al massimo aggiungendo un'appendice che racconti con qualche scetticismo le leggende successive), allora il libro  probabilmente serio. Se arriva fiducioso ai Templari dei giorni nostri, allora  una bufala.
A meno che non si voglia proprio raccontare (ma da storico) come il mito  nato e come si  sviluppato. L'opera pi documentata in argomento rimane l'imponente La Franc-Maonnerie Templire et Occultiste au XVIIIe et XIXe sicle di Ren Le Forestier (Aubier, 1970). Per chi volesse seguire il destino del mito nella foresta inestricabile dell'occultismo contemporaneo, tra sette gnostiche, confraternite sataniche, spiritisti, ordini pitagorici, rosacrociani, illuminati massoni e cacciatori di dischi volanti, ecco Massimo Introvigne, Il cappello del mago (Sugarco, 1990). Ma se volete una buona sintesi storica, equilibrata e attendibile, dal processo ai giorni nostri, ricuperate il libretto di Franco Cardini allegato a Storia e Dossier (aprile 2000), I segreti del tempio. Esoterismo e Templari. In ogni caso, sulla vera storia dei "veri" Templari, potete utilmente leggere anche Jean Favier, L'enigma di Filippo il Bello (Jouvence, 1982), Alain Demurger, Vita e morte dell'ordine dei Templari (Garzanti, 1987), Peter Partner, I Templari (Einaudi, 1991).
Perch i Templari hanno suscitato tante leggende? Perch la loro storia  degna di un romanzo d'appendice. Fate nascere un ordine monastico-cavalleresco, fategli compiere straordinarie imprese guerresche, conferitegli un'immensa ricchezza, trovate un re che voglia sbarazzarsi di quello che  ormai diventato uno Stato nello Stato, e che trovi inquisitori pronti a raccogliere voci sparse, alcune vere e altre false, e a comporle in un mosaico terribile (un complotto, crimini immondi, innominabili eresie, stregoneria e una buona dose di omosessualit), arrestate e torturate i sospetti, fate sapere che chi ammette avr salva la vita, mentre chi si dichiara innocente finir sul patibolo... I primi a legittimare la vostra costruzione inquisitoriale (e la leggenda che ne seguir) saranno proprio le vittime.
La storia dell'ordine finisce tragicamente l, e prelude ad altri processi politico-ideologici che seguiranno sino ai giorni nostri. Ma di fronte a tanta feroce repressione  nata una domanda inevitabile: dove saranno finiti i Templari scampati al rogo? Avranno terminato la loro vita in qualche convento cercando di dimenticare quell'atroce vicenda o, malfidati come tutti i pentiti, si saranno ricostituiti in ordine segreto, sempre pi occulto e ramificato attraverso i secoli? La seconda ipotesi non  sostenuta da alcuna prova storica, ma pu scatenare ludi di fantastoria a non finire.
Se cercate su Internet troverete molti ordini templari ancora in servizio. A nessuno  legalmente proibito appropriarsi di un mito. Chiunque pu dichiararsi sommo sacerdote di Iside e Osiride, tanto i faraoni non sono pi l a smentire. Quindi, se volete fantastoria, rivolgetevi alla pseudostoriografia sensazionalistica di Louis Charpentier (I misteri dei Templari, Atanr, 1981), o a Dante templare di Robert L. John (Hoepli, 1987, ma  del 1946) - dove troverete esempi di stile argomentativo come: "Le 'membra in terra sparte' di Beatrice... sono (lo ripetiamo) i numerosi membri, sparsi per tutta Italia, delle associazioni spirituali templari che la Donna nobilissima designa con quel nome schiettamente gnostico" (p. 351).
A questo punto, per, se  questo che vi piace, scegliete subito il modello di fantastoria pi sfacciato, Il santo Graal di Baigent, Leigh e Lincoln. La loro fantasiosa malafede  cos evidente che il lettore vaccinato pu divertirsi come se facesse un gioco di ruolo.
2001
L'insostenibile leggerezza del vecchio di Lambrugo
Bisogna anzitutto inquadrare il personaggio, e non  facile. Dunque: Paolo De Benedetti, come dice il nome,  di origini ebraiche ma  nato in una famiglia non so da quanto ormai cristiana, e come cristiano  spirito religiosissimo (ha scritto libri e diretto collane di argomento religioso).  il cristiano pi giudaicizzante che abbia mai conosciuto e naturalmente doveva finire come biblista e professore di cose giudaiche in una facolt teologica. Come se non bastasse,  lo spirito pi talmudico che esista, e lo dimostro con questa storia di cui sono stato testimone quando lavoravamo insieme alla Bompiani. Lui si occupava del Dizionario delle Opere e dei Personaggi e aveva chiesto una o pi voci aggiornate su Teilhard de Chardin a uno specialista credo francese, il quale aveva scritto tra l'altro che una fondazione intitolata a Chardin era presieduta "da Sua Maest Maria Jos di Savoia".
Non tanto per spirito giacobino, credo, ma per naturale sobriet di redattore di enciclopedia, De Benedetti aveva cassato il "Sua Maest" e aveva parlato solo di Maria Jos di Savoia. L'autore della voce, evidentemente uomo di sentimenti monarchici, aveva scritto una lettera di fuoco stigmatizzando la censura e dicendo: "La royaut, Monsieur, la regalit  qualcosa che non si cancella mai." De Benedetti aveva risposto: "Ma la principessa non  mai stata incoronata." Infatti nel passaggio tra Emanuele III, Umberto II e la proclamazione della Repubblica non c'era stato "sacre" e cio cerimonia d'incoronazione. Le forme sono le forme, la liturgia  la liturgia, e il corrispondente non aveva potuto eccepire nulla. Ora ditemi voi se un personaggio di tal fatta non  talmudico in ogni sua fibra.
Un personaggio di tal fatta, pur se la sua vita  dedicata ai testi sacri, non pu evitare qualche hobby mondano, ed ecco che il suo hobby  quasi cabalistico. Si diletta (nel senso che ne studia e ne scrive) di limerick e di nonsense. E ne esplora anche i margini e la posterit, tanto che da Bompiani aveva fatto tradurre lo Old Possum's Book of Practical Cats di Eliot. Inoltre  devoto di quel genio irresponsabile che era Ferdinando Incarriga - ma io sostengo, avendo l'edizione 1860 delle sue opere, che lui si firmasse Ingarrica; De Benedetti lo dice ma persevera nel suo errore anagrafico, e pure dovrebbe sapere che se si cambia una sola lettera della Torah il mondo potrebbe estinguersi in una vampa di fuoco.
Ingarrica era un giudice di Salerno che scriveva assolutamente sul serio, senza essere sfiorato dal sospetto del ridicolo, anacreontiche gnomiche del tipo: "Stronomia  scienza amena - che l'uom porta a misurare - Stelle, Sol, e'l glob' Lunare - e a veder che vi  la s. - Quivi giunto tu scandagli - ben le Fiaccole del Mondo: - l'armonia di questo tondo - riserbata a Dio sol'." Un invito a nozze, che spinge De Benedetti a imitazioni del genere: "La bottiglia  quella cosa - che si mette intorno al latte; - se per qualcun la batte - Ahim lasso! Non c' pi." Oppure: " la mummia quell'arnese - che veniva imbalsamato - per restare conservato - dentro a grandi piramd." Per finire: "Monumento  quella cosa - che si pianta nei giardini - a istruzion dei cittadini - e v' in cima Garibld."
I vari esercizi saggistici e creativi sulla poesia nonsensica sono ora pubblicati da Scheiwiller (Nonsense e altro, 2007, dodici euro) e non so se siano maggiormente apprezzabili le esplorazioni sulla storia e la metrica dei nonsense, oppure le libere ricreazioni che l'autore ne tenta. Dei suoi limerick citer: "C'era una donna di nome Clarce - si lagnava l'infelice: - mi chiamassi almeno Clrice - salirei sopra quel larice, - quella nemica delle parossitone." O ancora: "C'era un vecchio di Lambrugo - che mangiava pane e sugo - quando n'ebbe pien lo stomaco - si pent e si fece monaco, - quell'ascetico vecchio di Lambrugo." E per finire: "C'era un indiano di nome Valmichi - che profferiva furiosi emistichi - tutto sepolto da grossi formichi, - e mara mara gridava pentito - dopo aver fatto per anni il bandito." Come si precisa pi avanti in questo dottissimo libretto, Valmichi era l'autore del Ramaya?a, che ha ventiquattromila strofe, per cui appare faticoso pronunciare novantaseimila emistichi, "a confronto di un limerick o di una poesia di Ungaretti". Per mettere a proprio agio il lettore, De Benedetti riporta otto emistichi di Valmichi in sanscrito, e chiunque pu dunque giudicare da s.
 fondamentale nell'attivit creativa di De Benedetti il gatto, cui dedica molte e deliziose poesiole, alle quali non manca nulla per essere signore poesie. E cos direi delle poesie sugli angeli, che non sono gatti, ma certamente animali curiosi.
Che dire? Se vi avanza un poco di tempo tra Vespa e Santoro, leggete De Benedetti. I confini tra follia e saggezza sono cos esili che  buona pratica oltrepassarli di frequente. Non lamentatevi se non ho riportato pi esempi, come mi sarebbe piaciuto, ma volevo che quei dodici euro li spendeste per sapere il resto.
2002
Toccare i libri
Nel corso delle ultime settimane mi  accaduto di parlare in due occasioni diverse della bibliofilia, e in entrambi i casi tra il pubblico c'erano molti giovani. Parlare della propria passione bibliofila  difficile. Intervistato da quella bella trasmissione del terzo programma che  Fahrenheit (e che tanto fa per diffondere la passione della lettura), dicevo che  un poco come essere un perverso che fa all'amore con le capre. Se tu racconti che hai passato una notte con Naomi Campbell o anche solo con la bellissima ragazza della porta accanto, ti seguono con interesse, invidia o maliziosa eccitazione. Ma se racconti dei piaceri provati congiungendoti con una capra, la gente cerca imbarazzata di cambiare discorso. Se uno colleziona quadri del Rinascimento o porcellane cinesi, chi entra in casa sua rimane estasiato da queste meraviglie. Se invece mostra un libercolo secentesco in dodicesimo, dai fogli arrossati, e dice che coloro che ce l'hanno si contano sulle dita di una mano, il visitatore affretta annoiato il momento del congedo.
La bibliofilia  amore per i libri, ma non necessariamente per il loro contenuto. L'interesse per il contenuto si soddisfa anche andando in biblioteca, mentre il bibliofilo, anche se attento al contenuto, vuole l'oggetto, e che possibilmente sia il primo uscito dai torchi dello stampatore. A tal segno che ci sono bibliofili, che io non approvo ma capisco, i quali - avuto un libro intonso - non ne tagliano le pagine per non violarlo. Per costoro tagliare le pagine al libro raro sarebbe come, per un collezionista di orologi, spaccare la cassa per vedere il meccanismo.
Il bibliofilo non  uno che ama la Divina Commedia,  uno che ama quella data edizione e quella data copia della Divina Commedia. Vuole poterla toccare, sfogliare, passare le mani sulla rilegatura. In tal senso "parla" con il libro in quanto oggetto, per il racconto che il libro fa delle sue origini, della sua storia, delle innumerevoli mani per le quali  passato. Talora il libro racconta una storia fatta di macchie di pollice, annotazioni a margine, sottolineature, firme sul frontespizio, persino buchi di tarlo, e una storia ancora pi bella racconta quando, avendo anche cinquecento anni, le sue pagine fresche e bianche crocchiano ancora sotto le dita.
Ma un libro in quanto oggetto pu raccontare una bella storia anche se di anni ne ha solo una cinquantina. Io possiedo una Philosophie au Moyen ge di Gilson dei primi anni cinquanta, che mi ha accompagnato dai giorni della tesi di laurea a oggi. La carta di quel periodo era infame, ormai il libro va in briciole appena tento di voltarne le pagine. Se esso fosse per me soltanto strumento di lavoro, non avrei che a cercarne una nuova edizione, che si trova a buon mercato. Ma io voglio quella copia, che con la sua fragile vetust, con le sue sottolineature e note, in colori diversi secondo il periodo di rilettura, mi ricorda i miei anni di formazione, e i seguenti, e che  dunque parte dei miei ricordi.
Questo va raccontato ai giovani, perch di solito si pensa che la bibliofilia sia una passione accessibile soltanto a persone danarose. Certamente vi sono libri antichi che costano centinaia di milioni (una prima edizione incunabolo della Divina Commedia  stata battuta all'asta qualche anno fa per un miliardo e mezzo), ma l'amore per il libro non riguarda solo i libri antichi ma anche i libri vecchi, che possono essere la prima edizione di un libro di poesia moderna - e c' chi va alla ricerca di tutti i volumetti della "Biblioteca dei Miei Ragazzi" di Salani. Io tre anni fa su una bancarella ho trovato la prima edizione del Gog di Papini, rilegata ma conservando la copertina cartacea originale, per ventimila lire.  vero che la prima edizione dei Canti orfici di Campana l'ho vista dieci anni fa in catalogo per tredici milioni (si vede che il poveretto aveva potuto farne stampare poche copie), ma si possono mettere insieme belle raccolte di libri del Novecento rinunciando ogni tanto a una cena in pizzeria. Andando per bancarelle un mio studente collezionava solo guide turistiche di epoche diverse, e all'inizio pensavo che fosse un'idea bizzarra, ma partendo da quei fascicoli con le fotografie sbiadite lo studente ha poi fatto una bellissima tesi in cui si vedeva come lo sguardo su una data citt potesse mutare nel corso degli anni. D'altra parte anche un giovane con poche risorse pu ancora imbattersi, tra la fiera di Porta Portese e quella di Sant'Ambrogio, in sedicesimi del Cinque o del Seicento che costano ancora come un paio di belle scarpe da ginnastica e che, senza essere rari, sono capaci di raccontare un'epoca.
Accade insomma con la raccolta di libri quello che accade con le raccolte di francobolli. Certamente il grande collezionista ha dei pezzi che valgono una fortuna; ma io da ragazzo compravo dal cartolaio delle bustine con dieci o venti francobolli a sorpresa, e ho passato serate e serate a sognare sul Madagascar o sulle isole Figi, su rettangolini multicolori, sicuramente non rari, ma favolosi. Che nostalgia.
2004
Ecco l'angolo retto
Una stagionata credenza vuole che le cose si conoscano attraverso la loro definizione. In certi casi  vero, come per le formule chimiche, perch certamente il sapere che qualcosa  NaCl aiuta chi sa qualcosa di chimica a capire che deve essere un composto di cloro e sodio, e probabilmente - anche se la definizione non lo dice esplicitamente - a pensare che si tratti di sale. Ma tutto quello che del sale dovremmo sapere (che serve a conservare e insaporire i cibi, che fa alzare la pressione, che si ricava dal mare o dalle saline, e persino che nei tempi antichi era pi caro e prezioso di oggi) la definizione chimica non ce lo dice. Per sapere tutto quello che del sale sappiamo, ovvero tutto quello che in fondo ci serve (lasciando perdere chiss quali altri dettagli), noi abbiamo avuto bisogno non tanto di udire delle definizioni, ma delle "storie". Storie che, per chi poi del sale volesse sapere davvero tutto, diventano anche meravigliosi romanzi di avventura, con le carovane che vanno lungo la via del sale per il deserto, tra l'impero del Mali e il mare, o le vicende di medici primitivi che con acqua e sale lavavano le ferite... In altri termini, il nostro sapere (anche quello scientifico, e non solo quello mitico)  intessuto di storie.
Il bambino, per imparare a conoscere il mondo, ha due vie: una  quella che si chiama apprendimento per ostensione, nel senso che il piccolo chiede che cosa sia un cane e la mamma gliene mostra uno ( poi un fatto miracoloso che al bambino sia stato mostrato un bassotto e il giorno dopo sappia definire come cane anche un levriero - magari esagerando per addizione e annoverando tra i cani anche la prima pecora che vede, ma difficilmente per sottrazione, non riconoscendo un cane come un cane).
Il secondo modo non  la definizione, del tipo "il cane  un mammifero dei placentalia, carnivoro, fissipede e canide" (immaginiamoci cosa se ne fa il bambino di questa definizione peraltro tassonomicamente corretta), ma dovrebbe essere in qualche modo una storia: "Ti ricordi quel giorno che siamo andati nel giardino della nonna e c'era una bestia cos e cos..."
In effetti il bambino non chiede cosa siano un cane o un albero... Di solito prima li vede e poi qualcuno gli spiega che si chiamano cos e cos. Ma  a quel punto che sorgono i perch. Capire che sia un faggio sia una quercia sono un albero non  un dramma, ma la vera curiosit sorge quando si vuole sapere perch sono l, da dove vengono, come crescono, a che cosa servono, perch perdono le foglie. Ed  l che intervengono le storie. Il sapere si propaga attraverso storie: si pianta un seme, poi il seme germoglia ecc.
Anche la vera "cosa" che i bambini vogliono sapere, e cio da dove vengano i bambini, non pu essere detta che sotto forma di storia, vuoi che sia la storia del cavolo o della cicogna, vuoi che sia quella del babbo che d un semino alla mamma.
Sono tra coloro che ritengono che anche il sapere scientifico debba prendere la forma di storie e cito sempre ai miei studenti una bella pagina di Peirce in cui per definire il litio si descrive per una ventina di righe che cosa bisogna fare in laboratorio per ottenere del litio. La giudico una pagina molto poetica, non avevo mai visto nascere il litio, ed ecco che un giorno ho assistito a questa lieta vicenda, come se fossi nell'antro di un alchimista - eppure era chimica vera.
Ora, l'altro giorno l'amico Franco Lo Piparo, in una conferenza su Aristotele, ha attirato la mia attenzione sul fatto che Euclide, padre della geometria, non definisce affatto un angolo retto come un angolo che ha novanta gradi. A pensarci bene, ecco una definizione certamente corretta ma inutile per chi o non sappia cos' un angolo o non sappia cosa sono i gradi - e spero bene che nessuna mamma rovini il proprio bambino dicendogli che gli angoli sono retti se hanno novanta gradi.
Ecco come si esprime invece Euclide: "Quando una retta, innalzata su una retta, fa gli angoli adiacenti uguali tra loro, ciascuno dei due angoli uguali  retto, e la retta innalzata  chiamata perpendicolare a quella su cui  innalzata."
Capito? Vuoi sapere che cosa  un angolo retto? E io ti dico come farlo, ovvero la storia dei passi che devi fare per produrlo. Dopo lo avrai capito. Tra l'altro, la storia dei gradi puoi impararla dopo, e in ogni caso solo dopo che avrai costruito quel mirabile incontro tra due rette.
Questa faccenda a me pare molto istruttiva e molto poetica e rende pi vicini l'universo della fantasia, dove per creare storie si immaginano mondi, e l'universo della realt, dove per permetterci di capire il mondo si creano storie.
(Perch vi ho raccontato tutto questo? Perch nella prima Bustina del 1985 vi avevo detto che avrei parlato di tutto quello che mi frullava per la testa, e oggi mi frulla cos.)
2005
Viaggio al centro di Jules Verne
Quando eravamo ragazzi eravamo divisi in due partiti: quelli che tenevano per Salgari e quelli che tenevano per Verne. Confesso subito che all'epoca tenevo per Salgari, e ora la Storia mi obbliga a rivedere le mie opinioni di un tempo. Salgari, riletto, citato a memoria, amato da tutti coloro che lo hanno vissuto nella loro infanzia, non seduce pi (a quanto pare) le nuove generazioni e - a dire il vero - anche gli anziani, quando lo rileggono, o ci mettono un pizzico di nostalgia e ironia, oppure la lettura si fa faticosa, e quei troppi paletuvieri e babirussa vengono a noia.
Si sta celebrando invece in questo 2005 il centenario della morte di Jules Verne e, non solo in Francia, quotidiani, settimanali, convegni lo rivisitano cercando di mostrare quante volte le sue fantasie hanno anticipato la realt. Un'occhiata ai cataloghi editoriali nel nostro paese mi suggerisce che Verne sia ripubblicato con maggior frequenza di Salgari, per non parlare della Francia, dove esiste addirittura un antiquariato verniano, certamente dovuto al fatto che i vecchi cartonati Hetzel sono di grande bellezza (a Parigi, solo sulla riva sinistra, ci sono almeno due negozi esclusivamente dedicati a questi splendidi volumi rilegati in rosso e oro, e a prezzi proibitivi).
Per quanti meriti si debbano riconoscere al nostro Salgari, il padre di Sandokan non aveva un gran senso dell'umorismo (come del resto i suoi personaggi, tranne Yanez), mentre i romanzi di Verne sono pieni di humour, basti ricordare quelle pagine splendide del Michele Strogoff dove, dopo la battaglia di Kolyvan, il corrispondente del Daily Telegraph, Harry Blount, per impedire al suo rivale Alcide Jolivet di trasmettere la sua corrispondenza a Parigi, tiene occupato l'ufficio telegrafico dettando versetti della Bibbia per l'ammontare di qualche migliaio di rubli; sino a che Jolivet riesce a rubargli la posizione allo sportello telegrafico e lo blocca trasmettendo canzoncine di Beranger. Recita il testo: "- Aoh! - fece Harry Blount. - Cos , - rispose Alcide Jolivet." E ditemi se questo non  stile.
Un altro motivo di fascino  che molti racconti di anticipazione, letti a distanza di tempo, quando ormai quello che annunciavano si  in qualche modo avverato, lasciano un poco delusi, perch le cose veramente avvenute, le invenzioni veramente realizzate, sono molto pi stupefacenti di quanto il romanziere di un tempo immaginasse. Con Verne no, nessun sottomarino atomico sar mai pi tecnologicamente stupefacente del Nautilus, e nessun dirigibile o jumbo jet avr mai il fascino della maestosa nave a eliche di Robur il Conquistatore.
Un terzo elemento di attrazione (e il merito va in egual misura ad autore ed editore) sono le incisioni che accompagnano i romanzi. Noi devoti salgariani ricorderemo sempre con commozione le meravigliose tavole di Della Valle, Gamba o Amato, ma si trattava pur sempre di pittura, come a dire Hayez o (mi voglio rovinare) Raffaello in bianco e nero. Le incisioni verniane sono ben pi misteriose e intriganti - e viene voglia di esaminarle con la lente d'ingrandimento.
Il capitano Nemo che dal grande obl del Nautilus vede il polipo gigantesco, la nave aerea di Robur irta di pennoni tecnologici, il pallone che precipita sull'Isola Misteriosa ("Risaliamo? - No, al contrario, discendiamo! - Peggio ancora, signor Ciro, precipitiamo!"), l'enorme proiettile che punta verso la Luna, le grotte al centro della Terra sono immagini che emergono sempre da un fondo scuro, delineate per sottili tratti neri alternati a ferite biancastre, un universo privo di zone cromatiche campite in modo omogeneo, una visione fatta di graffi, striature, riflessi abbacinanti per assenza di traccia, un mondo visto da un animale con una retina tutta sua, forse cos lo vedono i buoi e i cani, o le lucertole, un mondo spiato di notte attraverso una veneziana dalle strisce sottilissime, un territorio sempre un poco notturno e quasi subacqueo, anche in pieno cielo, fatto di bulinature e abrasioni che generano luce solo l dove lo strumento dell'incisore ha scavato o lasciato in rilievo la superficie.
E se non avete i soldi per comprare in antiquariato le edizioni Hetzel, e le riedizioni contemporanee non vi soddisfano? Andate su Internet, all'indirizzo http://jv.gilead.org.il/. L un signore che si chiama Zvi Har'El raccoglie tutte le notizie su Verne, la lista delle celebrazioni mondiali in corso, una bibliografia completa, un'antologia di saggi, trecentoquattro incredibili immagini di francobolli dedicati al nostro in vari paesi, le traduzioni in ebraico (questo signor Zvi  certamente un israeliano, e commoventemente dedica il sito al figlio scomparso a diciannove anni) ma soprattutto una "Virtual Library" dove si trovano i testi integrali di Verne in varie lingue e, almeno per quanto riguarda le edizioni francesi originali, tutte le incisioni, che potrete salvare e poi ingrandire a piacere perch talora, sgranate, sono pi affascinanti ancora.
2005
Lo spazio in forma di cavatappi
Qualcuno potrebbe giudicare scorretto che faccia una recensione a un libro di cui ho scritto la prefazione. Ma, mentre da una recensione ci si attende che sia obiettiva e non influenzata da interessi personali, queste Bustine sono per definizione espressione di interessi, curiosit e preferenze personali. Se ho fatto la prefazione a un libro  perch mi piaceva, e quindi ne parlo. Si tratta di Elementare, Wittgenstein! di Renato Giovannoli che, malgrado il titolo sbarazzino,  molto serio e impegnativo (Medusa, 2007).
Renato Giovannoli  autore (tra l'altro) di uno dei libri "scientifici" pi appassionanti, La scienza della fantascienza (Bompiani, 2001), che era una rassegna sistematica delle principali idee "finzionalmente" scientifiche che circolano in tutti i principali romanzi di fantascienza (leggi della robotica, natura degli alieni e dei mutanti, iperspazio e quarta dimensione, viaggi nel tempo e paradossi temporali, universi paralleli e via dicendo). Queste idee mostrano un'insospettabile coerenza, come se costituissero un sistema, pari per omogeneit e consequenzialit a quello della scienza. Il che non  inverosimile perch anzitutto gli autori di fantascienza si leggono tra loro, alcuni temi migrano da storia a storia, e si  creato come un canone parallelo a quello della scienza ufficiale; poi perch i romanzieri non sviluppano le loro finzioni in opposizione alle soluzioni della scienza, ma dalla scienza traggono le conseguenze pi estreme; e infine perch alcune delle idee ventilate dalla fantascienza (da Verne in avanti) sono poi diventate realt scientifiche.
Giovannoli applica ora lo stesso criterio all'arcipelago della letteratura poliziesca, e assume che il metodo dei detective della narrativa sia affine a quello dei filosofi e degli scienziati. L'idea in s non  nuova, ma nuovi sono l'ampiezza e il rigore con cui questo spunto viene sviluppato, tanto che ci si potrebbe chiedere, come fa in fondo l'autore, se questo libro rappresenti una filosofia del racconto poliziesco o un manuale di filosofia che prende le mosse da esempi di ragionamento tratti dal racconto poliziesco. Non sapendo se raccomandarlo a chi vuole capire il romanzo giallo o a chi vuole capire la filosofia, per prudenza lo raccomando a entrambi.
Si vede cos che non solo alcuni autori di polizieschi erano al corrente di problemi filosofici e scientifici (si vedano per esempio le pagine sui rapporti tra Dashiell Hammet e la teoria della relativit e la topologia) ma anche che alcuni pensatori non avrebbero pensato (forse) come hanno pensato, se non avessero letto romanzi polizieschi - e si veda quale partito il secondo Wittgenstein avesse tratto dalla lettura di hard boiled novels.
Non so se la filosofia venga prima del poliziesco, perch in fondo anche Edipo re  la storia di un'indagine criminale, ma certamente, a partire dal gothic novel e da Poe, il racconto poliziesco ha forse influenzato pi di quanto sappiamo i pensatori accademici. Giovannoli ci dimostra con formule logiche, diagrammi e altre amenit che il passaggio tra il poliziesco dal racconto di inchiesta al poliziesco di azione  affine al passaggio tra il Wittgenstein del Tractatus a quello delle Ricerche filosofiche: si tratta della transizione da un paradigma della deduzione (che prevede un mondo ordinato, una Grande Catena dell'Essere spiegabile in termini di rapporti quasi obbligati tra cause ed effetti e retta da una sorta di armonia prestabilita per cui l'ordine e la connessione delle idee nella mente del detective rispecchia l'ordine e la connessione vigente nella realt) a un paradigma "pragmatista" in cui il detective, pi che risalire alle cause, provoca effetti.
Il giallo di inchiesta  certamente un modello ridotto della ricerca metafisica, visto che entrambi si risolvono nella domanda "chi ha fatto questo?" - che  poi la versione filosofica del whodunit. Chesterton aveva definito il racconto poliziesco come simbolo di misteri pi alti, e Deleuze aveva detto che un libro di filosofia dovrebbe essere una specie di poliziesco. Che cosa sono le cinque vie per dimostrare l'esistenza di Dio in san Tommaso se non un modello d'indagine, seguendo le tracce lasciate da Qualcuno? Ma c' anche una filosofia implicita nell'hard boiled. Si veda Pascal con la sua scommessa: via, proviamo a scompigliare le carte, e poi vedremo che succede. Cose da Marlowe o da Sam Spade.
Mi piacerebbe dilungarmi sui paragrafi in cui si discutono i rapporti possibili tra Agatha Christie e Heidegger. Certamente Giovannoli non suggerisce che Dieci piccoli indiani (1939) abbia influenzato Essere e tempo (1927), anche se la sua precedente frequentazione dei paradossi temporali avrebbe potuto inclinarlo a tanto; ma certamente trovare nella signora inglese un'idea di "essere-per-la-morte", tratta da fonti medievali, mi sembra un colpo da maestro. Ultima raccomandazione: andatevi a vedere le pagine su Hammet e lo spazio in forma di cavatappi.

2007

Su di un libro non letto

Ricordo (ma, come vedremo, non  detto che ricordi bene), un bellissimo articolo di Giorgio Manganelli, nel quale egli spiegava come un fine lettore possa sapere che un libro non si deve leggere anche prima di averlo aperto. Non stava parlando di quella virt che si richiede spesso al lettore di professione (o all'amatore di gusto), di poter decidere da un incipit, da due pagine aperte a caso, dall'indice, spesso dalla bibliografia, se un libro valga o meno la pena di essere letto. Questo, direi,  solo mestiere. No, Manganelli parlava di una specie d'illuminazione, di cui evidentemente e paradossalmente si arrogava il dono.
Come parlare di un libro senza averlo mai letto (Excelsior 1881, 2007) di Pierre Bayard (psicoanalista e docente universitario di letteratura) non tratta di come si debba sapere se non leggere un libro, ma di come si possa tranquillamente parlare di un libro non letto, persino da professore a studente, e anche se si tratta di un libro di straordinaria importanza. Il suo calcolo  scientifico, le buone biblioteche raccolgono alcuni milioni di volumi, anche a leggerne uno al giorno ne leggeremmo solo 365 in un anno, 3600 in dieci anni, e tra i dieci e gli ottant'anni ne avremmo letti appena 25.200. Un'inezia. D'altra parte chiunque abbia avuto una buona educazione liceale sa benissimo di poter ascoltare un discorso, poniamo, su Bandello, Guicciardini, Boiardo, numerosissime tragedie di Alfieri e persino Le confessioni di un italiano avendone soltanto appreso a scuola il titolo e la collocazione critica, ma senza averne mai letto una riga.
 la collocazione critica il punto cruciale per Bayard. Egli afferma senza vergogna di non aver mai letto l'Ulysses di Joyce, ma di poterne parlare alludendo al fatto che  una ripresa dell'Odissea (che egli peraltro ammette di non aver mai letto per intero), che si basa sul monologo interiore, che si svolge a Dublino in un giorno solo ecc. Cos che scrive: "Quindi mi capita di frequente, nei miei corsi, senza batter ciglio, di far spesso riferimento a Joyce." Conoscere di un libro la relazione con altri libri significa spesso saperne pi che avendolo letto.
Bayard mostra come, quando ci si pone a leggere certi libri trascurati da tempo, ci si accorge che se ne conosce benissimo il contenuto perch nel frattempo se ne erano letti altri che ne parlavano, li citavano, o si muovevano nello stesso ordine d'idee. E (cos come fa alcune divertentissime analisi di vari testi letterari in cui si tratta di libri mai letti, da Musil a Graham Greene, da Valry ad Anatole France e a David Lodge) mi fa l'onore di dedicare un intero capitolo al mio Il nome della rosa, dove Guglielmo da Baskerville dimostra di conoscere benissimo il contenuto del secondo libro della Poetica di Aristotele, che pure egli sta prendendo in mano per la prima volta, semplicemente perch lo deduce da altre pagine aristoteliche. Vedremo poi alla fine di questa Bustina che non cito questo passo per mera vanit.
La parte pi intrigante di questo pamphlet, meno paradossale di quel che sembri,  che noi dimentichiamo una percentuale altissima anche dei libri che abbiamo letto davvero, anzi di essi ci componiamo una sorta di immagine virtuale fatta non tanto di quello che essi dicevano, bens di ci che ci hanno fatto passar per la mente. Pertanto se qualcuno, che non ha letto un certo libro, ce ne cita dei passi o delle situazioni inesistenti, noi siamo prontissimi a credere che il libro ne parlasse.
 che (e qui viene fuori lo psicoanalista pi che il docente di letteratura) Bayard  non tanto interessato a che la gente legga i libri altrui, quanto piuttosto al fatto che ogni lettura (o non-lettura, o lettura imperfetta) debba avere un aspetto creativo, e che (a dirla con parole semplici) in un libro il lettore debba metterci anzitutto del suo. Tanto da auspicare una scuola dove, siccome parlare di libri non letti  un modo per conoscere se stessi, gli studenti "inventino" i libri che non dovranno leggere.
Salvo che Bayard, per mostrare come, quando si parla di un libro non letto, anche chi l'ha letto non si accorge delle citazioni sbagliate, verso la fine del suo discorso confessa di aver introdotto tre notizie false nel riassunto del Nome della rosa, del Terzo uomo di Greene e di Scambi di Lodge. La faccenda divertente  che io leggendo mi sono subito accorto dell'errore su Greene, ho avuto un dubbio a proposito di Lodge, ma non mi ero accorto dell'errore a proposito del mio libro. Il che vuol dire che probabilmente ho letto male il libro di Bayard oppure (e sia lui che i miei lettori sarebbero autorizzati a sospettarlo) che l'ho appena sfogliato. Ma la cosa pi interessante  che Bayard non si  reso conto che, denunciando i suoi tre (voluti) errori, egli assume implicitamente che dei libri ci sia una lettura pi giusta delle altre - tanto che, dei libri che analizza per sostenere la sua tesi della non-lettura, d una lettura molto minuziosa. La contraddizione  cos evidente da dar adito al dubbio che Bayard non abbia letto il libro che ha scritto.
2007
Sulla labilit dei supporti
Domenica scorsa, nella giornata conclusiva della Scuola per Librai intitolata a Umberto ed Elisabetta Mauri, a Venezia, si  (tra l'altro) parlato della labilit dei supporti dell'informazione. Sono stati supporti di informazione scritta la stele egizia, la tavoletta d'argilla, il papiro, la pergamena e ovviamente il libro a stampa. Il quale ultimo ha mostrato sinora di sopravvivere bene per cinquecento anni, ma solo se si tratta di libri fatti con carta di stracci. Da met Ottocento si  passati alla carta di legno, e pare che questa abbia una durata massima di settant'anni (e infatti basta prendere in mano giornali o libri del dopoguerra per vedere come molti di essi si sbriciolano appena li si sfoglia). Pertanto da tempo si fanno convegni e si studiano mezzi di vario tipo per salvare tutti i libri che affollano le nostre biblioteche, e uno dei pi gettonati (ma quasi impossibile da realizzare per ogni libro esistente)  la scannerizzazione di tutte le pagine e il loro trasporto su supporto elettronico.
Ma qui viene fuori un altro problema: tutti i supporti per il trasporto e la conservazione dell'informazione, dalla foto alla pellicola cinematografica, dal disco sino alla chiavetta USB che usiamo nel nostro computer, sono pi deperibili del libro. Di alcuni di essi lo sappiamo: nelle vecchie audiocassette dopo un poco il nastro si attorcigliava, si tentava di disattorcigliarlo inserendo la matita nel buchino, ma spesso con risultati nulli; le videocassette perdono facilmente i colori e la definizione, e se le si usano troppe volte per studio, facendole andare avanti e indietro, si rovinano ancor prima. Abbiamo per avuto tempo ad accorgerci di quanto potesse durare un disco in vinile senza sfregiarsi troppo, ma non abbiamo avuto tempo di verificare quanto dura un CD-ROM dato che, salutato come invenzione che avrebbe sostituito il libro,  subito uscito dal mercato perch agli stessi contenuti si poteva accedere on line e a costo pi conveniente. Non sappiamo quanto durer un film in DVD, sappiamo solo che talora inizia gi a fare le bizze quando lo facciamo girare troppe volte. Cos non abbiamo fatto in tempo ad accorgerci di quanto potessero durare i dischi flessibili da computer: prima che lo scoprissimo sono stati sostituiti dalle dischette rigide, e queste dai dischi riscrivibili, e questi ancora dalle chiavette USB. Con la sparizione dei vari supporti sono spariti anche i computer capaci di leggerli (credo che nessuno abbia pi in casa un computer in cui ci sia la fessura per un floppy disk) e, se uno non ha per tempo trasferito sul supporto successivo tutto quello che aveva sul precedente (e via cos, presumibilmente per sempre, ogni due o tre anni), lo ha irrimediabilmente perduto (a meno che non conservi in cantina una decina di computer obsoleti, uno per ogni supporto scomparso).
Quindi di tutti i supporti meccanici, elettrici ed elettronici o sappiamo che sono rapidamente perituri, o non sappiamo ancora quanto durino e probabilmente non lo sapremo mai.
Infine, basta uno sbalzo di corrente, un fulmine in giardino o qualche altro incidente assai pi banale per smagnetizzare una memoria. Se ci fosse un black out abbastanza duraturo non potrei pi usare alcuna memoria elettronica. Se pur avessi registrato sulla mia memoria elettronica tutto il Don Chisciotte, non potrei leggerlo alla luce di una candela, su un'amaca, in barca, nella vasca da bagno, in altalena, mentre un libro mi consente di farlo anche nelle condizioni pi disagiate. E se mi cadono il computer o l'ebook dal quinto piano sono matematicamente sicuro di aver perso tutto, mentre se cade un libro al massimo si sfascia.
I supporti moderni sembrano mirare pi alla diffusione dell'informazione che alla sua conservazione. Il libro invece  stato strumento principe della diffusione (si pensi al ruolo che ha avuto la Bibbia a stampa per la riforma protestante) ma al tempo stesso anche della conservazione.  possibile che tra qualche secolo l'unico modo per avere notizie sul passato, smagnetizzatisi tutti i supporti elettronici, sia ancora un bell'incunabolo. E, fra i libri moderni, sopravvivranno i molti fatti in carta pregiata, o quelli che ora vengono proposti da molti editori in free acid paper.
Non sono un passatista. Su un hard disk portatile da duecentocinquanta giga ho registrato i massimi capolavori della letteratura universale e della storia della filosofia:  molto pi comodo ricuperare da l in pochi secondi una citazione da Dante o dalla Summa Theologiae che non alzarsi e andare a prelevare un volume pesante da scaffali troppo alti. Ma sono lieto che quei libri rimangano nei miei scaffali, garanzia di memoria per quando gli strumenti elettronici andranno in tilt.
2009
Il futurismo non  stato una catastrofe
Nel centenario del Manifesto futurista molte mostre si sono aperte per ricordare e rivalutare il movimento, e sono note le polemiche sul modo in cui la mostra di Parigi avrebbe considerato i futuristi come epigoni del cubismo mentre le varie esposizioni italiane cercano di sottolineare la loro originalit e diversit. Fra tutte le mostre mi sembra spicchi per vari motivi quella organizzata a Palazzo Reale a Milano. Non ricordo quale giornale, nel recensirla, si  lamentato che vi mancassero i grandi incunaboli del movimento, come a dire il Dinamismo di un foot-baller di Boccioni o i Funerali dell'anarchico Galli di Carr, ma la cosa non dovrebbe disturbare, e non perch quelle sono opere che si sono viste esposte molte volte, ma perch la mostra fa vedere qualche cosa di meglio e di pi. Invece di certe opere maggiori fa vedere che cosa c'era prima del futurismo e accanto a esso, specie nella Milano in cui si  sviluppato prima di approdare in Francia. La mostra si diffonde anche sul dopo-futurismo, sino ad alcuni importanti contemporanei, ma, se  ovvio che una tradizione artistica crei sempre delle influenze,  meno ovvio quello che accadeva prima del fatidico 1909.
In fondo noi siamo stati abituati a pensare che prima ci fossero i realisti alla Michetti che piacevano a D'Annunzio, i ritrattisti per signore alla Boldini, i simbolisti o i divisionisti alla Previati, tutti che incantavano i buoni borghesi che frequentavano musei e gallerie; e poi ci sarebbe stato uno scossone inatteso, uno di quei rivolgimenti rapidi che mutano la storia, come le rivoluzioni, o la natura, come i cataclismi, e sono apparse le avanguardie storiche, tra cui in Italia il futurismo.
Molti conoscono la teoria matematica delle catastrofi elaborata da Thom: una catastrofe, in tal senso,  come una brusca "piega" per cui prima non c'era niente e dopo c' tutto, o viceversa. In tal senso sono catastrofi il sonno o la morte (Monsieur de la Palisse un momento prima di morire era ancora vivo) ma anche, secondo alcune interpretazioni, vari eventi storici come per esempio le sommosse, o le rivolte nelle carceri (e sarebbe catastrofe anche una guarigione miracolosa). Ora la mostra milanese ci fa toccare con mano che il futurismo non  stato una catastrofe. Basta guardare le opere esposte per accorgersi come (per non dire delle forme in liquefazione di uno scultore di fine Ottocento come Medardo Rosso) nei primi anni del Novecento, e prima che appaiano i grandi capolavori del futurismo, proprio mentre Carr, Balla o Boccioni dipingono ancora i loro quadri figurativi (in cui la critica ha da tempo riconosciuto i germi del futurismo a venire), l'annuncio del dinamismo futurista si annida l dove di solito non lo si attende o non lo si andava a cercare. Nel 1904 Pellizza da Volpedo fa un'Automobile al passo del Penice dove l'automobile quasi non si vede ma si vede una strada che scorre per veloci striature di pennello, nel 1907 Previati dipinge un Carro del sole che al suo estenuato simbolismo unisce una rappresentazione tangibile del movimento veloce e convulso dell'astro. E sono solo alcuni esempi, ma  come se gli ultimi simbolisti come Alberto Martini annunciassero i futuristi e i futuri futuristi tenessero ancora d'occhio divisionisti e simbolisti. Per non dire di un Angelo Romani che tra 1904 e 1907 elabora ritratti e forme indefinibili chiamate Urlo e Libidine che non riesco a definire se non simbo-futu-espressio-astrattiste, molto pi azzardate dei dipinti futuristi a venire - e si capisce allora perch Romani aderir al Manifesto futurista per poi dissociarsene, come se oscuramente cercasse altre cose.
La mostra milanese suggerisce molte riflessioni al di l della vicenda dei movimenti artistici.  che siamo stati abituati, dalla storia detta evenemenziale, a vedere tutti i grandi eventi storici appunto come catastrofi: quattro sanculotti danno l'assalto alla Bastiglia e scoppia la Rivoluzione francese, qualche migliaio di scalzacani (ma pare che la foto sia stata artefatta) danno l'assalto al Palazzo d'Inverno e scoppia la Rivoluzione russa, sparano a un arciduca e gli alleati si accorgono di non potere convivere con gli imperi centrali, ammazzano Matteotti e il fascismo decide di trasformarsi in dittatura... Invece sappiamo che i fatti sono serviti di pretesto o, per cos dire, di segnalibro per poter fissare l'inizio di qualcosa, e che i grandi eventi di cui sono diventati simbolo stavano maturando per lento gioco di influenze, crescite e disfacimenti.
La storia  lutulenta e viscosa. Cosa da tenere sempre a mente, perch le catastrofi di domani stanno sempre maturando gi oggi, sornionamente.
2009
Interrompimi se la sai gi
Le opere in cui si  tentata una definizione filosofica o psicologica del comico sono una miniera di motti di spirito. Le migliori storielle ebraiche si trovano nel libro di Freud sul Witz e nel libro di Bergson sul riso si trovano perle come questa citazione da Labiche: "Fermo! Solo Dio ha diritto di uccidere un proprio simile!" In queste opere tuttavia la citazione della barzelletta serve come esempio per spiegare una teoria.
Ecco invece un libro dove le teorie servono come pretesto per raccontare barzellette. Jim Holt non  filosofo, e ha scritto inizialmente queste pagine (Senti questa. Piccola storia e filosofia della battuta di spirito) per il New Yorker (il titolo originale suona come "Interrompimi se la sai gi"). Holt cita teorie anche contrastanti (che peraltro mostra di conoscere bene) per offrici una raffica di barzellette. Il suo libro non potrebbe essere adottato come testo per le elementari perch si sofferma di preferenza su barzellette particolarmente pepate. Inoltre cita barzellette americane, di quelle dette dai comedians come Lenny Bruce, le quali sono spesso difficili da capire se non si conosce la lingua e l'ambiente. Per esempio: "Perch il New Jersey  chiamato lo Stato dei giardini? Perch c' un Rosenblum in ogni quartiere"; e per ridere bisogna sapere che Rosenblum  nome ebraico, che in inglese suggerisce una fioritura di rose, e che nel New Jersey abitano molti ebrei. Se non vivi a New York non ridi.
Figuriamoci dunque le difficolt che incontra il traduttore Alfonso Vinassa de Regny, il quale talora deve ricorrere alla nota esplicativa, ed  noto come sia triste spiegare le barzellette. Non posso peraltro esimermi da notare una nota mancata quando si cita una storiella che mira a ironizzare sul fatto che gli episcopali ordinano sacerdoti anche i gay: "Perch gli episcopali sono negati agli scacchi? Perch non sanno distinguere un alfiere da una regina." Detta cos la battuta avrebbe poco sugo, anche perch  falso che i gay non distinguano tra uomo e donna. La nota specifica che in inglese l'alfiere si dice bishop e cio vescovo, il che renderebbe pi logica la battuta, dato che si parla di cose ecclesiastiche. Ma si omette di dire che in slang queen, regina, vuole dire omosessuale, nel senso pi dispregiativo possibile. E dunque la barzelletta suggerisce che "non sanno distinguere un vescovo da una checca", il che non  politicamente corretto, ma  pi caustico.
Insomma, tradurre barzellette  talora impresa improba ma, questo detto, molte delle storielle di questo libro fanno ridere e alcune vale propria la pena di citarle. Ci sono battute nella letteratura greca antica (come vuole che le tagli i capelli? chiede il barbiere; e il cliente: in silenzio!) e Holt cita una barzelletta che ci  pervenuta incompleta. Un cittadino di Abdera, citt i cui abitanti erano rinomati per la loro stupidit, chiede a un eunuco quanti figli ha avuto e quello gli risponde che non ne ha avuto nessuno perch gli mancano gli organi riproduttivi. Ma manca anche la risposta dell'abderese e Holt s'inquieta. Io proporrei: "Che c'entra, anch'io ho gli organi che non funzionano e tuttavia mia moglie mi ha dato tre bellissimi bambini."
Bello il capitolo sulle Facezie di Poggio Bracciolini, e le annotazioni su come le perversioni sessuali abbiano persino ispirato alcune barzellette sadiche come quelle sui bambini morti che circolavano negli Stati Uniti qualche decennio fa ("Cos' rosso e dondola? Un bambino appeso a un gancio da macellaio"). Bene il commosso ricordo di un antropologo della battuta come Alan Dundes (si ricorda quella sul primo premio sovietico per gli autori delle barzellette sul regime: quindici anni), e dei suoi studi forse troppo acuti sulle stupidissime barzellette sugli elefanti. Pi avanti trovo molto raffinata "Cosa dice una lumaca a cavallo sul dorso di una tartaruga? Yuu-huu!" e questa potreste raccontarla anche ai bambini. Non  per bambini invece quella sulla dieta di Clinton: " dimagrito tanto che adesso riesce a vedere la faccia della sua stagista." Anche bellina quella del tizio che entra in un bar e dice che tutti i poliziotti sono degli stronzi. Un tizio seduto al bancone manifesta il suo disaccordo. Perch, sei un poliziotto? gli domanda il primo. No, risponde l'altro, sono uno stronzo. Per i bambini andrebbe bene quella dello scheletro che entra nel bar (forse lo stesso) e chiede una birra e uno straccio per il pavimento.
Visto che Holt non si nega nulla, citer la battuta sul deicidio attribuita a Leon Wieseltier: "Perch tutto questo casino? Lo abbiamo ucciso solo per un paio di giorni!" Trascuro le barzellette logico-filosofiche, comprensibili solo a un pubblico specializzato. Mi spiace solo che manchi una battuta veramente pronunciata a un congresso di logica. La formula logica del modus ponens suona "se P allora Q", e in inglese si pronuncia if pi then chiu. Durante il convegno uno studioso va al gabinetto e trova una fila di gente. Allora dice "if pee then queue", che si pronuncia sempre if pii then chiu, ma in quel caso vuole dire che se vuoi fare pip devi fare la coda.
2009 
Festschrift
In gergo accademico un Festschrift  un volume di contributi dotti che amici e allievi preparano per festeggiare il compleanno di uno studioso. Questo volume pu raccogliere studi specifici sul personaggio in questione, e in tal caso richiede ai contributori una gran fatica, e si rischia che contribuiscano solo gli allievi fedeli, non i colleghi famosi, che non hanno tempo o voglia di dedicare al collega una riflessione cos impegnativa. Oppure, proprio per catturare anche nomi celebri, il volume  a tema libero, i saggi sono presentati non come "su Pinco Pallino" ma come "in onore di Pinco Pallino".
Com' facile immaginare, specie nel secondo caso, un saggio consegnato per un Festschrift  praticamente perduto, perch nessuno potr mai sapere che tu hai scritto su quell'argomento specifico in quella raccolta. In ogni caso  un sacrificio che una volta si faceva volentieri, e poi magari si ricuperava il proprio scritto in altra sede. Salvo che una volta si faceva il Festschrift quando il professor Pallino compiva i sessant'anni - che era gi un bel vivere, e se tutto andava bene moriva prima dei settanta. Oggi, grazie allo sviluppo della medicina, il professor Pallino rischia di vivere sino a novant'anni, e i suoi allievi sono tenuti a fargli un Festschrift per i sessanta, per i settanta, per gli ottanta e per i novanta.
Siccome inoltre i rapporti internazionali si sono infittiti nell'ultimo mezzo secolo e ciascuno studioso  in rapporti di diretta amicizia con molti pi personaggi di quanto non accadesse un tempo, lo studioso medio riceve ogni anno almeno venti o trenta richieste per volumi celebrativi di colleghi che hanno felicemente raggiunto, in tutto il mondo, et quasi bibliche. Calcolando che uno scritto per un Festschrift debba contare, minimo minimo per non sembrar spilorcio, una ventina di pagine, ciascun studioso dovrebbe in media scrivere seicento pagine all'anno, tutte sperabilmente originali, per celebrare amici longevissimi e amatissimi. Come si capisce, la cosa  insostenibile, eppure un rifiuto pu essere avvertito come una mancanza di riguardo.
Ci sono solo due modi di ovviare a questa tragedia. O pretendere che si faccia un volume celebrativo solo dagli ottanta in su, o fare come me, che ormai mando lo stesso saggio per qualsiasi Festschrift (cambiando solo le prime dieci righe e le righe di conclusione), e non se ne  mai accorto nessuno.
2010
Il vecchio Holden
Alla morte di Salinger ho letto varie rievocazioni del Giovane Holden e ho visto che si dividevano in due categorie: la prima, erano le memorie commosse di coloro per cui il romanzo era stato una meravigliosa esperienza adolescenziale, la seconda erano le riflessioni critiche di coloro che (o troppo giovani o troppo vecchi) lo avevano letto come si legge un romanzo qualsiasi. Le letture del secondo tipo erano tutte perplesse e si domandavano se l'Holden sarebbe rimasto nella storia della letteratura o rappresentasse un fenomeno legato a un'epoca e a una generazione. Eppure nessuno si era posto problemi del genere rileggendo Herzog alla morte di Bellow o Il nudo e il morto alla morte di Mailer. Perch con Holden?
Io credo di essere una buona cavia. Il romanzo esce nel 1951, viene tradotto l'anno dopo in italiano per i tipi di Casini con il titolo poco incoraggiante di Vita da uomo, passa inosservato e ottiene successo solo nel 1961 quando esce da Einaudi come Il giovane Holden.  quindi la madeleine proustiana di chi era adolescente all'inizio degli anni sessanta. Io a quell'epoca ero ormai trentenne, ero impegnato su Joyce, e Salinger mi  sfuggito. L'ho letto, quasi per dovere documentario, solo una decina d'anni fa, e mi ha lasciato indifferente. Come mai?
Anzitutto non mi ricordava alcuna passione adolescenziale; in secondo luogo probabilmente quel linguaggio giovanile che aveva cos originalmente usato era ormai superato (si sa, i giovani cambiano di gergo a ogni stagione), e quindi suonava falso; e infine dagli anni sessanta a oggi lo "stile Salinger" aveva avuto tale fortuna ed era riapparso in tanti altri romanzi, che non poteva che apparirmi di maniera, e in ogni caso per nulla inedito e provocatorio. Il romanzo era divenuto poco interessante a causa del successo che aveva avuto.
Questo induce a pensare quanto, nella storia della "fortuna" di un'opera, contino le circostanze, i contesti storici in cui appare, e il riferimento alla vita stessa del lettore. Un esempio a un altro livello: io non appartengo alla Tex generation e rimango sempre stupito quando sento qualcuno che si dichiara cresciuto col mito di Tex. La spiegazione  semplice, Tex appare nel 1948 e a quell'epoca io, gi liceale, avevo smesso di leggere i fumetti, e avrei ripreso a leggerli verso i trent'anni, all'epoca di Charlie Brown, della riscoperta dei classici come Dick Tracy o Krazy Kat, e con l'inizio della grande tradizione italiana dei Crepax e dei Pratt. Nello stesso modo il mio Jacovitti  stato quello di Pippo, Pertica e Palla (anni quaranta) e non quello di Cocco Bill.
Ma stiamo attenti a non ridurre tutto a problemi personali.  ovvio che qualcuno pu odiare la Divina Commedia perch, all'epoca in cui doveva studiarla, stava soffrendo di una tremenda delusione amorosa, ma questo poteva succedergli anche con i film di Tot. Tuttavia non bisogna indulgere al vizio pseudodecostruzionista per cui non esiste alcun senso di un testo e tutto dipende dal modo in cui il lettore lo interpreta. Si pu intristire ricordando Tot, Peppino e la malafemmina perch la nostra ragazza ci ha lasciato proprio quel giorno che eravamo andati a vederlo, ma questo non esclude che, a un'analisi spassionata, l'episodio della lettera a Dorian Grey risulti un capolavoro di ritmo e di dosaggio di effetti comici.
Allora, se il valore artistico di un'opera pu essere valutato indipendentemente dalle circostanze della nostra personale ricezione, rimane la questione delle ragioni del suo successo o insuccesso in un'epoca determinata. Quanto il successo di un libro pu essere legato al periodo (e al contesto culturale) in cui appare? Perch l'Holden affascina i giovani americani all'inizio degli anni cinquanta ma nello stesso periodo lascia indifferenti i giovani italiani, i quali lo scoprono solo dieci anni dopo? E non basta pensare al maggior prestigio editoriale e alla capacit pubblicitaria di Einaudi nei confronti di Casini.
Potrei citare molte opere che hanno ottenuto vasta popolarit e apprezzamento critico di cui non avrebbero goduto se fossero state pubblicate dieci anni prima o dieci anni dopo. Certe opere devono arrivare nel momento giusto. E dalla filosofia greca in avanti si sa che "il momento giusto" o kairs costituisce un serio problema. Affermare che un'opera appare o non appare nel momento giusto non significa poter spiegare perch quello sia proprio il momento giusto. Si tratta di quei problemi irresolubili come predire dove sar mercoled una pallina da ping pong affidata il luned alle onde del mare.
2010
Diavolo di un Aristotele
 appena uscito in italiano un curioso libro di Peter Leeson, L'economia secondo i pirati. Il fascino segreto del capitalismo (Garzanti, 2010), dove l'autore, storico americano del capitalismo, spiega i principi fondamentali dell'economia e della democrazia moderne prendendo come modello gli equipaggi delle navi pirata del XVII secolo (s, proprio quelle del Corsaro Nero o di Pietro l'Olonese, con la bandiera col teschio che, all'inizio, non era nera bens rossa, da cui il nome Jolie rouge che in inglese era stato poi storpiato come Jolly Roger).
Leeson dimostra che, con le sue leggi ferree, a cui ogni pirata per bene si atteneva, la filibusta era un'organizzazione "illuminata", democratica, egualitaria e aperta alla diversit: in poche parole era un modello perfetto di societ capitalistica.
Su questi temi ricama anche Giulio Giorello nella sua prefazione e pertanto non mi occuper di quanto dice il libro di Leeson, bens di un'associazione di idee che mi ha fatto sorgere. Perbacco, chi, anche senza poter sapere niente del capitalismo, aveva tracciato un parallelo tra pirati e mercanti (vale a dire imprenditori liberi, modelli del capitalismo futuro) era stato Aristotele.
Aristotele ha il merito di aver definito per primo la metafora, sia nella Poetica sia nella Retorica, e in quelle sue definizioni inaugurali sosteneva che essa non  puro ornamento bens una forma di conoscenza. Non sembri cosa da poco perch nei secoli successivi la metafora  stata vista a lungo solo come un modo di abbellire il discorso senza tuttavia cambiarne la sostanza. E ancor oggi c' qualcuno che la pensa cos.
Nella Poetica diceva che capire le buone metafore vuole dire "sapere scorgere il simile o il concetto affine". Il verbo che usava era theoren, che vale per scorgere, investigare, paragonare, giudicare. Su questa funzione conoscitiva della metafora Aristotele tornava con maggiore ampiezza nella Retorica dove diceva che  gradevole ci che suscita ammirazione perch ci fa scoprire un'analogia insospettata, vale a dire ci "mette sotto gli occhi" (cos si esprimeva) qualcosa che non avevamo mai notato, per cui si  portati a dire "guarda,  proprio cos, eppure non lo sapevo".
Come si vede in tal modo Aristotele assegnava alle buone metafore una funzione quasi scientifica, anche se si trattava di una scienza che non consisteva nello scoprire qualcosa che era gi l, bens, per cos dire, nel farlo apparire l per la prima volta, nel creare un modo nuovo di guardare le cose.
E quale era uno degli esempi pi convincenti di metafora che ci mette qualcosa sotto gli occhi per la prima volta? Una metafora (che non so dove Aristotele avesse trovato) per cui i pirati venivano detti "provveditori" o "fornitori". Come per altre metafore Aristotele suggeriva che si individuasse, per due cose apparentemente diverse e inconciliabili, almeno una propriet comune, e poi si vedessero le due cose diverse come specie di quel genere.
Anche se i mercanti erano di solito considerati brave persone che andavano per mare a trasportare e vendere legalmente le loro merci, mentre i pirati erano dei mascalzoni che assalivano e depredavano le navi di quegli stessi mercanti, la metafora suggeriva che pirati e mercanti avessero in comune il fatto di operare il passaggio di merci da una fonte al consumatore. Indubbiamente una volta che avevano depredato le loro vittime, i pirati andavano a vendere i beni conquistati da qualche parte e quindi erano dei trasportatori, provveditori e fornitori di merci - anche se i loro clienti erano probabilmente imputabili di incauto acquisto. In ogni caso quella fulminea somiglianza tra mercanti e predatori creava tutta una serie di sospetti - cos che il lettore era indotto a dire "cos era, e prima mi sbagliavo".
Da un lato la metafora obbligava a riconsiderare il ruolo del pirata nell'economia mediterranea, ma dall'altro induceva a qualche sospettosa riflessione sul ruolo e sui metodi dei mercanti. Insomma, quella metafora, agli occhi di Aristotele, anticipava quello che poi avrebbe detto Brecht, che il vero crimine non  rapinare una banca bens possederla - e naturalmente il buon stagirita non poteva sapere che l'apparente boutade di Brecht sarebbe apparsa tremendamente inquietante alla luce di quanto  accaduto negli ultimi tempi nel mercato finanziario internazionale.
Insomma, non occorre far finta che Aristotele (che faceva il consigliere di un monarca) la pensasse come Marx, ma capirete come mi ha divertito questa storiella dei pirati. Diavolo di un Aristotele.
2010
Montale e i sambuchi
Nell'amabile libretto Montale e la Volpe in cui Maria Luisa Spaziani ricorda episodi del suo lungo sodalizio con Montale, c' un episodio che bisognerebbe far studiare nelle scuole. Dunque, Spaziani e Montale passano vicino a una fila di sambuchi, fiore che Spaziani aveva sempre amato perch "a guardarlo con attenzione vi si pu scorgere uno stellato notturno, con piccolissimi bocci a raggiera, un incanto". E forse per questo, dice, fra le poesie di Montale che da sempre sapeva a memoria, privilegiava un endecasillabo di straordinario accento: "Alte tremano guglie di sambuchi."
Montale, vedendo Spaziani in estasi davanti ai sambuchi, dice "che bel fiore" e poi domanda cosa sia, strappando all'amica "un urlo da belva ferita". Ma come, il poeta aveva fatto del sambuco una splendida immagine poetica eppure non era in grado di riconoscere un sambuco in natura? Montale si era giustificato dicendo: "Sai, la poesia si fa con le parole." Trovo l'episodio fondamentale per capire la differenza tra la poesia e la prosa.
La prosa parla di cose, e se un narratore introduce un sambuco nella sua vicenda deve sapere cosa sia e descriverlo come si deve, altrimenti poteva fare a meno di evocarlo. Nella prosa rem tene, verba sequentur, possiedi bene quello di cui vuoi parlare e poi troverai le parole adatte. Manzoni non avrebbe potuto aprire il suo romanzo con quello splendido incipit (che  poi un novenario) seguito da una cantabile descrizione paesaggistica, se non avesse prima guardato a lungo e le due catene non interrotte di monti, e il promontorio a destra e l'ampia costiera dall'altra parte, e il ponte che congiunge le due rive, per non dire del Resegone. In poesia accade invece tutto l'opposto, prima t'innamori delle parole, e il resto verr da s, verba tene, res sequentur.
Dunque Montale non avr mai visto le minuscole biche, le alghe asterie, l'erbaspada, la siepe cimata dei pitosfori, la piuma che s'invischia, gli embrici distrutti, la cavolaia folle, il coro delle coturnici, la furlana e il rigodone, la rdola nel fosso? Chiss, ma tale  il valore delle parole nella poesia, dove il rivo strozzato gorgoglia solo perch deve rimare con l'accartocciarsi della foglia, altrimenti avrebbe potuto - che so - gloglottare, borbottare, rantolare, ansimare o boccheggiare, mentre una pura necessit aurale ha voluto che il rivo mirabilmente gorgogliasse e "per sempre - con le cose che chiudono in un giro - sicuro come il giorno, e la memoria - in s le cresce".
2011
Mentire e far finta
I lettori si saranno accorti che in alcune delle ultime Bustine mi sono occupato della bugia.  che stavo preparando un intervento che ho tenuto luned scorso alla Milanesiana, dedicata quest'anno a "bugie e verit", dove ho anche parlato della finzione narrativa. Un romanzo  un caso di menzogna? A prima vista dire che don Abbondio ha incontrato due bravi nei pressi di Lecco sarebbe una bugia perch Manzoni sapeva benissimo di raccontare una cosa che si era inventato. Ma Manzoni non intendeva mentire: faceva finta che quello che raccontava fosse accaduto davvero e ci chiedeva di partecipare alla sua finzione, proprio come accettiamo che un bambino che impugna un bastone faccia finta che sia una spada.
Naturalmente la finzione narrativa richiede che vengano emessi segnali di finzionalit che vanno dalla parola "romanzo" sulla copertina, a inizi come "c'era una volta..." ma spesso incomincia con un falso segnale di veridicit. Ecco un esempio: "Il signor Lemuel Gulliver... tre anni fa, ormai stanco delle continue visite di curiosi alla sua casa di Redriff, compr un piccolo appezzamento di terra nei pressi di Newark... Prima di lasciare Redriff, mi ha affidato questi fogli... Li ho letti con attenzione tre volte e devo dire che... la verit soffia su ogni pagina ed infatti l'autore stesso era talmente noto come persona veritiera, che era diventato proverbiale fra i suoi vicini di Redriff, i quali, per suffragare una loro affermazione, erano soliti aggiungere che era vera come se l'avesse detta Gulliver."
Si veda il frontespizio della prima edizione dei Viaggi di Gulliver: non vi appare il nome di Swift come autore di finzione ma quello di Gulliver come autobiografo veritiero. Forse i lettori non si fanno ingannare perch, dalla Storia vera di Luciano in avanti, le esagerate affermazioni di veridicit suonano come segnale di finzione, ma spesso in un romanzo si mescolano in modo cos stretto fatti fantastici e riferimenti al mondo reale che molti lettori perdono la bussola.
Cos accade che prendano sul serio i romanzi come se parlassero di cose realmente accadute e che attribuiscano all'autore le opinioni dei personaggi. E vi assicuro, come autore di romanzi, che al di l, diciamo, delle diecimila copie, si passa dal pubblico abituato alla finzione narrativa al pubblico selvaggio per cui il romanzo viene letto come sequenza di affermazioni vere, cos come al teatro dei pupi gli spettatori insultavano il fellone Gano di Maganza.
Mi ricordo che nel mio romanzo Il pendolo di Foucault il personaggio Diotallevi, per burlarsi dell'amico Belbo che usa ossessivamente il computer, gli dice a pagina 45: "La Macchina esiste, certo, ma non  stata prodotta nella tua valle del silicone." Un collega che insegna materie scientifiche mi aveva sarcasticamente osservato che la Silicon Valley si traduce Valle del Silicio. Gli avevo detto che sapevo benissimo che i computer si fanno col silicio (in inglese silicon), tanto  vero che se fosse andato a vedere la pagina 275 avrebbe letto che, quando il signor Garamond dice a Belbo di mettere nella Storia dei metalli anche il computer perch fatto col silicio, Belbo gli risponde: "Ma il silicio non  un metallo,  un metalloide." E gli ho detto che a pagina 45 anzitutto non parlavo io bens Diotallevi, che aveva pur diritto di non sapere n le scienze n l'inglese, ma che in secondo luogo era chiaro che Diotallevi si stava burlando delle cattive traduzioni dall'inglese, come chi parlasse di un hot dog come di un cane caldo.
Il mio collega (che diffidava degli umanisti) ha sorriso con scetticismo, ritenendo che la mia spiegazione fosse un povero rappezzo.
Ecco il caso di un lettore che, sebbene istruito, anzitutto non sapeva leggere un romanzo come un tutto, collegando le sue varie parti, in secondo luogo era impermeabile all'ironia, e infine non distingueva tra opinioni dell'autore e opinione dei personaggi. A un non-umanista del genere il concetto di fare finta era ignoto.
2011
Credulit e identificazione
Ricordavo la settimana scorsa che moltissimi lettori provano difficolt a distinguere, in un romanzo, la realt dalla finzione, e tendono ad attribuire all'autore passioni o pensieri dei suoi personaggi. A conferma, trovo ora in Internet un sito che registra pensieri di vari autori, e tra le "frasi di Umberto Eco" trovo questa: "L'italiano  infido, bugiardo, vile, traditore, si trova pi a suo agio col pugnale che con la spada, meglio col veleno che col farmaco, viscido nella trattativa, coerente solo nel cambiar bandiera a ogni vento." Non  che non ci sia qualcosa di vero, ma si tratta di un luogo comune secolare messo in giro da autori stranieri, e nel mio romanzo Il cimitero di Praga questa frase la scrive un signore che nelle pagine precedenti ha manifestato pulsioni razziste a trecentosessanta gradi usando i clich pi frusti. Cercher di non mettere mai in scena personaggi banali, altrimenti un giorno mi verranno attribuiti filosofemi come "di mamma ce n' una sola".
Ora leggo l'ultimo Vetro soffiato di Eugenio Scalfari, che riprende la mia Bustina precedente e solleva un nuovo problema. Scalfari consente al fatto che ci siano persone che scambiano la finzione narrativa per la realt, ma ritiene (e ritiene giustamente che io ritenga) che la finzione narrativa pu essere pi vera del vero, ispirare identificazioni, percezione di fenomeni storici, creare nuovi modi di sentire ecc. E figuriamoci se non si pu essere che d'accordo con questa opinione.
Non solo, la finzione narrativa consente anche esiti estetici: un lettore pu benissimo sapere che Madame Bovary non  mai esistita e tuttavia godere del modo con cui Flaubert costruisce il suo personaggio. Ma ecco che proprio la dimensione estetica ci riporta per opposto alla dimensione "aletica" (che cio ha a che fare con quella nozione di verit condivisa dai logici, dagli scienziati, o dai giudici che in tribunale debbono decidere se un testimone ha detto o meno come sono andate le cose). Sono due dimensioni diverse, guai se un giudice si commuovesse perch un colpevole racconta esteticamente bene le sue bugie; e io mi stavo occupando della dimensione aletica, tanto  vero che la mia riflessione era nata all'interno di un discorso sul falso e la bugia.  falso dire che una lozione di Vanna Marchi fa ricrescere i capelli?  falso.  falso dire che don Abbondio incontra due bravi? Dal punto di vista aletico s, ma il narratore non vuole dirci che quanto racconta sia vero bens finge che sia vero e chiede anche a noi di far finta. Ci chiede, come raccomandava Coleridge, di "sospendere l'incredulit".
Scalfari cita il Werther e noi sappiamo quante giovani e giovinette romantici si siano uccisi identificandosi col protagonista. Forse credevano che la storia fosse vera? Non  necessario, cos come noi sappiamo che Emma Bovary non  mai esistita eppure ci commoviamo sino alle lacrime sulla sua sorte. Si riconosce che una finzione  una finzione eppure ci s'immedesima nel personaggio.
 che intuiamo che se Madame Bovary non  mai esistita, sono esistite tante donne come lei, e un poco come lei siamo forse anche noi, e si ricava una lezione sulla vita in genere e su noi stessi. I greci antichi credevano che le cose accadute a Edipo fossero vere e ne traevano occasione per riflettere sul fato. Freud sapeva benissimo che Edipo non era mai esistito, ma ne leggeva la vicenda come lezione profonda su come vadano le cose dell'inconscio.
Che cosa accade invece ai lettori di cui parlavo io, che non sanno assolutamente distinguere tra finzione e realt? La loro situazione non ha valenze estetiche, perch sono talmente preoccupati a prendere sul serio la storia che non si chiedono se sia raccontata bene o male; non cercano di trarne insegnamenti; non si identificano affatto nei personaggi. Semplicemente manifestano quello che definirei un deficit finzionale, sono incapaci di "sospendere la credulit". Siccome questi lettori sono pi di quanto pensiamo, vale la pena di occuparsene proprio perch sappiamo che tutte le altre questioni estetiche e morali a loro sfuggono.
2011
Tre pensierini virtuosi
Investimenti Siamo stati tutti scandalizzati dal signore che ha versato duecentomila euro alla 'ndrangheta per assicurarsi, mi pare di ricordare, quattromila voti. E infatti sono cose che non si fanno. Ma non si  riflettuto abbastanza su altri tre problemi. Primo, dove aveva preso quel signore duecentomila euro (che sono pur sempre quattrocento milioni di lire di una volta)? Va bene, saranno stati i suoi sudati risparmi. Secondo, perch per ottenere un posto di consigliere regionale spendeva circa l'equivalente di quindici anni di stipendio di un piccolo impiegato? E, anche ammesso che avesse dei risparmi, come avrebbe vissuto il primo anno se i risparmi li aveva gi spesi? Forse perch dalla sua nuova posizione poteva ottenere molto di pi di duecentomila euro.
Il terzo problema  che circolano per Milano quattromila persone che per cinquanta euro hanno venduto il loro voto. O erano troppo disperati o troppo furbi. In entrambi i casi  una cosa triste.
Disinvestimenti Tutti coloro che amano il libro si sono sdegnati per l'attivit del signor De Caro, direttore e svaligiatore della biblioteca Girolamini di Napoli, anche perch pare che da anni non solo facesse commercio di libri rubati ma producesse anche abilissime falsificazioni. Se devo dare ascolto a un documentato articolo di Conchita Sannino su Repubblica del 2 novembre, molti di questi libri erano stati venduti su eBay, e si menziona una Cronaca di Norimberga, famoso incunabolo, per trentamila euro. Ma allora in questa vicenda De Caro non  l'unico colpevole. Qualsiasi lettore di cataloghi (ma basta anche un'esplorazione di quindici minuti su Internet), sa che la Cronaca di Schedel si pu trovare da un minimo di settantacinquemila euro a un massimo di centotrentamila, a seconda della perfezione della copia. Pertanto una copia da trentamila o  incompleta o in tali condizioni da essere pietosamente definita dai librai onesti come "copia di studio" (ma allora dovrebbe costare meno di trentamila euro). Quindi chi ha comperato su eBay una Cronaca per quel prezzo non poteva ignorare che stava facendo un incauto acquisto (a essere indulgenti, e a essere severi una ricettazione). Siamo proprio attorniati da mascalzoni, alcuni in vendita a cinquanta euro, altri con uno sconto del sessanta per cento sui prezzi di mercato.
S'incomincia da piccoli Leggo con stupefazione su Yahoo Answers il seguente appello: "Piccolo aiutinoo! Mi servirebbe il riassunto della Cosa di Umberto Eco. Mi potete aiutare?? Grazie mille." Allo stato dei fatti non ci sono risposte. C' invece una risposta a un'altra richiesta di aiuto per un altro compitino: "L'effetto della tecnologia sui ragazzi. Aiutatemi per favore." (Tutti questi appelli sono sempre seguiti dall'emoticon del sorriso). Risponde tale Luigia: "Ahahaahha io direi proprio che la tecnologia ha fatto s che i ragazzi cerchino risposte facili su social network e canali perch ormai non sono pi in grado di formulare un pensiero da soli e vanno alla ricerca di qualcuno che li imbocchi. L'onniscienza del web  diventata la loro grande mamma in grado di viziarli e far loro progressivamente spegnere il cervello... ahahahahah."
Brava Luigia, ragazza di buon senso. Ma torniamo all'episodio, che mi lusinga, per cui un maestro o un professore ha invitato i suoi ragazzi a fare il riassunto di un mio racconto. Non credo proprio che lo abbia soltanto nominato invitando i ragazzi ad andarselo a cercare; data la brevit del testo avr dato una fotocopia. In ogni caso ecco l'atroce verit: quel mio raccontino (pubblicato non vi dico dove, se proprio vi scappa fatevi una ricerchina) conta cinque, dico cinque, pagine. Dunque chi ha lanciato l'appello faceva prima a leggerselo piuttosto che accendere il computer, entrare in linea, scrivere il messaggio e aspettare una risposta. Oppure l'ha letto ma non era in grado di dire che cosa dicesse (e vi assicuro che  un apologo semplicissimo alla portata anche di un bambino).
Credo che si tratti solo di pigrizia. Si comincia col rubare una mela, poi un portafoglio e poi si strangola la propria madre, mi dicevano da piccolo. Si comincia a chiedere agli altri un riassunto, poi si vende il voto per cinquanta euro, poi si ruba un incunabolo, perch lavorare stanca, come diceva quel tale.
2012
Chi ha paura delle tigri di carta?
Agli inizi degli anni sessanta Marshall McLuhan aveva annunciato alcuni cambiamenti profondi nel nostro modo di pensare e di comunicare. Una delle sue intuizioni era che stavamo entrando in un villaggio globale e certamente nell'universo di Internet si sono avverate molte delle sue previsioni. Ma, dopo aver analizzato l'influenza della stampa sull'evoluzione della cultura e della nostra stessa sensibilit individuale con La galassia Gutenberg, McLuhan aveva annunciato, con Understanding Media e altre opere, il tramonto della linearit alfabetica e il predominio dell'immagine - ci che, ipersemplificando, i mezzi di massa avevano tradotto come "non si legger pi, si guarder la TV (o le immagini stroboscopiche in discoteca)".
McLuhan muore nel 1980, proprio mentre stanno facendo il loro ingresso nel mondo di tutti i giorni i personal computer (ne appaiono modelli poco pi che sperimentali alla fine degli anni settanta, ma il mercato di massa inizia nel 1981 con il PC IBM), e se fosse vissuto qualche anno in pi avrebbe dovuto ammettere che, in un mondo apparentemente dominato dall'immagine, si stava affermando una nuova civilt alfabetica: con un personal computer o sai leggere e scrivere, o non combini un granch.  vero che i bambini d'oggi sanno usare un iPad anche in et prescolare, ma tutta l'informazione che riceviamo via Internet, email e SMS,  basata su conoscenze alfabetiche. Col computer si  perfezionata la situazione preconizzata nel Nostra Signora di Parigi di Hugo dal canonico Frollo il quale, indicando prima un libro e poi la cattedrale che vedeva dalla finestra, ricca di immagini e altri simboli visivi, diceva "questo uccider quello". Il computer certamente si  dimostrato strumento da villaggio globale con i suoi link multimediali, ed  capace di far rivivere anche il "quello" della cattedrale gotica, ma si regge fondamentalmente su principi neogutenberghiani.
Ritornato l'alfabeto, con l'invenzione degli ebook si  per profilata la possibilit di leggere testi alfabetici non sulla carta ma su uno schermo; da cui una nuova serie di profezie sulla scomparsa del libro e del giornale (in parte suggerita da alcune flessioni nelle vendite). Cos uno degli sport preferiti di ogni giornalista privo di fantasia  da anni domandare a uomini di penna come vedono la scomparsa del supporto cartaceo. E non basta sostenere che il libro riveste ancora un'importanza fondamentale per il trasporto e la conservazione dell'informazione, che abbiamo la prova scientifica che sono meravigliosamente sopravvissuti libri stampati cinquecento anni fa, mentre non abbiamo prove scientifiche per sostenere che i supporti magnetici attualmente in uso possano sopravvivere pi di dieci anni (n possiamo verificarlo, dato che i computer di oggi non leggono pi un floppy disk degli anni ottanta).
Ora per ecco alcuni avvenimenti sconcertanti di cui hanno dato certamente notizia i giornali, ma di cui non abbiamo ancora colto il significato e le conseguenze. Ad agosto Jeff Bezos, quello di Amazon, si  comprato il Washington Post e, mentre si conclama il declino del quotidiano di carta, Warren Buffett di recente ha collezionato ben sessantatr quotidiani locali. Come osservava recentemente Federico Rampini su Repubblica, Buffett  un gigante della Old Economy e non  un innovatore, ma ha un acume raro per le opportunit d'investimento. E pare che verso i quotidiani si muovano anche altri pescecani della Silicon Valley.
Rampini si chiedeva se il botto finale non lo faranno Bill Gates o Mark Zuckerberg comprandosi il New York Times. Anche se questo non avverr,  chiaro che il mondo del digitale sta riscoprendo la carta. Calcolo commerciale, speculazione politica, desiderio di preservare la stampa come presidio democratico? Non mi sento ancora di tentare alcuna interpretazione del fatto. Mi pare per interessante che si assista a un altro ribaltamento delle profezie. Forse Mao aveva torto: prendete sul serio le tigri di carta.
2013
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La Quarta Roma

La caduta della Quarta Roma
Fu verso la met del terzo millennio che edwardgibbon@history.uk scrisse il suo celebre Storia della decadenza e caduta degli imperi d'Occidente, dove raccontava la fine della Quarta Roma del XX secolo, un imponente network composto di un grande impero centrale e di un arcipelago di regni federati. Il pregio di quest'opera era dato dal suo vigore narrativo; il difetto era che l'autore cercava, un po' troppo meccanicamente, d'interpretare la caduta della Quarta Roma negli stessi termini in cui i suoi predecessori avevano interpretato e descritto la caduta del primo Impero Romano.
Per esempio, la Quarta Roma si gloriava di avere debellato la Terza Roma dei Sarmati, ma - reinterpretando in modo originale il motto "parcere subiectis et debellare superbos" - non vi aveva installato le proprie legioni, bens aveva concesso lo sviluppo di una libera mafia in libero mercato. La Prima Roma era caduta perch si era affidata a eserciti mercenari poco disposti a morire battendosi contro i barbari; la Quarta Roma aveva invece elaborato un modello di guerra in cui nessuno dei propri mercenari moriva e, almeno in apparenza, non veniva ucciso alcun barbaro. Cos il dramma della Quarta Roma  iniziato quando ci si  resi conto che l'impero, se pure non perdeva pi guerre, neppure le vinceva. Siccome le guerre (che per definizione terminano quando uno dei due vince) non potevano mai finire, la Quarta Roma non poteva pi instaurare la propria pax.
Nella Prima Roma ci si insediava al soglio imperiale per rivolte di palazzo, dove un dittatore emergeva eliminando violentemente i propri rivali. Nella Quarta Roma, invece, la crisi dinastica avveniva quando al soglio imperiale si insediavano democraticamente ben due imperatori alla volta, e nessuno era pi in grado di dire quale fosse quello legittimo. Le lotte dinastiche si erano piuttosto trasferite nei pi periferici dei regni vassalli, ma non concernevano tanto il modo di conquistare il potere, quanto piuttosto quello di perderlo. Date due fazioni in lotta per il potere, ciascuna dovrebbe tendere alla massima coesione interna, mirando nel contempo a produrre crisi e fratture nella schiera nemica. Nei regni vassalli della Quarta Roma, invece, si avevano drammatiche situazioni di stallo tra due armate, ciascuna delle quali non attaccava l'altra perch era preoccupata dalla propria battaglia interna. Vinceva pertanto la fazione i cui avversari (pi abili) si erano autodistrutti per primi.
edwardgibbon@history.uk aveva piuttosto ragione nell'identificare il periodo storico di cui si occupava come una nuova epoca di decadenza. Salvo che la prima decadenza temeva alle frontiere dell'impero orde "di grandi barbari bianchi" (come cantava il Poeta), mentre la seconda era ossessionata dall'invasione pacifica di piccoli barbari colorati. In entrambi i casi l'impero reagiva componendo (come sempre diceva il Poeta) "acrostici indolenti". Un erotismo diffuso aveva ormai intorbidato i costumi aviti: sfilate di fanciulle succintamente vestite rallegravano i grandi eventi sociali, e gli uomini di potere si presentavano in pubblico abbracciando etere procaci e intonando inni alla gioia e al piacere. Il popolo era ormai attratto solo da giochi circensi, dove seguiva il reciproco massacro di una decina di giovani chiusi per mesi nella stessa cella. Anche la religione degli avi era ormai in crisi: i fedeli, pi che occuparsi delle grandi questioni teologiche su cui la loro fede era fondata, si abbandonavano a culti misterici, adorando statue parlanti e piangenti, ascoltando oracoli, mescolando riti tradizionali e comportamenti orgiastici.
2000
Ma  davvero un Grande Comunicatore?
Quando uscir questa Bustina si sar probabilmente acquetata la discussione sulla dichiarazione fatta dal presidente del Consiglio, in sede ufficiale e internazionale, circa i suoi presunti problemi di famiglia, e debbo dire che la stampa, di ogni colore, si  comportata in proposito con esemplare discrezione, registrando e commentando l'evento il primo giorno, ma evitando di affondare il coltello nella piaga. E quindi non  per mancanza di buon gusto che vi ritorno ora, a distanza di tempo, ma perch l'episodio dovr essere discusso negli anni a venire nei corsi di scienze della comunicazione, e i diritti della riflessione scientifica sono sovrani.
Dunque, e spero che a distanza di quasi due settimane tutti se ne siano dimenticati, accogliendo il premier di un governo straniero, il nostro primo ministro ha fatto alcune affermazioni che riguardavano una presunta (nel senso di sussurrata, materia di pettegolezzo) relazione tra la sua propria signora e un altro signore, dicendo della propria signora "povera donna". Sin dal giorno seguente, leggendo i giornali, si evinceva che dell'episodio erano possibili due interpretazioni. La prima che, essendo il nostro premier esacerbato, avesse dato sfogo a un'invettiva privatissima in sede pubblica. La seconda era che quel Gran Comunicatore che  il nostro presidente del Consiglio, avendo avvertito che circolava un pettegolezzo per lui imbarazzante, per tagliare la testa al toro lo avesse reso materia di pubblica facezia, in tal modo togliendogli ogni sapore proibito.
 chiaro come nel primo caso il "povera donna" sarebbe risultato offensivo per la moglie, mentre nel secondo caso risultava offensivo per il presunto terzo incomodo (poveretta lei, si sottintendeva, se fosse vero - ma ovviamente non  vero, visto che ci scherzo sopra). Se la prima interpretazione, che tenderei a escludere, fosse esatta, il caso sarebbe pi di competenza dello psichiatra che del politologo. Prendiamo per buona dunque la seconda. Ma  proprio questa che deve diventare materia di riflessione non solo per seminari di scienze della comunicazione ma anche per seminari di storia.
Infatti il Grande Comunicatore pare avere ignorato l'ovvio principio che una smentita  una notizia data due volte. Ma fosse solo due. Io per esempio (forse perch negli ultimi mesi ho viaggiato moltissimo, e in paesi non ossessionati dai fatti di casa nostra) non avevo mai sentito parlare di quel pettegolezzo - che probabilmente circolava tra alcuni politici, alcuni intellettuali, e alcuni ospiti di crociere in barca sulla Costa Smeralda. Anche a essere generosi, diciamo mille, duemila persone. Dopo l'intervento pubblico del presidente del Consiglio, e considerando l'esistenza dell'Unione Europea, l'insinuazione  stata comunicata a qualche centinaio di milioni di persone. Come colpo da Gran Comunicatore non mi sembra da manuale.
E va bene, consiglieremo ai nostri studenti di non comportarsi cos, perch la pubblicit di un dentifricio che iniziasse con "a scorno di coloro che sostengono che il dentifricio fa venire il cancro" farebbe sorgere nella mente degli acquirenti una serie di dubbi e provocherebbe il crollo delle vendite di questo utilissimo parafernale. Spiegheremo che ogni tanto, come Omero, anche Berlusconi dormicchia,  l'et.
Ma  storiograficamente importante la seconda riflessione. Di solito un politico fa il possibile per tenere separati i propri problemi domestici dai problemi di Stato. Clinton viene sorpreso con le mutande in mano, ma fa del suo meglio per sorvolare, e mobilita persino la moglie per dire in televisione che si tratta di cose di nessun conto. Mussolini sar stato quello che  stato, ma i suoi problemi con donna Rachele se li risolveva tra le quattro mura domestiche, non andava a discuterli in piazza Venezia, e se ha mandato a morire tanta gente in Russia  stato per inseguire un suo sogno di gloria, non per compiacere Claretta Petacci. Dov' che si realizza, nella storia, una fusione cos completa tra potere politico e affari personali? Nell'Impero Romano, dove l'imperatore  padrone assoluto dello Stato, non  pi controllato dal Senato, gli basta l'appoggio dei pretoriani, e allora prende a calci la madre, fa senatore il proprio cavallo, costringe i cortigiani che non apprezzano i suoi versi a tagliarsi le vene...
Questo succede cio quando si crea non un conflitto di interessi bens un'assoluta identit di interessi tra la propria vita (e interessi privati) e lo Stato. Tale assoluta identit di interessi prefigura un regime, almeno nella fantasia di chi lo vagheggia, che non ha nulla a che vedere coi regimi di altri tempi, bens coi rituali del Basso Impero. D'altra parte ricordate, all'inizio dell'Et dell'Assolutismo, come (secondo Dumas) per prevenire il colpo di Milady sui gioielli della regina (sua amante), Lord Buckingham fa chiudere i porti e dichiara guerra alla Francia? Ecco, quando c' assoluta identit di interessi, accadono storie cos.
2002
Ammazza l'uccellino
A proposito delle discussioni sulle caratteristiche da attribuire al "regime" che il governo Berlusconi sta instaurando in modo lento e progressivo, vale la pena di chiarire meglio alcuni concetti quali conservatore, reazionario, fascista, qualunquista, populista e via dicendo. Il reazionario  colui che ritiene che vi sia una sapienza antica, un modello tradizionale di ordine sociale e morale, al quale bisogna tornare a ogni costo, opponendosi a tutte le cosiddette conquiste del progresso, dalle idee liberal-democratiche alla tecnologia e alla scienza moderna. Il reazionario non  pertanto un conservatore,  se mai un rivoluzionario "all'indietro". Ci sono stati nel corso della storia grandi reazionari che certo non presentavano alcun tratto delle ideologie fasciste, proprie del XX secolo. Anzi, rispetto al reazionarismo classico, il fascismo era "rivoluzionario-modernista", esaltava la velocit e la tecnica moderna (vedi i futuristi) anche se poi, col sincretismo zuzzurellone che gli era proprio, arruolava anche reazionari nel senso storico del termine, come Evola.
Il conservatore non  un reazionario e tanto meno un fascista. Vedi per esempio Churchill, di vedute liberali e antitotalitarie. Il populismo invece  una forma di regime che, cercando di scavalcare le mediazioni parlamentari, tende a stabilire un rapporto plebiscitario immediato tra il leader carismatico e le folle. Ci sono stati sia casi di populismo rivoluzionario, dove mediante l'appello al popolo si proponevano riforme sociali, sia forme di populismo reazionario. Il populismo  semplicemente un metodo che prevede il richiamo viscerale a quelle che si ritengono le opinioni o i pregiudizi pi radicati nelle masse (sentimenti che si chiamano poujadistici o qualunquisti). Bossi, per esempio, usa metodi populisti appellandosi a sentimenti qualunquisti, come la xenofobia o la diffidenza verso lo Stato. In tal senso  certamente di carattere qualunquista l'appello di Berlusconi a sentimenti profondi e "selvaggi" come l'idea che sia giusto evadere il fisco, che i politici sono tutti ladri, che dobbiamo diffidare della giustizia perch  quella che ci mette in prigione. Un conservatore serio e responsabile non incoraggerebbe mai i cittadini a non pagare le tasse, perch andrebbe in crisi il sistema che si propone di conservare.
Rispetto a questi vari atteggiamenti, molti temi di dibattito politico sono trasversali. Si veda la pena di morte. Essa pu essere sia sostenuta che avversata da conservatori, di solito trova favorevole un reazionario, ancorato ai miti del sacrificio, del risarcimento, del sangue come elemento purificatore (vedi De Maistre), pu essere buon argomento per un populista che fa appello alle inquietudini della gente comune rispetto a delitti efferati, ma non  stata mai messa in questione neppure dai regimi comunisti. Diverso  l'atteggiamento verso i valori ambientali: il tema di una preservazione della Madre Terra, anche a prezzo di eliminare la specie umana,  tema squisitamente reazionario, ma pu battersi per la difesa dell'ambiente tanto un conservatore responsabile (non Bush, che deve rispondere a potenze industriali interessate a uno sviluppo incontrollato), quanto un rivoluzionario di estrema sinistra.
Un populista potrebbe essere in favore del rispetto dell'ambiente, ma di solito deve fare i conti coi sentimenti profondi del "popolo" a cui si rivolge. Il mondo contadino  stato nei secoli rispettoso dell'ambiente solo per quanto riguardava le tecniche di coltivazione dell'area ristretta di propria competenza, ma ha sempre disboscato ogni volta che gli faceva comodo, senza preoccuparsi delle conseguenze geologiche su una scala pi vasta. Se ci pare che i contadini di un tempo rispettassero l'ambiente pi di quelli moderni  solo perch di boschi e foreste, allora, ce n'erano in tale quantit che la loro distruzione non costituiva ancora problema. "Ciascuno ha diritto di costruire la propria casetta dove vuole, senza essere legato a vincoli ambientali" pu essere pertanto appello populistico di successo.
Si parla in questi giorni di una legge che vorrebbe estendere oltre misura le guarentigie per i cacciatori. La caccia  pratica e passione popolare - e si basa su sentimenti atavici. Visto che il consorzio umano ammette l'allevamento di polli, bovini e maiali per poi ucciderli e mangiarli, si pu ammettere che in riserve dedicate, lontane dall'abitato, in stagioni precise, si possa accettare che qualcuno vada a uccidere per sport animali commestibili la cui riproduzione sia salvaguardata e controllata. Ma entro certi limiti. Invece la legge in discussione tenta di riportare questi limiti a dimensioni pre-ecologiche. Perch? Perch con questa proposta si fa appello a pulsioni ancestrali, a quel "popolo profondo", diffidente di ogni critica e riforma delle tradizioni, che  brodo di cultura di tutte le derive poujadistiche.
Cos questa proposta di legge sottolinea ancora una volta la natura populistico-qualunquista di un regime strisciante, che si alimenta di appelli agli istinti incontrollati dell'elettorato meno criticamente educato.
2004
Sul regime di Populismo Mediatico
Nei giorni in cui Berlusconi annunciava a Porta a porta il presunto disimpegno italiano nell'Iraq, e poi, nei giorni seguenti, mi trovavo a Parigi, dove si stava aprendo il Salone del libro, e cos ho avuto occasione di parlare delle cose italiane con i francesi, i quali sono specializzati nel non capire mai esattamente che cosa succede a casa nostra - e spesso non senza una qualche ragione.
Prima domanda: perch il vostro presidente del Consiglio ha annunciato una decisione cos grave in una trasmissione televisiva e non in parlamento - dove forse avrebbe anche dovuto chiedere un parere o un consenso? Ho spiegato che questa  la forma del regime di populismo mediatico che Berlusconi sta instaurando, dove tra il Capo e il Popolo si pone un rapporto diretto, attraverso i mezzi di massa, esautorando cos il parlamento (dove il Capo non ha bisogno di andare a cercare consenso perch il consenso ce l'ha assicurato - e quindi il parlamento tende a diventare il notaio che registra gli accordi presi tra Berlusconi e Bruno Vespa).
Ho anche spiegato che l'Italia  uno strano paese fondato sulla malafede semantica. Mentre i giornali o le radio americane quando parlano dell'Iraq parlano di insurgency (che a casa mia si traduce insurrezione, o come minimo guerriglia estesa), se qualcuno in Italia usa il termine pi o meno corrispondente di "resistenza", ci si strappa le vesti come se si volesse paragonare il terrorismo fondamentalista alla gloriosa Resistenza italiana. Senza accettare l'idea che "resistenza" sia un termine neutro, come "insorgenza" o "insurrezione", che si deve usare quando in un paese parte della popolazione resiste in armi a un occupante straniero - anche se quello che fanno i resistenti non ci piace, e anche quando nel movimento di guerriglia s'inseriscono gruppi palesemente terroristici. Ho anche rivelato che i lamenti pi appassionati per lo sfregio che si farebbe alla gloriosa Resistenza italiana vengono tra l'altro da coloro che in altra sede stanno cercando di mostrare come la nostra Resistenza sia stata opera di banditi e assassini. Ma questa  un'altra storia.
Quindi ho chiarito che (altra curiosa debolezza semantica) molte persone si stracciano le vesti quando si parla di regime a proposito di Berlusconi perch pensano che ci sia stato un solo regime, quello fascista, e hanno buon gioco a mostrare che Berlusconi non sta mettendo i bambini italiani in camicia nera n cercando di conquistare l'Etiopia (cosa che neppure Storace, credo, pensa ancora di fare). Ma "regime" significa forma di governo, tanto  vero che si parla di regime democratico, regime monarchico, regime repubblicano ecc. Quella che Berlusconi sta instaurando  una forma di governo inedita, diversa da quella sancita dalla Costituzione, ed  appunto quel populismo mediatico di cui parlavo, tanto  vero che per perfezionarlo Berlusconi sta tentando di modificare la Costituzione.
Le domande si sono infittite i giorni seguenti quando, dopo le severe reprimende di Bush e Blair, Berlusconi ha detto di non avere mai detto che avrebbe ritirato le truppe dall'Iraq. Ma com' possibile che si contraddica cos, mi chiedevano i miei interlocutori. Ho spiegato che questa  la bellezza del populismo mediatico. Se tu una cosa la vai a dire in parlamento, va agli atti, e dopo non puoi dire di non averla detta. Invece, dicendola alla TV, Berlusconi ha ottenuto subito il risultato che si proponeva (guadagnare una certa popolarit a fini elettorali); e dopo, quando ha affermato di non averla detta, da un lato ha tranquillizzato Bush e dall'altro non ha perduto quel tanto di consenso che aveva guadagnato, perch  virt dei mass media che chi li segue (e non legge i giornali) dimentica il giorno dopo che cosa era stato esattamente detto il giorno prima, e al massimo conserva l'impressione che Berlusconi avesse detto una cosa simpatica.
Questo procedimento  tipico per esempio della televendita: chi vende una lozione per capelli pu mostrare alle otto e mezza le due foto di un cliente completamente calvo che ha poi riacquistato una folta capigliatura, per poi dire alle dieci e mezzo che naturalmente il suo prodotto  serio, non promette di far ricrescere i capelli perduti ma  miracoloso nell'arrestare la caduta di quelli che ci sono ancora. Frattanto gli spettatori sono cambiati, o se sono rimasti gli stessi si sono dimenticati di quanto era stato detto due ore prima, e conservano solo l'impressione che il venditore venda cose documentate e non false speranze.
Ma, hanno osservato i miei interlocutori, gli italiani non si accorgono che cos facendo Berlusconi (e con lui l'Italia) perdono di credibilit non solo presso Chirac o Schrder ma anche presso Blair e Bush? No, ho risposto, di questo possono accorgersi gli italiani che leggono i giornali, ma costoro sono una minoranza rispetto a quelli che ricevono notizie solo dalla televisione, e la televisione d solo le notizie che piacciono a Berlusconi. Questo  appunto il regime di Populismo Mediatico.
2005
Un'americana a Roma
Alice Oxman ha alcuni handicap.  americana, e questo pu spiacere alla sinistra radicale, ma non ha partecipato allo USA-Day, in cui apparivano signore avvolte in bandiere americane, e questo dovrebbe averla resa invisa al Foglio.  ebrea, e di questi giorni pu spiacere a molti, a destra come a sinistra.  di sinistra, e questo spiace a destra. Inoltre  la moglie di Furio Colombo, e questo le pu provocare diffidenze da destra e da sinistra. Fortuna che non  anche brutta.
Naturale quindi che sia amaro il suo libro Sotto Berlusconi. Diario di un'americana a Roma 2001-2006 (Editori Riuniti, 2007).  amaro quando parla in prima persona, per esempio riportando le email con la figlia che ha vissuto l'11 settembre (e il dopo) a New York,  amaro quando parla delle vicende giornalistiche di suo marito (forse troppo citate, con un sospetto di conflitto d'interessi), ma soprattutto  amaro e agghiacciante quando si limita a riportare, senza commento, ritagli di stampa e notizie di agenzia. Il che fornisce un documento sconvolgente, per chi ha dimenticato, su uno dei periodi pi bui e grotteschi della nostra storia. Mi limito a un modesto florilegio.
2001. "Io punto a liberare il paese da questa escrescenza della magistratura" (Carlo Taormina). "'Genova is so nice'. Presidente, fuori c' la guerra e un morto per strada. 'Oh yes, I know, it's tragic'" (Bush al G8). " una guerra di religione" (Oriana Fallaci). "C' una completa identit di vedute tra Bush e Berlusconi" (TG2).
2002. "L'uso che Biagi, Santoro e Luttazzi hanno fatto della TV  criminoso" (Berlusconi a Sofia). "Ho qui in Sardegna le figlie del mio amico Putin" (Berlusconi). "Per Porto Rotondo si profila un futuro di Camp David italiano" (Panorama). "Nel Sud mi seguono in processione come i santi, cantando" (Berlusconi, RAI 1).
2003. "Apicella accorda la chitarra, gli fa sentire qualche nota e lui, il presidente paroliere, parte in quarta. L'universo sentimentale e musicale del presidente del Consiglio  proprio questo: lui  lo Julio Iglesias d'Italia" (Libero). "I giudici sono matti, sono mentalmente disturbati" (Berlusconi). "Se mi ammazzano ricordatevi che  su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo. Avvertire subito la Digos" (Giuliano Ferrara). "Berlusconi  un uomo autenticamente liberale.  enormemente buono, straordinariamente buono. Ha ragione Ferrara quando lo paragona a Mozart per il candore e la genialit" (Sandro Bondi). "La casa la diamo al primo Bingo Bongo che arriva? Non scherziamo" (Umberto Bossi).
2004. "Comunisti maledetti, quei giudici" (Carlo Taormina). "Berlusconi? Tu non sai quanto  bravo. Io lo ammiro molto. Putin ci fila, Bush ci fila. Finalmente ci fila qualcuno" (Simona Ventura). "La gente gridava a Berlusconi: 'Vai a casa'. Abbiamo gridato anche noi. Lui allora mi ha detto: 'Lei ha una faccia di merda'" (Anna Galli, cittadina). "Mi vergogno che sia stato nominato senatore a vita il poeta Mario Luzi. Una persona di questo tipo che offende il nostro mondo... Era meglio Mike Buongiorno" (Maurizio Gasparri).
2005. "Lei quanto  alto? Un metro e settantotto? Non esageri, venga qui allo specchio, vede, io sono un metro e settantuno. Ma le pare che un uomo alto un metro e settantuno possa essere definito un nano?" (Berlusconi a La Stampa). "L'elettorato  stato distratto dalla morte del papa, e questo indubbiamente ha avuto un ruolo anche sui dati dell'astensionismo" (Enrico La Loggia). "L'Italia vive nel benessere... In classe di mio figlio i ragazzi hanno due telefonini a testa" (Berlusconi al TG2). "Dalla mia villa ho un gran bel panorama... noto anche quest'anno molte barche. Se sono barche da ricchi vuol dire che ne abbiamo proprio tanti. Gli stipendi crescono pi dell'inflazione, la ricchezza delle nostre famiglie non ha eguali in Europa" (Berlusconi a La Stampa).
2006. "Questi culattoni hanno nauseato" (Roberto Calderoli). "Io sono fascista e me ne vanto. Meglio fascista che frocio" (Alessandra Mussolini a Porta a porta). "Le cose vanno bene... Ieri sono andato al ristorante con alcuni amici e non c'era un posto libero. Alla fine hanno dovuto dire che c'ero io e allora hanno fatto alzare alcune persone" (Berlusconi a La7).
Hanno fatto alzare alcune persone. Per fortuna che non era un regime. Peccato che il libro finisca col 2006. Avrebbe potuto dare notizia di un Family Day che aveva in prima fila divorziati multipli, concubini in servizio permanente effettivo, celibi per rifiuto ascetico del matrimonio (tra cui, statisticamente parlando, forse qualche pedofilo).
2007
My heart belongs to daddy
Pensierino numero uno Leggo che il nostro primo ministro ha detto che non c' nulla di male nel candidare donne fisicamente non sgradevoli. Il problema  come si dicono le cose. Tutti conoscono la barzelletta del gesuita e del domenicano che stanno facendo gli esercizi spirituali, e il gesuita, mentre recita il breviario, fuma beatamente. Il domenicano gli chiede come possa fare cos, e quello gli risponde che ha chiesto il permesso ai suoi superiori. L'ingenuo domenicano dice che anch'egli ha chiesto il permesso e gli  stato negato. "Ma come lo hai domandato?", gli chiede il gesuita. E il domenicano "Posso fumare mentre prego?" Era ovvio che gli fosse stato risposto di no. Invece il gesuita aveva chiesto "Posso pregare mentre fumo?" e i superiori gli avevano detto che si pu pregare in qualsiasi circostanza.
Se Berlusconi avesse detto che non c' nulla di male se una candidata alle elezioni  anche bella, tutti, femministe comprese, avrebbero applaudito. Ma ha fatto capire che non c'era nulla di male se una bella ragazza veniva candidata alle elezioni, e l casca l'asino. Forse  male candidare una ragazza solo perch  bella.
Pensierino numero due A proposito della faccenda della ragazzina napoletana che chiama Berlusconi "papi", certamente  male farci su cattivi pensieri. Tuttavia  impossibile non ricordare un'immortale canzone di Cole Porter, resa celebre da Marilyn Monroe e da Eartha Kitt, My heart belongs to daddy, in cui una ragazzina con una voce molto sexy racconta come non possa avere giusti rapporti coi ragazzi della sua et perch il suo cuore appartiene a daddy e cio a "papi". Molto inchiostro  stato speso sulla passione di questa ragazza (incesto, pedofilia, attaccamento ai valori familiari?) e le idee in proposito restano oscure - tra l'altro, Cole Porter era una lenza... Detto questo la canzone  molto bella e molto sensuale, ed  curioso che Apicella non la conoscesse.
Pensierino numero tre Pare che lo stesso primo ministro abbia detto che noi non vogliamo diventare una civilt multietnica per cui bisogna, come vuole la Lega, intensificare i controlli sull'immigrazione. A prima vista sembra abbia detto la stessa cosa di Fassino, che bisogna controllare gli immigrati clandestini e aiutare quelli in regola. Ma c'era dietro un'altra idea, e cio che la decisione di diventare o no una civilt multietnica sia una decisione volontaria. Come se la Roma imperiale (e prima ancora) avesse deciso se voleva essere invasa dai barbari o no. I barbari, quando premono alle frontiere, entrano e basta. La saggezza della Roma imperiale (che le ha permesso di sopravvivere per qualche secolo)  stata di fare leggi per legittimare gli insediamenti barbarici, dando la cittadinanza a coloro che si installavano pacificamente entro i confini dell'impero - e persino ammettendoli nell'esercito. Cos ha avuto imperatori illirici e africani, una nuova religione fondata da un turco chiamato Saulo, e tra i suoi ultimi pensatori un berbero di nome Agostino.
Quando masse enormi premono ai confini del nostro mondo per entrare non si pu fare finta che la decisione se ammetterli o no dipenda da noi. A parte il fatto che, se l'Italia avesse dato nei decenni scorsi un'immagine di s povera e smandrappata, forse migliaia di africani (e di balcanici) non avrebbero mai pensato di venirci. Il fatto  che vedevano la televisione italiana, massime Mediaset, in cui il nostro appariva come un paese popolato di gnocche favolose, e in cui bastava rispondere che Garibaldi non era un ciclista per guadagnare gettoni d'oro. Era ovvio che allora tutti si buttassero a nuoto per arrivare qui, senza sapere che avrebbero dovuto poi dormire in una scatola di cartone nei sotterranei della stazione e stuprare, se andava bene, signore sessantenni.
Pensierino numero quattro Leggo che gli hacker non solo entrano nella memoria delle banche, ma ormai stanno mettendo a repentaglio i servizi segreti di mezzo mondo, penetrando anche nei siti della CIA. Prevedibile. Ora immagino che fra poco (o forse gi ora) in linea parleranno solo gli adulteri, beatamente ignari del fatto che il coniuge tradito possa sapere tutto quel che si dicono, e gli imbecilli che amano vedersi svuotato il conto corrente. I servizi segreti, invece, avranno da tempo abbandonato Internet. Spedire un messaggio segreto da Londra il marted mattina in modo che sia ricevuto subito a New York  comodo, ma in fondo un agente segreto che parta da Londra alle nove arriva a New York entro mezzogiorno ora locale. E allora  molto pi comodo recare il messaggio in un tacco della scarpa, impararlo a memoria, o al massimo infilarlo nello sfintere. Suvvia, a passo di gambero verso il progresso!
2007
"Rasista a mi? Ma se l' l che l' negher!"
Si saranno forse calmate le discussioni a livello nazionale ma non a livello internazionale. Da amici di vari paesi accade di ricevere ancora email in cui ci chiedono come mai il presidente Berlusconi abbia potuto commettere la storica gaffe, quando ha scherzato sul fatto che il nuovo presidente degli Stati Uniti, oltre che giovane e prestante, era anche abbronzato.
Numerose persone si sono sforzate di dare una spiegazione per l'espressione usata da Berlusconi. Per i malevoli si andava dall'interpretazione catastrofica (Berlusconi voleva insultare il neopresidente) a quella formato trash: Berlusconi sapeva benissimo di fare una gaffe ma sapeva anche che il suo elettorato  quello che adora queste gaffe e lo trova simpatico proprio per questo. Quanto alle interpretazioni benevole andavano da quelle ridicolmente assolutorie (Berlusconi, devoto delle lampade abbronzanti, voleva lodare Obama), a quelle appena indulgenti (ha fatto una battuta innocente, non esageriamo).
Quello che gli stranieri non capiscono  perch Berlusconi, invece di difendersi dicendo che  stato frainteso e voleva dire altro (che sarebbe poi la sua tecnica abituale), ha insistito nel rivendicare la liceit della sua espressione. Ora l'unica risposta vera  che Berlusconi era effettivamente in buona fede, pensava di avere detto una cosa normalissima, e non vede ancora adesso che cosa ci fosse di male.
Ha detto (pensa lui) che Obama era nero; e non  forse nero, e nessuno lo nega? Berlusconi sembra sottintendere: che Obama sia nero  evidente, tutti gli scrittori neri in America si sono detti felici perch un nero va alla Casa Bianca, da tempo i neri di America ripetono che "black is beautiful", nero e abbronzato sono la stessa cosa e quindi si pu dire che "tanned is beautiful". O no?
No. Vi ricorderete che i bianchi americani chiamavano "negro" (pronuncia "nigro") gli originari dell'Africa, e quando volevano esprimere il loro disprezzo dicevano "nigger". Poi i neri hanno ottenuto di essere chiamati "black"; ma ancora oggi dei neri possono dire, per provocazione o per scherzo, che sono "nigger". Salvo che possono dirlo loro ma se lo dice un bianco gli rompono la faccia. Cos come ci sono dei gay che per qualificarsi provocatoriamente usano espressioni ben pi denigratorie, ma se le usa uno che gay non  come minimo si offendono.
Ora, dire che un nero  andato alla Casa Bianca costituisce una constatazione e pu essere detto sia con soddisfazione che con odio, ma pu essere detto da chiunque. Definire invece un nero come abbronzato  un modo di dire e non dire, e cio di suggerire una differenza, senza osare chiamarla col suo nome. Dire che Obama  "un nero"  una palese verit, dire che " nero"  gi un'allusione al colore della pelle, dire che  abbronzato  una maligna presa in giro.
Certo che Berlusconi non voleva creare un incidente diplomatico con gli Stati Uniti. Ma ci sono dei modi di dire o di comportarsi che servono a distinguere persone di diverse estrazioni sociali o diverso livello culturale. Sar snobismo, ma in certi ambienti una persona che dice "mangment"  immediatamente connotata in senso negativo, e cos chi dice "universit di Harvard" senza sapere che Harvard non  un luogo (poi ci sono addirittura quelli che pronunciano "Haruard"); e dagli ambienti pi esclusivi viene bandito chi scriva Finnegan's Wake, col genitivo sassone. Un pochino come un tempo si individuavano come persone di bassa estrazione coloro che alzavano il mignolo mentre sollevavano il calice, se gli si offriva un caff dicevano "a buon rendere" e invece di dire "mia moglie" dicevano "la mia signora".
Talora il comportamento tradisce un ambiente di origine: ricordo un personaggio pubblico noto per la sua austerit che, alla fine di un mio discorso all'apertura di una mostra,  venuto a stringermi cordialmente la mano dicendomi: "Professore, non sa quanto mi ha fatto godere." Gli astanti hanno sorriso imbarazzati, ma quella brava persona, avendo sempre frequentato persone timorate di Dio, non sapeva che quella espressione ormai si usa solo in senso carnale. Per quanto riguarda lo spirito si dice " stato veramente un godimento intellettuale". "E non  la stessa cosa?", direbbe Berlusconi. No, i modi di dire non sono mai la stessa cosa.
Semplicemente Berlusconi non frequenta certi ambienti dove si sa che si pu nominare l'origine etnica ma non alludere alla tinta della pelle, cos come non si deve mangiare il pesce con il coltello.
2008
Berlusconi e Pistorius
La letteratura su Berlusconi  abbastanza ampia. Tra i pamphlet pi recenti segnalo quello che ho appena visto in bozze (uscir presso Manifestolibri), Fenomenologia di Silvio Berlusconi, di Pierfranco Pellizzetti, che spazia dall'estetica alla sessualit del leader, con intemerata cattiveria. Gi uscito  invece Il corpo del capo di Marco Belpoliti (Guanda, 2009), che considera solo un aspetto peculiarissimo del personaggio, il suo rapporto col proprio corpo e la rappresentazione che egli continuamente ne d.
Bench possa sembrare strano, non tutti i capi hanno un corpo; basti pensare a un grande leader come De Gasperi, di cui certo chi ha vissuto negli anni cinquanta ricorda la bruttezza grifagna, ma limitata ai tratti del viso. Andate a vedere il suo monumento a Trento, egli non ha corpo a tal segno che scompare sotto un abito Facis stazzonato. Ma d'altra parte non avevano corpo (al massimo un volto riconoscibile) i leader del passato, da Nenni a Fanfani, e persino Togliatti, il cui indubitabile carisma era per lo pi di carattere intellettuale. Ma questo vale anche per gli altri paesi: nessuno si ricorda del corpo dei presidenti francesi, salvo quello di de Gaulle (ma semplicemente a causa della statura e del naso quasi caricaturali); degli inglesi rimane l'immagine di Churchill, ma pi che altro la faccia di buon bevitore con sigaro, per il resto solo un vago ricordo d'obesit; nessuna corporalit aveva Roosevelt (se non in senso negativo, perch era disabile), Truman sembrava un agente delle assicurazioni, Eisenhower uno zio, e il primo a giocare sul proprio fisico (ma, ancora una volta, solo col volto)  stato Kennedy, che ha vinto su Nixon per qualche inquadratura televisiva ben centrata.
Avevano un corpo i grandi leader del passato? Ad alcuni, come ad Augusto, lo ha regalato la statuaria, di altri si pu supporre che avessero preso il potere perch erano forti e dotati di qualche ascendente non sul popolo (che non aveva occasione di vederli) ma sul loro entourage. Per il resto provvedeva la leggenda, per esempio attribuendo ai monarchi francesi la virt di guarire la scrofola. Ma non credo che Napoleone abbia trascinato i suoi soldati al massacro per virt somatica.
Perch un capo assuma un corpo e dell'immagine di quel corpo si occupi quasi maniacalmente (si badi, non solo il viso, tutto il corpo) bisogna attendere l'era delle comunicazioni di massa, a cominciare dalla fotografia.
Ed ecco che si pu iniziare, come fa del resto Belpoliti, a studiare il rapporto di Mussolini col proprio corpo, talmente consustanziale al suo potere che, per sancirne la caduta, si deve per cos dire rovesciare il suo ascendente somatico e sfregiarne il corpo appendendolo a testa in gi.
Se ci sono analogie tra Berlusconi e Mussolini, intendiamoci, per non scandalizzare nessuno, non  perch Berlusconi sia "fascista", ma perch come Mussolini vuole stabilire un rapporto populistico con la folla, grazie a una cura quasi maniacale della propria immagine. Non intendo seguire le analisi di Belpoliti che si svolgono di preferenza sulla fotografia, dai tempi in cui Berlusconi cantava sulle navi ai giorni nostri, e al massimo lamento che a tanta abbondanza di analisi non corrisponda quell'abbondanza di immagini che il lettore  portato a desiderare (ce ne sono una ventina, veramente "parlanti", ma dopo questo assaggio si vorrebbe davvero di pi).
Come indicazioni di lettura suggerir le belle analisi delle mani, del sorriso, l'inattesa e provocatoria trattazione sul lato femminile del personaggio, gli ovvi sviluppi sulla cultura del narcisismo (Belpoliti fa ricorso ad autorit e fonti di vario genere, da Jung a Foucault e a Sennett), le annotazioni sull'uso della famiglia come prolungamento (sempre accessorio) della propria corporalit.
Caso mai la differenza fondamentale tra Mussolini e Berlusconi  che il primo, divise a parte, usava il proprio corpo, torso nudo compreso, come mamma lo aveva fatto, al massimo accentuando baldanzosamente la propria calvizie, mentre in Berlusconi prevale l'elemento cyborg, la progressiva alterazione dei propri tratti naturali (Belpoliti accenna a una singolare analogia tra Berlusconi e Oscar Pistorius, il corridore con le gambe artificiali), dai trapianti piliferi ai lifting, per consegnarsi ai propri devoti in un'immagine mineralizzata che si vorrebbe senza et. Aspirazione all'eterno curiosa per chi alla fine Belpoliti analizza come "stella permanente dell'effimero".
2009
Lo strano caso dell'ignoto commensale
Appena ora mi cade sotto gli occhi un trafiletto dal Giornale del 13 luglio. Meglio tardi che mai. Dice: "Al professore piace la cucina fusion. Umberto Eco, considerato un punto di riferimento del pensiero di sinistra,  stato avvistato sabato scorso a Milano, all'ora di pranzo, seduto a tavola con un ignoto commensale al ristorante di specialit asiatiche di via San Giovanni sul Muro. Locale sobrio ma non certo esclusivo, ecco i 'classici' preferiti dall'autore del Nome della rosa: nel men riso cantonese, spaghetti di soia al curry e pollo con verdure e bamb, oltre a ricette pi sperimentali. Quella di armeggiare con le bacchette deve essere una passione comune al gotha progressista. Nello stesso ristorante cino-meneghino, infatti, era gi stato adocchiato di recente anche Guido Rossi, giurista, gi senatore, ex presidente Telecom e commissario straordinario della FGIC durante la rovente estate di Calciopoli nel 2006. La Cina  pi vicina. Basta aggiungere un posto a tavola."
Niente di straordinario. Ci sono cronisti che campano raccontando piccoli aneddoti, e siccome non posso sospettare che l'estensore del trafiletto si apposti ogni giorno in un ristorante cinese "non esclusivo" (in cui cio sarebbe difficile sorprendere a lume di candela, che so, Paola Binetti con Rocco Siffredi, o Carla Bruni col ministro Brunetta), non rimane da ritenere che anche l'aspirante dagospia lo frequenti normalmente, visto che  bene illuminato, pulito, e alla portata economica di chi si trova ai gradini pi modesti di una gerarchia redazionale. Annoiato per di mangiare per l'ennesima volta involtini primavera, l'anonimo deve aver fatto un balzo sulla sedia all'idea di aver imbroccato uno scoop straordinario che avrebbe cambiato la sua carriera.
Non c' niente di pi normale che andare in un ristorante cinese, ed  pi normale ancora che vi andiamo sia Guido Rossi che io. Non sapevo che ci andasse anche lui, ma quel ristorante  a cento metri delle nostre rispettive abitazioni, e quindi  ovvio che ci si vada, se proprio non si vuole gustare l'orchidea ai ricci di mare da Cracco-Peck per poche centinaia di euro.
Perch dare una notizia cos priva di interesse, peggio del cane che morde l'uomo, addirittura come dire che il cane abbaia?
Provo a fare ipotesi. Anzitutto bisogna diffondere sospetti, sia pure vaghi, su chi non condivide le tue idee. Ricorderete tutti l'episodio della trasmissione televisiva Mattino 5 che ha pedinato e mostrato il magistrato Mesiano (colpevole di una sentenza sul Lodo Mondadori che  dispiaciuta al nostro presidente del Consiglio) mentre passeggiava, fumava qualche sigaretta, andava dal parrucchiere e infine sedeva su una panchina mostrando dei calzini turchesi, tutte cose che il commento audio definiva "stranezze", e quindi indici del fatto che il magistrato fellone non doveva essere sano di mente.
Si diceva male di lui? Per nulla. Ma perch andava in calzini turchesi dal barbiere (quando i cittadini per bene ci vanno al massimo in calzini amaranto), e soprattutto perch qualcuno si premurava di dircelo come per inviarci un messaggio in codice?  una tecnica giornalistica non da premio Pulitzer ma che pu avere qualche presa su persone che indossano calzini corti.
Probabilmente al Giornale stanno pensando a un elettore di una certa et, che con la moglie mangia solo quattro spaghetti in bianco e verdura cotta e che inorridisce di fronte alla notizia che qualcuno vada a mangiare come i cinesi (che notoriamente prediligono scimmie e cani); o vivente in remoti villaggi dove di ristoranti cinesi non si  mai sentito parlare; o sospettoso di ogni cosa che abbia a che fare con etnie troppo invasive e figuriamoci i cinesi; o (e lo si dice) che ritenga l'uso delle bacchette "una passione comune al gotha progressista", perch le persone moderate usano la forchetta come ha insegnato la mamma; o che addirittura pensi che in Cina ci sia ancora Mao e che quindi mangiare cinese significhi proclamare (e il trafiletto lo suggerisce) che, come nel Sessantotto, la Cina  vicina (nota bene,  davvero vicina, ora, ma ormai per ragioni pi di destra che di sinistra).
Inoltre che cosa vuole dire che ero a tavola con "un ignoto commensale"? Chi era costui di cui mi ingegnavo a non palesare il nome con appositi cartelli? Da dove veniva? Perch si incontrava con me? Perch in un ristorante cinese, come in un romanzo di Dashiell Hammett, e non alle Colline Pistoiesi o Alla bella Napoli? Naturalmente l'ignoto commensale era ignoto al cronista ma non a me, perch era un mio amico. Per diffondere l'idea che qualcuno frequenta "ignoti" e per lo pi in un ristorante cinese fa molto dottor Fu Manchu e Pericolo Giallo.
Ecco che cosa fa il "gotha progressista". Meno male che la stampa vigila.
2010
Vieni avanti, Critone...
Non si pu essere che solidali col nostro governo quando esso richiede formalmente al Brasile l'estradizione di Cesare Battisti. E questo credo dovrebbe pensare anche chi, per avventura, ritenesse che Battisti  stato vittima di un errore giudiziario: perch, anche se di errore giudiziario si fosse trattato, non sarebbe il governo brasiliano che potrebbe deciderlo, a meno che non dichiarasse, pubblicamente e formalmente, che lo Stato italiano era all'epoca della condanna ed  tuttora un apparato dittatoriale che calpesta i diritti politici e civili e conculca la libert dei suoi cittadini.
La richiesta di estradizione  dovuta, invece, perch si assume che i tre gradi di giudizio cui Battisti  stato sottoposto rappresentavano l'esercizio della giustizia da parte di un paese democratico e di una magistratura indipendente da ogni diktat politico (visto tra l'altro, detto per chi avesse motivi di diffidenza verso il governo Berlusconi, che quell'azione della magistratura si  esercitata quando in Italia Berlusconi era ancora privato cittadino).
Pertanto chiedere l'estradizione di Battisti significa difendere la dignit della nostra magistratura, e ogni cittadino democratico deve essere in questo caso solidale con l'azione del governo (e della presidenza della Repubblica).
E bravo l'onorevole Berlusconi, saremmo tentati di dire, il suo comportamento  impeccabile. Ma allora perch lo stesso onorevole Berlusconi, quando la magistratura inizia un'azione penale nei suoi confronti (e neppure lo condanna ingiustamente all'ergastolo ma semplicemente lo convoca a difendersi da un'accusa magari infondata, protetto da tutte le guarentigie del caso) non solo si rifiuta di presentarsi di fronte ai giudici ma ne contesta il diritto a occuparsi del suo caso? Vuole forse dichiararsi solidale col Battisti nella comune impresa di delegittimazione della magistratura italiana? Vuole forse accingersi a emigrare in Brasile per chiedere a quel governo la stessa protezione che offre al Battisti, contro la presunta illegittimit del comportamento dei nostri magistrati? Oppure, se ritiene che i magistrati che hanno condannato Battisti fossero persone d'onore, la cui dignit va difesa per preservare l'onore dello stesso Stato italiano, ritiene che al contrario Ilda Boccassini non sia donna d'onore, e usa per giudicare la nostra magistratura due pesi e due misure - ritenendola onorevole e onorabile quando condanna Battisti ma disonorevole e disonorabile quando indaga su Ruby?
Diranno i difensori dell'onorevole Berlusconi che Battisti fa male a sottrarsi alla giustizia italiana, perch in cuor suo sa di essere colpevole, mentre a buon diritto Berlusconi fa lo stesso perch in cuor suo ritiene di essere innocente. Ma quanto tiene questo argomento?
Chi lo usa sembra non aver meditato un testo che chi ha fatto il liceo (com' accaduto all'onorevole Berlusconi) dovrebbe aver conosciuto, ed  il Critone di Platone. A chi se ne fosse scordato, ricorder le premesse: Socrate  stato condannato a morte (ingiustamente, noi lo sappiamo, e lo sapeva lui) ed  in carcere ad attendere la coppa della cicuta. Viene visitato dal suo discepolo Critone che gli dice che tutto  preparato per la sua fuga, e usa tutti gli argomenti possibili per convincerlo che egli ha il diritto e il dovere di sottrarsi a una morte ingiusta.
Ma Socrate risponde ricordando a Critone quale deve essere la posizione di un uomo per bene di fronte alla maest delle Leggi della Citt. Accettando di vivere in Atene e di godere di tutti i diritti di un cittadino, Socrate ha riconosciuto la bont di quelle Leggi, e se osasse negarle solo perch a un certo momento esse agiscono contro di lui, disconoscendole contribuirebbe a delegittimarle e pertanto a distruggerle. E non si pu approfittare della Legge sino a che lavora a nostro profitto, e rifiutarla quando decide qualcosa che a noi non piace, perch con le Leggi si  stretto un patto e questo patto non pu essere infranto a nostro piacere.
Si noti che Socrate non era uomo di governo, perch allora avrebbe dovuto dire anche di pi, e cio che - se si riteneva in diritto di disattendere le leggi che non gli piacevano - come uomo di governo non avrebbe pi potuto pretendere che gli altri obbedissero a quelle che non piacevano loro, e non attraversassero col semaforo rosso, non pagassero le tasse, non svaligiassero le banche, o (si fa per dire) non abusassero di minorenni.
Queste cose Socrate non le ha dette ma il senso del suo messaggio rimane quello che : alto, sublime, duro come un macigno.
2011
La Norma e i Puritani
Le critiche ai comportamenti del nostro presidente del Consiglio hanno suscitato una serie di obiezioni che si vogliono salaci. La prima mirava non tanto a scagionare il presidente quanto a deridere i suoi critici: "Voi sessantottini di un tempo," si  detto, "che predicavate il libero amore e le droghe psichedeliche, oggi siete diventati bacchettoni puritani che censurano le pratiche sessuali del presidente, se pure di pratiche sessuali si tratta e non di cene a base di Coca Cola Light." (Ma che cene malinconiche, osservo, senza neppure un goccio di Gavi o di Greco di Tufo!) Sul libero amore sessantottino sono poco informato perch io all'epoca avevo ormai trentasei anni (allora un'et considerata assai matura), due figli, e facevo il professore. Pertanto non sono mai andato nudo e coi capelli lunghi ai concerti rock fumando marijuana. Per mi pare che allora per libert sessuale si intendesse che due persone potessero praticare il sesso insieme per libera elezione e (soprattutto) gratis. Cosa assai diversa da un sesso presessantottino, quello per intenderci dei casini di nostalgica memoria, dove si era liberi di far sesso, ma pagando.
Tuttavia ha ragione chi dice che  da puritani criticare il presidente perch frequenta fanciulle dalla moralit assai flessibile. Chiunque ha diritto alla forma di sesso che lo soddisfa (omo o eterosessuale, alla pecorina, more ferino, sadomaso, con fellazione, cunnilingus e spagnoletta, onanismo, dispersione del seme in vaso indebito, delectatio morosa, sino alla coprofilia, alla clismafilia, all'esibizionismo, al feticismo, al travestimento, al frotteurismo, all'urofilia, al voyeurismo - e via copulando), purch lo faccia con persone consenzienti, senza danneggiare chi non desidera partecipare o non  in grado di dare un consenso informato (ed ecco perch si condannano pedofilia, zoofilia, stupro e scatologia telefonica) e il tutto avvenga in locali chiusi in modo da non offendere la sensibilit dei puritani - cos come non si deve bestemmiare in pubblico per non offendere la sensibilit dei credenti.
Devo ammettere che spesso gli oppositori del presidente hanno premuto troppo il pedale sugli aspetti sessuali del caso Ruby.  naturale che sia accaduto cos, perch se agli italiani racconti del conflitto di interessi, della corruzione di magistrati, dell'occultazione di capitali o delle leggi ad personam, quelli saltano l'articolo, mentre se gli sbatti subito Ruby in prima pagina, smanettano per tutto il giornale sino alle previsioni del tempo. Ma l'opposizione al premier non  l'opposizione ai suoi gusti sessuali.  l'opposizione al fatto che, per compensare chi partecipava alle sue cene, egli dava posti negli organismi regionali, provinciali, nazionali o europei, e a spese nostre. Se lo stipendio di consigliere regionale alla signora Minetti lo pago io (percentualmente) e (sia pure per una quota minima) chi vive con mille euro al mese, non c'entrano i Puritani, c'entra la Norma (di legge).
Il problema morale non  che non si deve fare all'amore (visto che  sempre meglio che fare la guerra, come dicevano nel Sessantotto), ma che non si deve farlo facendo pagare chi non c'entra. Marrazzo non  criticabile per aver frequentato transessuali ma per esserci andato con l'auto dei carabinieri.
Ma facciamo pure l'ipotesi che il presidente non abbia compensato le sue convitate con pubblici appannaggi. Una volta detto che  lecito fare a casa propria quel che si desidera, questo  vero per un bancario, un medico, un operaio iscritto alla FIOM, ma se si viene a sapere che certe pratiche si svolgono a casa di un uomo politico  difficile che non ne nasca un pubblico scandalo. A John Profumo e a Gary Hart  bastato il connubio con una e una sola donna (una ciascuno) per rovinar loro la carriera. Quando le donne sono tante, e portate alla festa in pulmino, non si pu impedire che le barzellette sul Rubygate appaiano persino sui giornali coreani o alla televisione tunisina (controllare su Internet).
Qualcuno dei difensori del presidente dir che questo avviene perch sono i puritani che hanno spiato un privato cittadino dal buco della serratura e hanno strombazzato all'estero le sue presunte marachelle. Ma ha cominciato proprio l'utilizzatore finale quando  andato al compleanno di Noemi e quando ha scomodato la questura per liberare Ruby. Questi sono atti pubblici. E quando un capo del governo si giustifica dicendo che credeva in buona fede che Ruby fosse la nipote di Mubarak perch glielo aveva detto lei (come a lei aveva creduto quando gli aveva detto di essere maggiorenne),  ovvio che all'estero ci si sbellichi dalle risa perch  da pochade inizio secolo che un uomo, che ha responsabilit di un intero paese, prenda per oro colato quello che gli dice una cubista.
2011
"Cag!"
Tutti si erano accorti che, da quando aveva abbandonato la presidenza del Consiglio, Berlusconi si era anche assentato dalle prime pagine dei giornali. E non perch lo volesse. Ma aveva un bell'andare a visitare l'amico Putin, ed era come ci fosse andato il presidente del Rotary Club di Vanuatu; aveva un bel discendere dall'elicottero con nuove fanciulle, la gente pensava che erano fatti suoi. E il suo gradimento nei sondaggi calava inesorabilmente.
Ora che ha annunciato che riscender in campo, ha riconquistato le prime pagine. Badate bene che non importa che poi lo faccia o no,  noto con quanta volubilit cambi d'avviso dall'oggi al domani;  che per oggi  tornato a sorriderci da ogni cantone.
Berlusconi , e nessuno glielo nega, un genio della pubblicit, e uno dei principi a cui si attiene  "parlate di me, anche male, ma parlatene". Che  poi la tecnica di tutti gli esibizionisti: certo  criticabile calarsi i calzoni ed esibire il proprio apparato sessuale all'uscita di un liceo femminile, ma se lo fai hai la prima pagina assicurata - e alcuni, per averla, diventano persino serial killer.
Tal che si potrebbe supporre che parte (dico solo una parte, ma consistente) del carisma berlusconiano presso tanti elettori fosse dovuto non tanto o non solo a quanto diceva o faceva, ma alla costanza con cui i suoi avversari, per criticarlo, lo ponevano continuamente in copertina.
Come comportarsi con lui (non dico i suoi seguaci, ma chi lo teme come una sventura per la nostra debole Repubblica) di qui alle elezioni venture?
Un leggenda pi volte raccontatami dice che quando appena avevo iniziato a parlare, dopo "mamma", "pap" e "nonna", un giorno avevo iniziato a urlare "cag!", con la U alla francese, come si usa nei nostri dialetti del Nord ed  impronunciabile nella parte inferiore dello stivale. Come avessi coniato quell'espressione, del tutto sconosciuta ai lessicografi, era materia di dibattito; forse avevo udito una parolaccia come "cagn" da alcuni muratori che lavoravano nella casa di fronte, e che seguivo ammirato dal ballatoio. Fatto sta che rimproveri, scappellotti, urlatacce, non erano serviti a niente. Io ripetevo "cag!" a intervalli, sempre pi soddisfatto per l'attenzione che ricevevo.
Sino a che si era arrivati allo scandalo. Una domenica, a mezzogiorno in punto, la mamma mi teneva in braccio in Duomo e stava giusto squillando il campanello dell'elevazione (mentre nel tempio non si udiva pi volare una mosca) e io - incoraggiato da quel subitaneo e assordante silenzio - mi ero sporto verso l'altare e, con quanto fiato avevo in gola, avevo gridato "cag!"
Pare che per un istante il sacerdote avesse interrotto la formula della consacrazione delle specie, e gli sguardi severamente esterrefatti dei fedeli avevano obbligato la mia buona madre, che avvampava di vergogna, ad abbandonare il sacro luogo.
Occorreva evidentemente trovare una soluzione, e fu trionfalmente trovata. Nei giorni seguenti io gridavo "cag!" e mia mamma faceva finta di non avere sentito. Io insistevo, "mamma, cag!" e lei rispondeva (continuando a sprimacciare i letti) "ah s?" Io insistevo con "cag!" e la mamma informava mio padre che in serata sarebbero venute a trovarci le sorelle Faccio.
Insomma, i miei gentili lettori avranno intuito la piega che ha poi preso la faccenda: esasperato per l'assenza di ogni riscontro, ho smesso di dire "cag!" e mi sono dedicato all'apprendimento di un lessico pi ricco e complesso che usavo "ore rotundo", con gran soddisfazione dei miei genitori che si compiacevano per avere un figlio cos cruscante.
Non voglio sfruttare i miei ricordi infantili per dare consigli ai politici, ai corsivisti e agli impaginatori dei quotidiani. Salvo che, se per caso essi fossero interessati a non far da cassa di risonanza a un loro avversario, potrebbero prendere esempio da mia mamma.
2012
La casta dei paria
Giovanna Cosenza, nel suo recente SpotPolitik (Laterza, 2012), studia la perdurante incapacit della classe politica italiana a comunicare in modo persuasivo coi suoi elettori. Certamente si  quasi abbandonato il politichese burocratico (anche se ancora Cosenza ne ritrova spietatamente le tracce in un comunicatore della nuova generazione come Vendola); non tanto da Berlusconi ma addirittura da Kennedy era iniziata l'era della comunicazione politica basata non sul simbolo o sul programma bens sull'immagine (e il corpo) del candidato; assistiamo al passaggio, definitivo e ormai inevitabile, dal comizio allo spot pubblicitario. Ma mi pare che su un punto questo libro ritorni dall'inizio alla fine: i nostri politici non riescono a comunicare perch quando parlano non si identificano coi problemi della gente a cui si rivolgono, ma sono incentrati "autoreferenzialmente" sui loro problemi privati.
Ma come, anche Berlusconi, che ha saputo parlare con parole semplici, slogan efficaci, approcci basati sul sorriso e addirittura sulla barzelletta? Anche. Forse non in quei momenti felici in cui ha saputo porsi dal punto di vista dei suoi ascoltatori e - interpretando i loro desideri pi inconfessati - ha detto loro che era giusto non pagare le tasse; ma in generale, e specie negli ultimi tempi, egli parlava ossessivamente dei suoi nemici, di chi gli remava contro, dei magistrati che gli volevano male, e non del fatto che la "gente" stava avvertendo la crisi economica che poi non  pi riuscito a nascondere.
Ora, lasciando ai lettori il gusto di centellinare le cattiverie che Cosenza non risparmia a nessuno (e forse il pi bersagliato  Bersani), vorrei chiedermi perch i nostri uomini di governo non sanno immedesimarsi nei problemi delle persone comuni. La risposta l'aveva data tempo fa Hans Magnus Enzensberger in un articolo (non ricordo pi con che titolo e dove l'avesse pubblicato) in cui rilevava che l'uomo politico contemporaneo  l'essere pi separato dalla gente comune perch vive in fortini protetti, viaggia in automobili blindate, si muove contornato da gorilla, e pertanto la gente la vede ormai solo da lontano, n gli capita mai di fare la spesa in un supermercato o la coda a uno sportello comunale. La politica, minacciata dal terrorismo, ha dato vita ai membri di una casta condannata a non sapere nulla del paese che deve governare. Casta s, ma nel senso dei paria indiani, tagliati fuori dal contatto con gli altri esseri umani.
Soluzioni? Occorrerebbe stabilire che l'uomo politico non pu stare n al governo n in parlamento se non per un periodo molto limitato (diciamo i cinque anni di una legislatura o, a essere indulgenti, due). Dopo dovrebbe tornare a vivere da persona normale, senza scorta, come prima. E se poi, dopo un determinato periodo di attesa, ritornasse al potere, avr avuto alcuni anni di esperienze quotidiane fuoricasta.
Questa idea potrebbe suggerirne un'altra, e cio che non dovrebbe esistere una categoria di politici di professione, e parlamento e governo dovrebbero essere lasciati a cittadini normali che decidono di servire il paese per un breve periodo. Ma sarebbe un errore, e dannosissimo, da grillismo deteriore. Chi si dedica al mestiere della politica, in varie organizzazioni, apprende delle tecniche di gestione della cosa pubblica e, vorrei dire, un'etica della dedizione, come accadeva ai politici professionisti della DC o del PCI che facevano generosa gavetta nelle associazioni giovanili e poi nel partito. E, per la scelta che avevano fatto, non avevano messo insieme imprese private, studi professionali, fabbrichette o imprese edili, e quindi, entrati in parlamento o al governo, non erano tentati di salvaguardare o addirittura incrementare le proprie ricchezze - come accade invece a chi, messo in parlamento da un Capo a cui poi debbono rendere quel favore, e dal quale ricevono l'esempio di un disinvolto conflitto d'interessi, sono portati a imitarlo. Che poi, anche lavorando in un partito, si possa cedere alla corruzione, sarebbe malaugurato incidente, ma non farebbe parte di un sistema.
2012
Leggiamoci la Costituzione
Su questo argomento mi ero intrattenuto in una Bustina di due anni fa, ma non sono io che mi ripeto. Infatti ritrovo sempre nel corso delle varie discussioni su governo, parlamento, legge elettorale, due affermazioni che sino a ieri sembravano patrimonio di gruppi della destra populista, ma talora vengono ripresi anche da persone di altra estrazione politica e altro spessore culturale.
La prima affermazione  che questo parlamento  delegittimato perch  stato eletto con il Porcellum, legge dichiarata incostituzionale. Ma nel momento in cui questo parlamento  stato eletto il Porcellum era legge dello Stato, non si sarebbe potuto votare secondo altra legge, e quindi il parlamento  stato eletto secondo la legge allora vigente. Si dovr certo procedere a nuove elezioni in base a una nuova legge, ma chi deve decidere quale sia questa nuova legge  pur sempre il parlamento attuale, nel pieno dei suoi poteri in quanto eletto secondo le regole che vigevano al momento della sua elezione.
Capisco che la situazione possa suscitare perplessit, ma o si mangia questa minestra o si salta dalla finestra, e ogni affermazione sull'illegittimit di questo parlamento appare campata in aria.
L'altra idea che circola  che il capo del governo attuale e i suoi ministri non sono stati eletti dal popolo.  vero che sarebbe stato meglio per Renzi affrontare nuove elezioni e presentarsi sulla scena politica come capo eletto del partito che avesse riscosso la maggioranza dei consensi, ma questo non avrebbe per nulla significato che Renzi, in quanto futuro capo del governo, sarebbe stato eletto dal popolo.  stata astuzia berlusconiana, ponendo il suo nome e il suo volto come simbolo della sua lista, ad avere convinto chiss quanti elettori che votando la sua lista si eleggeva lui come capo del governo. Niente di pi falso, tanto  vero che Berlusconi avrebbe potuto vincere le elezioni e poi andare a proporre al capo dello Stato un premier di sua scelta, Santanch, Scilipoti o Razzi, tanto per dire, senza per questo violare il dettato costituzionale.
La Costituzione stabilisce infatti che il popolo elegge i parlamentari (con preferenze o liste bloccate, questo  un altro problema, ma la Costituzione non si pronuncia in merito), il parlamento elegge il presidente della Repubblica il quale, dopo avere ascoltato i rappresentanti dei vari partiti, nomina lui, sponte propria, il capo del governo e i suoi ministri, e in linea di principio potrebbe nominare anche sua nonna, o il capostazione di Roccacannuccia, se la maggioranza delle forze politiche gli avesse fatto il loro nome.
Spetter poi al parlamento dare fiducia al governo nominato dal presidente della Repubblica (cos istituendo un controllo da parte dei rappresentanti del popolo) e se questa fiducia viene negata tutto ricomincia da capo a quindici, sino a che il presidente della Repubblica non trova un governo che piaccia al parlamento. Cos  avvenuto che presidenti della Repubblica abbiano nominato come capi del governo personaggi non parlamentari come Dini e Ciampi, e come ministri vari tecnici, e persino quando il presidente ha nominato Monti, facendolo senatore a vita un minuto prima, Monti non era stato affatto eletto dal popolo bens appunto nominato dal presidente.
Il bello  che queste cose sono dette, sia pure in maniera un poco indiretta, dall'articolo 64 della Costituzione, dove a un certo punto si precisa: "I membri del governo, anche se non fanno parte delle camere, hanno diritto, e se richiesti obbligo, di assistere alle sedute. Devono essere sentiti ogni volta che lo richiedono." Capito? Per i costituenti era talmente ovvio che i membri del governo potessero benissimo essere estranei al parlamento che si precisava in che modo per potessero o dovessero partecipare alle sue riunioni. A essere onesti, quando a Berlusconi si rimproverava di farsi vedere pochissimo in parlamento, non si sarebbe dovuto censurarlo come presidente del Consiglio bens come deputato o senatore neghittoso.
2012
Keep a low profile
Ci si attendeva una decisa vittoria del PD e una pallida rimonta di Berlusconi, e le previsioni non si sono verificate. Ma c' stato un precedente, quando Occhetto aveva annunciato di aver messo in piedi una gioiosa macchina da guerra, e poi  iniziata l'epoca berlusconiana. Parimenti, nel corso della scorsa campagna elettorale, tutto l'approccio del PD  stato in termini trionfalistici: Bersani dava per certa la propria decisiva maggioranza, asseriva che chi avrebbe vinto (e cio lui) avrebbe governato. Cos, mentre a molti di noi pareva che il leader PD conducesse una campagna da gran signore, senza svaccare come i suoi avversari, la sua campagna  risultata fiacca, perch condotta in base alla tranquilla persuasione che, secondo i sondaggi, ormai il PD aveva vinto.
Corollario: ogni volta che la sinistra si presenta come sicuramente vincente, perde. Pura jella? Non ricordo pi in quale talk show, Paolo Mieli aveva detto che  ormai un dato di fatto assodato, e da almeno sessant'anni, che in Italia il cinquanta per cento dei votanti non vuole un governo di sinistra o di centrosinistra. Sar (commento io) la paura remota che risale ai tempi del "terribile Stalino l'orco rosso del Cremlino" di cui a noi fanciulli raccontava settimanalmente Il Balilla, sar il terrore del bolscevico che abbevera i suoi cavalli alle acquasantiere di San Pietro (su cui aveva bene giocato la propaganda dei Comitati Civici nel 1948), sar il terrore continuo che la sinistra aumenti le tasse (cosa che peraltro ha sempre annunciato, mentre  la destra che poi l'ha fatto), ma in sostanza quel popolo di buoni borghesi di mezza e tarda et, che non leggono giornali e vedono solo le televisioni di Mediaset, e a cui si rivolge Berlusconi quando minaccia il ritorno del comunismo, queste cose le pensa, e la paura dei governi di sinistra  un poco come il terrore dei turchi, che dev'essere continuato a lungo anche dopo che a Lepanto era iniziato il declino dell'impero ottomano.
Dunque, e torno a quelle parole di Mieli, se la met degli elettori italiani vive questo costante timore, non potr che rivolgersi a chi ne propone l'antidoto, per cinquant'anni la DC e per venti il berlusconismo.
Credo che Mieli facesse questa analisi quando pareva che una salita in campo di Monti potesse offrire un'alternativa - e si veda come infatti, guidato da questo timore, Berlusconi abbia sempre condotto la sua battaglia contro Monti mostrandolo come servo sciocco della sinistra. Bene, Monti non ce l'ha fatta e la difesa dalla sinistra  tornata a essere monopolio di Berlusconi. Da cui una riflessione che mi pare ovvia: la destra vince quando la sinistra convince l'elettorato moderato che sar essa a salire al potere. La sinistra invece vince quando, come nel caso delle campagne di Prodi, non ha ostentato troppa fiducia, ha solo comunicato il messaggio subliminale "io speriamo che me la cavo", ed  riuscita a vincere quando non tutti ci avrebbero scommesso.
Una dose di vittimismo  indispensabile per non galvanizzare gli avversari. Grillo ha fatto una campagna da vincente, ma  riuscito a dare l'impressione che lo escludessero dalla TV e dovesse rifugiarsi nelle piazze - e cos ha riempito i teleschermi prendendo le parti delle vittime del sistema. Ma sapevano piangere Togliatti, che presentava i lavoratori come tenuti fuori dalla stanza dei bottoni dalla reazione in agguato; Pannella che, lamentandosi sempre che i media ignorassero i radicali, riusciva a monopolizzare l'attenzione costante di giornali e televisioni; Berlusconi, che si  sempre presentato come perseguitato dai giornali, dai poteri forti e dalla magistratura, e quando era al potere si lamentava che non lo lasciassero lavorare e gli remassero contro.  dunque fondamentale il principio del "chiagne e fotti", ovvero, per non esprimerci in modo troppo volgare, quello del "keep a low profile", tieni sempre un profilo basso.
Solo se non d per sicura l'avanzata della sinistra il signore di mezza et si astiene o disperde i suoi voti. Se la sinistra millanta vittoria, il moderato si rifugia presso l'Unto del Signore.
2013
Sospettate di chi vi giudica
Qualcosa del genere lo avevo scritto in una Bustina del 1995, ma non  colpa mia se a distanza di diciotto anni le cose vanno nello stesso modo, almeno in questo paese. D'altra parte in un'altra Bustina avevo scritto di quando Repubblica, per festeggiare il suo ventennale, aveva inserito nel numero di vent'anni dopo la copia anastatica del numero di vent'anni prima. Io avevo scambiato distrattamente il secondo per il primo, l'avevo letto con grande interesse e solo alla fine, vedendo che si davano solo i programmi di due canali televisivi, mi ero insospettito. Ma per il resto le notizie di vent'anni prima erano le stesse che mi sarei aspettato vent'anni dopo, e non per colpa di Repubblica ma dell'Italia.
Cos nel 1995 mi lamentavo di un curioso andazzo di alcuni giornali che parteggiavano per alcuni illustri accusati ma che, invece di sforzarsi di dimostrarne l'innocenza, pubblicavano articoli ambigui e allusivi, quando non deliberatamente accusatori, intesi a delegittimare i giudici.
Ora, si noti, dimostrare che in un processo l'accusa  prevenuta o sleale in s sarebbe una bella dimostrazione di democrazia, e fosse stato possibile fare cos in tanti processi messi in scena da dittature di vario colore. Ma questo si deve fare in situazioni eccezionali. Una societ in cui, sempre e a priori, non solo l'accusa, ma anche il collegio giudicante siano sistematicamente delegittimati,  una societ in cui qualcosa non funziona. O non funziona la giustizia o non funzionano i collegi di difesa.
Eppure questo  ci a cui stiamo assistendo da qualche tempo. La prima mossa dell'inquisito non  di provare che le prove di accusa sono inconsistenti, ma di mostrare all'opinione pubblica che l'accusa non  immune da sospetti. Se l'inquisito riesce in questa operazione, l'andamento del processo  secondario. Perch chi decide, in processi ripresi alla televisione,  l'opinione pubblica, che sfiducia l'inquirente e tende a convincere ogni giuria che sarebbe impopolare dargli ragione.
Quindi il processo non riguarda pi un dibattito tra due parti che presentano prove e controprove: riguarda, e prima ancora del processo, un duello massmediatico tra futuri imputati e futuri procuratori e membri del collegio giudicante, a cui l'inquisito contesta il diritto di giudicarlo.
Se riesci a dimostrare che il tuo accusatore  un adultero, ha commesso peccati, leggerezze o crimini - anche se nulla hanno a che fare con il processo - hai gi vinto. E non  necessario dimostrare che il giudice abbia commesso un delitto. Basta (ed  storia) averlo fotografato mentre getta una cicca per terra (cosa che ovviamente non avrebbe dovuto fare, neppure in un momento di distrazione), ma che dico, che (com' accaduto) gira con improbabili calzini celesti, e subito il giudicante diventa giudicabile, perch si insinua che sia essere bizzarro e inaffidabile, affetto da tare che lo rendono inadatto alla sua funzione.
A quanto pare questo modo di fare, visto che vi si insiste da almeno vent'anni, funziona. E d'altra parte queste insinuazioni solleticano i peggiori istinti della persona media che, se  multata per aver parcheggiato in terza posizione, si lamenta dicendo che quel vigile non era normale, che nutriva sentimenti d'invidia verso chi aveva una BMW, come accade di solito ai comunisti. In qualsiasi inchiesta tutti si sentono il K di Kafka, innocente di fronte a una giustizia insondabilmente paranoica.
Dunque, dicevo gi diciott'anni fa, ricordate, la prossima volta che vi coglieranno con le mani nel sacco, nell'istante in cui date una mazzetta al poliziotto che vi ha sorpreso mentre spaccavate il cranio di vostra nonna a colpi di scure, non preoccupatevi di lavare le tracce di sangue, o di dimostrare che a quell'ora eravate altrove, a colloquio con un cardinale. Basta che dimostriate che chi vi ha sorpreso con le mani nel sacco (o sulla scure), dieci anni fa non ha dichiarato al fisco un panettone natalizio ricevuto in regalo da una qualche azienda (e meglio se all'amministratore delegato dell'azienda donante  sospettabile di essere stato legato un tempo da affettuosa amicizia).
2013
Figlio mio tutto questo sar tuo
Mentre scrivo (ma va a sapere, e mi scuso se nel frattempo qualcuno abbia cambiato idea, come ormai accade quotidianamente) Marina Berlusconi ha decisamente affermato che non intende accettare l'eredit politica del padre, e che ritiene pi saggio continuare a fare l'imprenditrice, probabilmente rifacendosi al popolare proverbio milanese "ofel fa el to mest", che suggerisce al pasticcere di fare quello che sa fare bene e non il pasticcione.
Ma, esclusa Marina, niente vieta che Berlusconi possa cercare un altro membro della famiglia per perpetuare la dinastia, e ne ha a bizzeffe, tra figli e figlie, e probabilmente cugini, tanto che quest'uomo che una ne fa e cento ne pensa potrebbe persino concepire una discesa in campo di Veronica Lario, visto che ogni Pern pu avere la sua Evita. Ma se la signora Lario non ci stesse, perch non pensare a un erede adottivo, per esempio la Minetti, Ruby o altra olgettina?
Inutile obiettare che in democrazia non ci sono dinastie e questo accade solo coi monarchi, accadeva con gli imperatori romani, quando non entravano in scena i pretoriani a cambiare le carte in tavola, e accade coi despoti coreani. No, accade anche in democrazia, vedi il passaggio dei poteri tra Le Pen padre e figlia. A voler insistere si potrebbe parlare della dinastia dei Kennedy (dove il passaggio dei poteri  stato impedito da una mano assassina che ha eliminato Bob),  accaduto con i due Bush, e non sarebbe impossibile che accadesse con la signora Clinton.
 vero che in America un presidente non pu passare il potere a fratelli, mogli o figli di propria iniziativa, ma deve aspettare che un voto popolare sancisca il ritorno di un presidente della stessa famiglia, e comunque il potere non viene trasferito a staffetta, ma devono passare alcuni anni. Tuttavia  indubbio che in questi ritorni di un cognome nella vita politica gioca un senso della dinastia, una credenza profonda che buon sangue non menta.
Nel caso di un passaggio di consegne da un Berlusconi all'altro per gioca qualcosa di pi del senso dinastico e del richiamo ai valori del sangue. Berlusconi giudica lecito e quasi normale che il potere possa passare a un proprio discendente perch ha un senso padronale del partito politico. Pensa che il legato sia trasferibile perch il capitale  suo, e si comporta come i grandi capitani d'industria, per cui l'azienda era bene di famiglia e doveva passare ai discendenti per asse ereditario. Si veda il caso esemplare degli Agnelli: il nonno Giovanni passa il potere al nipote Gianni (con Valletta che fa da Mazzarino sino a che l'erede non abbia l'et giusta) e alla morte di Gianni, in mancanza di altri Agnelli, diventa presidente un nipote di altro nome ma dello stesso sangue. Ricorderete il grande possidente americano che (in vari film) mostra al rampollo un'enorme distesa di praterie e di mandrie dicendo: "Figlio mio, tutto questo un giorno sar tuo."
Ma  normale che un partito sia un bene di famiglia come un'industria di profilati metallici o di biscottini? A parte che idee del genere non avevano mai attraversato neppure il capo di Mussolini (eppure il partito era davvero cosa sua, tanto che, scomparso lui, si  dissolto), ma vi riuscite a immaginare un De Gasperi che pensasse di trasferire la Democrazia Cristiana a Maria Romana, un Craxi che lasciasse il Partito Socialista in eredit a Bobo o a Stefania, un Berlinguer che delegasse per diritto quasi divino la direzione del PCI a Bianca e via dicendo? No, perch il partito non lo avevano creato loro, non lo finanziavano loro, dovevano rendere conto ai vari comitati che li avevano eletti, e pertanto del partito non potevano avere una concezione patrimoniale.
Decidere di passare il potere a un discendente significa sapere che il partito  stato creato dal Capo, che non pu sopravvivere senza il nome del Capo, che  finanziato dal Capo, e che gli altri membri del partito non sono gli elettori del Capo bens i suoi dipendenti. In ogni partito di propriet privata ogni Pescecane ha diritto al proprio Delfino.
2013
Sinistra e potere
Al fatto non ero presente, ma mi era stato raccontato da persona fededegna. Dunque, nel 1996 Prodi aveva appena vinto le elezioni e per la prima volta la sinistra andava al potere. Gran festa, credo, in piazza del Popolo, folla delirante. Mentre D'Alema si avviava verso il palco, una donna gli aveva afferrato il braccio gridando: "Compagno Massimo, adesso s che faremo una forte opposizione!"
Fine della storia ma non della maledizione di cui era sintomo. La militante aveva capito che il suo partito aveva vinto ma non che era obbligato ad andare al governo, e non poteva concepire un partito che fosse obbligato a dire s a un sacco di cose, perch lo aveva sempre pensato come una forza eroica e cocciuta che a tutto diceva di no.
Ma in lei si riassumeva una tragica storia della sinistra europea: per pi di centocinquant'anni  vissuta come forza di opposizione; rivoluzionaria, s, ma in sofferta e lunga attesa che la rivoluzione scoppiasse (e, in Russia e in Cina dove la rivoluzione era esplosa, costretta a governare e non a opporsi, a poco a poco quella sinistra  diventata una forza conservatrice).
Per questo la sinistra si  sempre sentita capace di dire no e ha guardato con sospetto quelle sue ali che azzardavano dei s a mezza bocca, espellendole come socialdemocratiche, oppure i suoi militanti abbandonavano il partito per fondarne uno pi radicale. Per questo la sinistra  sempre stata scissionista, condannata a una cariocinesi perpetua, e naturalmente cos facendo non  mai stata abbastanza forte da andare a governare - e vorrei dire malignamente, per sua fortuna, perch allora sarebbe stata costretta a dire dei s, con tutti i compromessi che comporta il prendere decisioni di governo, e dicendo dei s avrebbe perduto quella purezza morale che la vedeva sempre sconfitta e caparbiamente capace di rifiutare le seduzioni del potere. Bastava pensare che quel potere, che si rifiutava, un giorno lo si sarebbe distrutto.
La storia di quella donna di piazza del Popolo spiega infinite cose che accadono ancora oggi.
2015
...
Dalla stupidit alla follia
No, non  la polluzione. Sono le impurit dell'aria
Coi venti di guerra che corrono, siamo nelle mani dell'uomo pi potente del mondo, che  Bush. Ora nessuno pretende come voleva Platone che gli Stati siano governati dai filosofi, ma sarebbe bene che fossero in mano a persone dalle idee chiare. Vale la pena di consultare su Internet i vari siti che raccolgono frasi celebri di Bush. Tra quelle senza luogo e data ho trovato: "Se non ce la facciamo corriamo il rischio di fallire.  tempo che la razza umana entri nel sistema solare. Non  la polluzione che minaccia l'ambiente, sono le impurit dell'aria e dell'acqua."
Ai giornalisti "Dovrei domandare a chi mi ha posto la domanda. Non ho avuto una possibilit di domandare a chi mi ha posto la domanda quale domanda hanno posto" (Austin, 8 gennaio 2001). "Penso che se lei sa cosa crede, questo render molto pi facile rispondere alla sua domanda. Non posso rispondere alla sua domanda" (Reynoldsburg, Ohio, 4 ottobre 2000). "La donna che sapeva che ho sofferto di dislessia - bene, io non l'ho mai intervistata" (Orange, 15 settembre 2000).
Politica "L'illegittimit  qualcosa che dovremmo parlarne in termini di non averla" (20 maggio 1996). "Io credo che siamo in un cammino irreversibile verso pi libert e democrazia. Ma le cose potrebbero cambiare" (22 maggio 1998). "Io sto attento non solo a preservare il potere esecutivo per me, ma anche per i miei predecessori" (Washington, 29 gennaio 2001). "Siamo impegnati a lavorare con ambo le parti per portare il livello del terrore a un livello accettabile da entrambi" (Washington, 2 ottobre 2001). "Lo so che vi sono tante ambizioni a Washington, naturale. Ma spero che gli ambiziosi si rendano conto che  pi facile riuscire con una riuscita che con un fallimento" (intervista alla Associated Press, 18 gennaio 2001). "La cosa pi grande in America  che ciascuno dovrebbe votare" (Austin, 8 dicembre 2000). "Noi vogliamo che chiunque pu trovare un lavoro sia capace di trovare un lavoro" (trasmissione 60 Minutes II, 5 dicembre 2000). "Uno dei comuni denominatori che ho trovato  che le attese sorgono intorno a ci che  atteso" (Los Angeles, 27 settembre 2000). " importante capire che se ci sono pi scambi commerciali c' pi commercio" (Summit of the Americas, Quebec City, 21 aprile 2001).
Educazione "Francamente, gli insegnanti sono la sola professione che insegna ai nostri bambini" (18 settembre 1995). "Avremo gli americani meglio educati del mondo" (21 settembre 1997). "Voglio che si dica che l'amministrazione Bush  orientata al risultato, perch credo al risultato di focalizzare la propria attenzione ed energia sull'educazione dei bambini alla lettura, perch abbiano un sistema educativo attento ai bambini e ai loro genitori, piuttosto che mirare a un sistema che rifiuta il cambiamento far diventare l'America quello che noi vogliamo che sia, un paese di gente che sa leggere e che sa sperare" (Washington, 11 gennaio 2001). "Il sistema dell'educazione pubblica  uno dei fondamenti della nostra democrazia. Dopotutto,  dove i bambini d'America imparano a essere cittadini responsabili, e imparano le abilit necessarie per trarre vantaggio dalla nostra fantastica societ opportunistica" (1 maggio 2002).
Scienza "Marte  essenzialmente nella stessa nostra orbita.  quasi alla nostra stessa distanza dal Sole, il che  importante. Abbiamo visto delle immagini dei canali, crediamo, e dell'acqua. Se c' l'acqua c' ossigeno e se c' ossigeno possiamo respirare" (8 novembre 1994). "Per la NASA lo spazio  sempre la priorit principale" (5 settembre 1993). "Il gas naturale  emisferico. Mi piace chiamarlo emisferico in natura perch  il prodotto che noi possiamo trovare nel vicinato" (Austin, 20 dicembre 2000). "So che gli esseri umani e i pesci potranno coesistere in pace" (Saginaw, 29 settembre 2000).
Esteri "Abbiamo speso molto tempo a parlare dell'Africa, giustamente. L'Africa  una nazione che soffre di un'incredibile malattia" (conferenza stampa, 14 giugno 2001). "Ho parlato con Vicente Fox, il nuovo presidente del Messico, per avere petrolio da mandare negli Stati Uniti. Cos non dipenderemo dal petrolio straniero" (primo dibattito presidenziale, 10 marzo 2000). "Il problema dei francesi  che non hanno una parola per 'entrepreneur'" (discutendo con Blair). "Anche voi avete dei neri?" (al presidente brasiliano Fernando Cardoso, Estado de Sao Paulo, 28 aprile 2002). "Dopotutto una settimana fa Yasser Arafat  stato assediato nel suo palazzo in Ramallah, un palazzo pieno, chiaramente, di pacifisti tedeschi e tutto questo tipo di gente. Ora se ne sono andati. Arafat  ora libero di mostrare la sua leadership, di governare il mondo" (Washington, 2 maggio 2002). "Molte delle nostre importazioni vengono da oltremare" (NPR's Morning Editing, 26 settembre 2000). "Capisco che l'agitazione in Medio Oriente crea agitazione in tutta la regione" (Washington, 13 marzo 2002). "Il mio viaggio in Asia incomincia dal Giappone per una ragione importante. Comincia qui perch da un secolo e mezzo America e Giappone hanno formato una delle pi grandi e durature alleanze dei tempi moderni. Da questa alleanza  sorta un'era di pace nel Pacifico" (Tokyo, 18 febbraio 2002).
2002
Come arricchirsi sul dolore altrui
Se la vostra situazione economica non vi soddisfa e volete cambiare mestiere, quella del veggente  un'attivit tra le pi redditizie e (contrariamente a quello che potreste pensare) tra le pi facili. Basta avere una certa carica di simpatia, una minima capacit di capire gli altri e un poco di pelo sullo stomaco. Ma anche senza queste doti, c' sempre la statistica che lavora per voi.
Provate a fare questo esperimento: avvicinate una persona qualsiasi, anche scelta a caso (ma certamente aiuta se la persona  ben disposta a verificare le vostre qualit paranormali). Guardatela negli occhi e ditele: "Sento che qualcuno sta pensando intensamente a lei,  qualcuno che lei non vede da tanti anni, ma che un tempo lei ha amato moltissimo, soffrendo perch non si sentiva corrisposto... Ora questa persona si sta rendendo conto di quanto l'ha fatta soffrire, e si pente, anche se capisce che  troppo tardi..." Pu esistere una persona al mondo, se proprio non  un bambino, che nel passato non abbia avuto un amore infelice, o comunque non sufficientemente ricambiato? Ed ecco che il vostro soggetto sar il primo a corrervi in aiuto e a collaborare con voi, dicendovi di aver individuato la persona di cui voi captate cos nitidamente il pensiero.
Potete anche dire a qualcuno: "C' una persona che la sottovaluta, e parla male di lei in giro, ma lo fa per invidia." Difficilissimo che il vostro soggetto vi risponda che  ammiratissimo da tutti e non ha proprio idea di chi sia questa persona. Sar piuttosto pronto a individuarla immediatamente e ad ammirare le vostra capacit di percezione extrasensoriale.
Oppure, dichiarate di poter vedere accanto ai vostri soggetti i fantasmi dei loro cari scomparsi. Avvicinate una persona di una certa et e ditele che le vedete accanto l'ombra di una persona anziana, che  morta per qualcosa al cuore. Qualsiasi individuo vivente ha avuto due genitori e quattro nonni e se siete fortunati anche qualche zio o padrino o madrina carissimi. Se il soggetto ha gi una certa et  facilissimo che questi suoi cari siano gi morti, e su un minimo di sei defunti uno che sia morto per insufficienza cardiaca ci dovrebbe essere. Se poi siete proprio sfortunati, siccome avrete avuto l'accortezza di abbordare il soggetto tra altri egualmente interessati alle vostre virt paranormali, dite che forse vi siete sbagliati, che quello che vedete non  forse un parente del vostro interlocutore, ma di qualcun altro che gli sta vicino.  quasi certo che uno tra i presenti incomincer a dire che si tratta di suo padre o di sua madre, e a questo punto siete a posto, potete parlare del calore che quell'ombra sta emanando, dell'amore che prova per colui o colei che  ormai diventato pronto a tutte le vostre seduzioni...
I lettori accorti avranno individuato le tecniche di alcuni personaggi assai carismatici che appaiono anche in trasmissioni televisive. Nulla  pi facile che convincere un genitore che ha appena perduto il figlio, o chi piange ancora la morte della madre, o del marito, che quell'anima buona non si  dissolta nel nulla e che invia ancora messaggi dall'aldil. Ripeto, fare il sensitivo  facile, il dolore e la credulit degli altri lavorano per voi.
A meno naturalmente che non ci sia nei paraggi qualcuno del CICAP, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale, di cui potete avere notizie al sito www.cicap.org, o leggendo la rivista Scienza & Paranormale. I ricercatori del CICAP vanno infatti a caccia di fenomeni che si pretendono paranormali (dai poltergeists alla levitazione, dai fenomeni medianici ai cerchi nei campi di grano, dagli UFO alla rabdomanzia, senza trascurare fantasmi, premonizioni, piegamento di forchette per mezzo della mente, lettura dei tarocchi, madonne piangenti ecc.) e ne smontano il meccanismo, ne mostrano il trucco, spiegano scientificamente quello che appare miracoloso, spesso rifanno l'esperimento per dimostrare che, conoscendo i trucchi, tutti possono diventare maghi.
Due segugi del CICAP sono Massimo Polidoro e Luigi Garlaschelli, che ora pubblicano congiuntamente (ma antologizzando anche testi di altri collaboratori del CICAP) Investigatori dell'occulto. Dieci anni di indagini sul paranormale (Avverbi, 2000) dove (se non siete di coloro che piangono quando gli rivelano che Babbo Natale non esiste) leggerete molte storie divertenti.
Ma esito a parlare di divertimento. Il fatto che il CICAP debba darsi tanto da fare significa che la credulit  pi diffusa di quanto non si pensi, e alla fin fine di questo libro circoleranno alcune migliaia di copie, mentre quando Rosemary Altea appare in televisione giocando sul dolore altrui, la cosa viene seguita da milioni e milioni di persone. Chi si pu rimproverare dicendo che cos si diseduca la gente? L'udienza  udienza.
2002
Miss, fondamentalisti e lebbrosi
Quando questo numero dell'Espresso apparir in edicola  possibile che la maggior parte dei lettori si sia dimenticata della vicenda nigeriana, coi duecento e passa morti ammazzati per via del concorso di Miss Mondo. E sarebbe una buona ragione per non lasciare cadere il discorso. Oppure la situazione sar peggiorata, anche dopo che il concorso di Miss Mondo  stato spostato a Londra, perch  apparso chiaro a tutti che l'arrivo delle miss in Nigeria  stato solo un pretesto per scatenare tensioni o incoraggiare progetti eversivi di ben altra portata: e infatti non si capisce perch per protestare contro un concorso di bellezza si dovevano ammazzare i cristiani e bruciare le chiese, visto che non  ai vescovi che si poteva imputare l'iniziativa. Ma, se le cose fossero andate avanti, a maggior ragione varrebbe la pena di riflettere su quel pretesto che ha portato all'orrida reazione fondamentalista.
Wole Soyinka, il premio Nobel che in Nigeria ha dovuto subire anche la prigione per aver tentato di difendere le libert fondamentali nel suo sfortunato paese, ha scritto un articolo (pubblicato su Repubblica) in cui, insieme ad alcune illuminanti riflessioni suoi conflitti nigeriani, diceva (in sintesi) che lui non prova nessuna simpatia per i concorsi delle varie miss nazionali o globali ma che, di fronte alla rabbia dei fondamentalisti musulmani, si sentiva di dover difendere i diritti del corpo e della bellezza. Credo che se fossi nigeriano la penserei come lui, ma si d il caso che non lo sia, e vorrei guardare la faccenda dal punto di vista di casa nostra.
Certamente  ingiustificabile che per reagire in spirito di bigotteria a un concorso che mostra fanciulle in costume da bagno si ammazzino duecento e pi persone che tra l'altro non c'entrano nulla.  ovvio che, se la mettiamo cos, siamo tutti dalla parte delle fanciulle. Per ritengo che gli organizzatori di Miss Mondo, decidendo di fare svolgere l'esibizione in Nigeria, abbiano commesso una vera e propria mascalzonata. Non tanto perch potessero o dovessero prevedere quelle reazioni, ma perch fare una fiera della vanit (che tra l'altro costa una cifra che basterebbe a sfamare alcune trib per un mese) in un paese depresso come la Nigeria, mentre i bambini muoiono di fame e le adultere vengono condannate alla lapidazione,  come pubblicizzare cassette pornografiche e film comici in un ospizio per non vedenti o andare a regalare prodotti di bellezza in un lebbrosario, pubblicizzandoli con foto di Naomi Campbell. E non si venga a dire che anche un concorso di bellezza  un modo per far cambiare usi e costumi ancestrali, perch queste sollecitazioni funzionano caso mai a dosi omeopatiche e non con provocazioni cos plateali.
L'episodio, a parte la riflessione che si tratta di una mascalzonata fatta evidentemente a scopi pubblicitari e con assoluto cinismo, ci interessa da vicino, e proprio di questi tempi, perch ha a che fare con quel grumo di problemi che chiamiamo globalizzazione. Sono di coloro che pensano che su dieci fenomeni di globalizzazione almeno cinque possano avere esiti positivi, ma se c' un aspetto negativo della globalizzazione  proprio quello di imporre violentemente modelli occidentali a paesi sottosviluppati per indurre a consumi e a speranze che quei paesi non possono concedersi... Insomma, se ti presento le miss in costume da bagno  per incentivare l'acquisto di costumi da bagno occidentali, magari cuciti da bambini affamati a Hong Kong, affinch siano comperati anche in Nigeria da coloro che non muoiono di fame, ma che se hanno dei soldi da spendere li stanno facendo sulle spalle di coloro che di fame muoiono, e collaborano con gli occidentali a sfruttarli e a tenerli in condizione precoloniale.
Per cui non mi sarebbe spiaciuto che i pi combattivi dei no-global si fossero dati convegno in Nigeria durante il concorso, dividendosi fra tute bianche e black bloc violenti. Le tute bianche avrebbero dovuto pacificamente (ma con qualche energia) prendere a calci gli organizzatori del concorso, metterli in mutande (come le loro miss), spalmarli di miele, cospargerli di piume di struzzo o altro volatile a disposizione in loco, e farli sfilare per le strade, sbertucciandoli a dovere. E le tute nere avrebbero dovuto affrontare i fondamentalisti locali, complici del colonialismo occidentale a cui va benissimo che laggi rimangano sottosviluppati, e usare tutta la loro capacit combattiva per impedirgli di compiere i loro massacri - e tutti avremmo forse applaudito (una volta tanto, e solo per una volta tanto) a questi guerrieri della pace, anche perch se sei violento devi avere il coraggio di misurarti con avversari degni di te.
E le aspiranti miss? Forse, convinte dall'ala pi mite dei no-global, avrebbero potuto (per una volta tanto) essere riciclate a dimenare il loro bel culetto andando (vestite) per i villaggi a distribuire scatolette di carne e pezzi di sapone, pi qualche antibiotico e confezioni di latte. Le avremmo davvero giudicate bellissime.
2002
Spari con ricevuta di ritorno
Un vecchio detto recitava che la guerra  una cosa troppo seria per lasciarla fare ai militari. Oggi andrebbe aggiornato: il mondo  diventato una faccenda troppo complicata per lasciarlo governare a chi lo governava prima. Come se avessero affidato il progetto Manhattan per la bomba atomica agli esperti del traforo del Cenisio. Pensavo a queste cose due settimane fa a Washington proprio mentre stava ancora circolando lo sniper, il famoso cecchino che fulminava allegramente le persone che si fermavano dal benzinaio o uscivano dal ristorante. Lui stava in alto, con fucile telescopico e, da qualche snodo di autostrada o collinetta tranquilla, faceva il suo lavoro. A vittima morta, e solo dopo avere ricevuto una segnalazione, la polizia arrivava e bloccava le strade per due o tre ore, senza ovviamente trovare nessuno perch il cecchino aveva avuto tutto il tempo per spostarsi altrove. Cos per giorni la gente non usciva pi di casa e non mandava i bambini a scuola.
Naturalmente c' stato chi ha avvertito che questo succede perch c' il libero commercio delle armi, ma le lobby degli armaioli hanno risposto che la questione non  avere un'arma bens usarla bene. Come se usarla per ammazzare non fosse appunto usarla benissimo. Forse la gente compera di solito un fucile per farsi il clistere?
Il cecchino di Washington lo hanno poi preso solo perch ha fatto apposta a seminare tracce dappertutto - alla fin fine gente del genere vuole solo apparire sui giornali. Ma uno che non avesse voluto farsi prendere avrebbe potuto continuare sino ad ammazzare pi persone di quelle faticosamente massacrate alle Twin Towers. Per questo l'America stava coi nervi tesi e ci sta ancora: perch capiva che se un'organizzazione terroristica, invece di perdere tempo a sequestrare aerei, facesse circolare per l'intera nazione una trentina di cecchini, potrebbe paralizzare il paese. Non solo, scatenerebbe una gara d'emulazione in tutti coloro che terroristi non sono ma matti s, e si unirebbero con gioia alla festa.
Cosa hanno proposto alcuni di coloro che evidentemente non sono pi in grado di reggere il mondo? Di fabbricare armi che "firmano" automaticamente la pallottola e il bossolo, in modo che estraendo il proiettile dal corpo dell'ucciso si abbia praticamente l'indirizzo dell'assassino. Non hanno pensato che se voglio ammazzare qualcuno non uso il mio fucile ma quello rubato a qualcun altro, cos oltretutto faccio andare in galera lui; e che se sono un terrorista conosco i contatti giusti per avere un'arma rubata, o col codice alterato, o di fabbricazione non americana. Non capisco perch queste cose vengono in mente a me e non agli esperti della sicurezza.
Ma fosse solo questo. Su Repubblica dell'8 novembre scorso leggo che, preoccupati dalla deflazione (la gente compera poco, i prezzi scendono, e siamo a una crisi peggiore di quelle inflattive), quelli della Federal Reserve (e dunque non dei ragazzini qualsiasi) propongono il dollaro deperibile - e cio una moneta con una banda magnetica che gli fa perdere progressivamente valore se uno non la spende presto (e perde valore anche se la si tiene in banca).
Cerco d'immaginarmi cosa farebbe il signor Smith, idraulico, che lavorando come un matto riesce a guadagnare cento dollari al giorno. Anzitutto diminuirebbe la sua produttivit. Perch ammazzarsi di lavoro per guadagnare qualcosa che dopo un certo tempo non vale pi nulla, e non pu neppure mettere sul libretto di risparmio per comperarsi una casetta? Lavorer solo quel tanto che gli procuri quei trenta dollari al giorno per comperarsi birra e bistecche. Oppure potrebbe investire ogni giorno i suoi cento dollari in spese inutili, magliette, barattoli di marmellata, matite, dopodich inizierebbe un'economia di baratto, tre vasetti di marmellata per una maglietta, ma alla fine la gente dovrebbe accumulare in casa un sacco di roba inutile, mentre la moneta non circola quasi pi. Ancora, il signor Smith potrebbe comperarsi la casetta, ma a rateazioni lunghissime, ogni volta che gli bruciano in mano cento dollari. Per non solo a quel punto la casa, con interessi e tutto, costerebbe dieci volte tanto, ma perch mai il primo possessore dovrebbe venderla, visto che rimarrebbe senza casa e con una pioggia di dollari che deve spendere tutti a mano a mano che gli arrivano? E via al blocco del mercato edilizio, chi ha una casa se la tiene. E, visto che la moneta si deprezza anche a risparmiarla, chi andr pi a mettere soldi in banca?
Aspetto che un economista mi dica dove sto sbagliando, perch certamente io non me ne intendo. Ma insomma, ho proprio l'impressione che tante iniziative che si stanno prendendo, compresa la guerra in Iraq per tenere buone le migliaia di potenziali cecchini fondamentalisti che se ne stanno in attesa sugli svincoli delle autostrade americane, rientrino nella categoria "il mondo  diventato una faccenda troppo complicata per lasciarlo governare a chi lo governava prima".
2002
Dateci qualche morto in pi
Leggo sul Venerd di Repubblica la seguente notizia: il governo francese avrebbe applicato, come da noi, ma prima che da noi, la patente a punti, e dopo un anno si  visto che gli incidenti sono diminuiti, col 18,5 per cento di morti in meno.  una bellissima notizia. Ma il presidente del Groupement National des Carrossiers-Rparateurs, vale a dire di un'associazione di carrozzieri, dopo aver detto che naturalmente come cittadino si rallegra per la diminuzione dei decessi, ha dovuto ammettere che come carrozziere doveva rilevare che il lavoro dei suoi associati era entrato in crisi. Meno incidenti, meno riparazioni. E pare che non solo i carrozzieri, di fronte a questo consistente dramma economico, siano in subbuglio e chiedano aiuti statali, ma che alcuni di essi abbiano sollecitato persino controlli meno severi. In poche parole, se la notizia  vera, hanno domandato di fare meno multe in modo che si sfasci qualche auto in pi.
Non arrivo a pensare che domandino qualche morto in pi, perch di solito chi muore in un incidente stradale non porta poi la macchina dal carrozziere, e gli eredi la passano direttamente allo sfasciacarrozze, ma insomma, qualche bello scontro senza morti ma con qualche ferito (senza che la macchina, trasformatasi in una bara, sia ormai solo da rottamare) non sarebbe mal visto.
La notizia non deve stupirci. Ogni innovazione tecnologica, ogni passo avanti del progresso, ha sempre prodotto disoccupazione, e la storia  iniziata coi tessitori settecenteschi che andavano a spaccare i telai meccanici per timore di rimanere senza lavoro. Immagino che l'avvento dei taxi abbia mandato in rovina i fiaccherai. Ricordo il vecchio Pietro, che quando ero piccolo veniva chiamato con la sua carrozzella per portare famiglia e bagagli alla stazione quando si andava in campagna. Nel giro di pochi anni sono arrivate le auto pubbliche e lui non aveva pi l'et per prendere la patente e riciclarsi come tassista. Ma ancora a quell'epoca le innovazioni arrivavano con un ritmo abbastanza lento, e Pietro si sar trovato disoccupato quando ormai era vicino alla pensione.
Oggi le cose vanno pi in fretta. Immagino che l'allungamento della vita media avrebbe potuto mettere in crisi impresari di pompe funebri e operatori cimiteriali, se non fosse che il fenomeno  stato lento, e quando ci si  resi conto che c'erano meno sessantenni da seppellire, si dovevano gi seppellire gli ottantenni che non erano morti a sessant'anni. Quindi il lavoro alla categoria (per via della premessa della gran madre di tutti i sillogismi, "tutti gli uomini sono mortali") non dovrebbe mancare mai. Ma se domani si trovasse, non dico il siero dell'immortalit, ma un farmaco che di colpo allunga la vita sino a una media di centovent'anni, vedremmo la categoria degli impresari di pompe funebri scendere in piazza e sollecitare sussidi governativi.
La questione  che l'accelerazione dei processi innovativi metter sempre pi sul lastrico intere categorie. Basti pensare alla crisi, nel giro dei soli anni ottanta, dei riparatori di macchine per scrivere. O erano giovani e svegli abbastanza da imparare a diventare esperti di computer, o si trovavano spiazzati di colpo.
Il problema  quindi di prevedere formazioni professionali tali da consentire rapidi riciclaggi. Un tessitore del tempo andato, se arrivavano i telai meccanici, non poteva trasformarsi in fretta in un costruttore di telai meccanici. Ma oggi le macchine sono per cos dire universali, la loro struttura fisica conta molto meno del programma che le fa andare, cos che uno specializzato capace di lavorare sul programma che fa funzionare una lavatrice potrebbe con pochi aggiornamenti riciclarsi lavorando sul programma che regola il cruscotto delle automobili.
Dunque l'educazione professionale, per far fronte a possibilit di riciclaggi accelerati, dovr diventare in gran parte formazione intellettuale, addestramento al software (ovvero a quello che i francesi chiamano logiciel) pi che addestramento all'hardware, alla ferraglia, a quei componenti fisici di macchine intercambiabili che potranno essere costruiti in base a un altro programma.
Pertanto, anzich pensare a una scuola che a un certo punto si biforca e da un lato prepara all'universit e dall'altro al lavoro, si dovrebbe pensare a una scuola che produce solo maturati classici o scientifici, perch anche chi andr a fare, che so, l'operatore ecologico del futuro, dovr avere una formazione intellettuale tale da consentirgli un giorno di pensare e programmare il proprio riciclaggio.
Non  un astratto ideale democratico ed egualitario,  la logica stessa dal lavoro in una societ informatizzata, che chiede un'educazione uguale per tutti, e modellata sul livello pi alto, non su quello pi basso. Altrimenti l'innovazione produrr sempre e soltanto disoccupazione.
2003
Con licenza parlando
Agli inizi del 1981, parlando della guerra del Golfo, avevo spiegato che il "fuoco amico"  "la bomba che ti tira addosso per sbaglio uno stronzo che porta la tua stessa divisa". Forse oggi, dopo il caso Calipari, i lettori sarebbero pi sensibili al fatto che di fuoco amico si muore; ma quindici anni fa moltissimi reagirono non all'immoralit del fuoco amico bens all'immoralit della parola "stronzo". C'erano state molte lettere di lettori e, se ricordo bene, anche critiche su altri giornali, a tal punto che ero stato costretto a scrivere una successiva Bustina in cui ricordavo quanto illustri autori della nostra letteratura avessero usato parole consimili.
In quindici anni il costume cambia e Rizzoli pu permettersi oggi di pubblicare Stronzate di Harry G. Frankfurt (sei euro e si legge in un'ora). Frankfurt  professore emerito di filosofia mi pare a Princeton e l'italiano "stronzate" traduce, in quanto a funzionalit, il titolo inglese di Bullshit che significa letteralmente "merda di toro", ma viene usato nelle stesse situazioni in cui in italiano si userebbe stronzata o stronzate.
Credo che si possa definire stronzata anche qualcosa per cui non valeva la pena di spendere denaro perch non funziona ("questo cavaturaccioli elettronico  una stronzata") ma pi comunemente si applica il termine a qualcosa che viene affermato, detto, comunicato: "hai detto una stronzata, quel film  una vera stronzata." Ed  sulla stronzata eminentemente semiotica che si sofferma Frankfurt, partendo da una definizione che un altro filosofo, Max Black, aveva dato di "sciocchezza" (nel senso di stupidaggine o fesseria) come "falsa rappresentazione ingannevole, pur senza giungere alla menzogna, soprattutto per mezzo di parole o atti pretenziosi, dei propri pensieri, sentimenti o atteggiamenti".
Dovete sapere che i filosofi americani sono molto sensibili al problema della verit dei nostri enunciati, tanto che passano il tempo a chiedersi se sia vero o falso dire che Ulisse  tornato a Itaca, dal momento che Ulisse non  mai esistito. Per Frankfurt si tratta dunque, primo, di definire in che senso una stronzata sia cosa pi forte di una sciocchezza e, secondo, che cosa significhi fornire una falsa rappresentazione di qualcosa senza mentire.
Per l'ultimo problema non c' che da ricorrere alla vasta letteratura in argomento da Agostino a oggi: chi mente sa che ci che dice non  vero, e lo dice per ingannare. Chi dice il falso senza sapere che  una falsit, poveretto, non mente, semplicemente si sbaglia, o  matto. Suppongo che se qualcuno, credendoci, dicesse che il Sole gira intorno alla Terra, noi diremmo che ha detto una sciocchezza, e persino una stronzata. Ma nella definizione di Black sta il fatto che chi dice una sciocchezza lo fa per fornire una falsa interpretazione non solo della realt esterna ma anche dei propri pensieri, sentimenti e atteggiamenti.
Questo accade anche a chi mente: uno che dice di avere cento euro in tasca (e non  vero) non solo lo fa per fare credere che in tasca sua ci sono cento euro ma anche per convincerci che lui crede di avere cento euro. Ma Frankfurt chiarisce che, a differenza delle menzogne, le sciocchezze hanno come fine primario non quello di fornire una falsa credenza rispetto allo stato di cose di cui si parla, ma piuttosto una falsa impressione di ci che avviene nella mente del parlante. Questo essendo il fine delle sciocchezze, esse non raggiungerebbero lo stato di menzogna perch, per usare un esempio di Frankfurt, un presidente degli Stati Uniti pu usare espressioni bolsamente retoriche sul fatto che i padri fondatori erano guidati da Dio, non per diffondere credenze che lui sa false ma per dare l'impressione di essere persona pia e amante della patria.
Quello che caratterizza la stronzata rispetto alla sciocchezza  che essa  un'affermazione certamente errata, pronunciata per far credere qualcosa di noi, ma chi parla non si preoccupa affatto di sapere se dice il vero o il falso. "Quello che di s ci nasconde chi racconta stronzate...  che i valori di verit delle sue asserzioni non sono al centro del suo interesse..." Affermazioni del genere fanno subito rizzare le orecchie, e infatti Frankfurt conferma i nostri peggiori sospetti: "I campi della pubblicit e delle pubbliche relazioni e quello, oggi strettamente correlato, della politica, sono pieni di stronzate cos assolute da essere diventati ormai indiscussi paradigmi del concetto." Il fine della stronzata non  neppure quello di ingannare su degli stati di cose,  quello di fare colpo su uditori dalle scarse capacit di distinguere il vero dal falso - o anch'essi disinteressati a queste sfumature. Credo che chi pronuncia stronzate confidi anche nella debole memoria del suo uditorio, il che gli consente anche di dire stronzate a catena che si contraddicono tra loro: "Il produttore di stronzate... cerca sempre, in un modo o nell'altro, di passarla liscia."
2005
Gli Ossimori Concilianti
Ancora alcuni anni fa, quando si usava la parola "ossimoro", si doveva spiegare di che cosa si trattasse. Vi si faceva ricorso per definire espressioni celebri come le "convergenze parallele" ed era opportuno chiarire che si ha ossimoro quando si mettono insieme due termini che si contraddicono a vicenda, come "forte debolezza", "disperata speranza", "dolce violenza", "insensato senso" (Manganelli) e - per non dimenticare il latino - formosa deformitas, concordia discors e festina lente.
Ora tutti parlano di ossimoro: lo si legge sovente sulla stampa, l'ho sentito dire da politici alla televisione, insomma, o tutti si sono messi a leggere trattati di retorica oppure c' qualcosa di ossimorico in giro. Si potrebbe obiettare che la faccenda non  sintomo di nulla, si formano sempre delle mode linguistiche dovute a pigrizia e imitazione, talune durano lo spazio di un mattino e altre sopravvivono pi a lungo, ma - insomma - negli anni cinquanta le ragazzine dicevano "bestiale" e recentemente dicevano "assurdo", senza per questo riferirsi n alla zoologia n a Ionesco. Per un poco tutti avevano preso a dire "un attimino", ma non perch il tempo si fosse davvero accorciato; oppure dicevano "esatto" invece di "s" (anche quando si sposavano in chiesa), ma non per puntigliosit matematica bens per l'influenza dei programmi quiz. Resiste ancora l'insopportabile vezzo del "coniugare", e Dio sa perch, in tempi in cui non si presenta il proprio marito ma il proprio compagno.
Tuttavia il mio sospetto  che l'ossimoro abbia guadagnato in popolarit perch viviamo in un mondo dove, tramontate le ideologie (che cercavano, talora rozzamente, di ridurre le contraddizioni e imporre una visione univoca delle cose), ci si dibatte ormai solo tra situazioni contraddittorie. Se volete un esempio travolgente, ecco la Realt Virtuale, che  un poco come un Niente Concreto. Poi ci sono le Bombe Intelligenti, che ossimoro non pare, ma lo  se si considera che una bomba, per propria natura,  stupida e dovrebbe cadere dove la buttano, altrimenti se fa di propria iniziativa rischia di diventare Fuoco Amico, bellissimo ossimoro, se per fuoco si intende qualcosa messo in essere (altro bel vezzo linguistico, anche se non ossimorico) per danneggiare chi amico non . Mi pare abbastanza ossimorica l'Esportazione della Libert, se la libert  per definizione qualcosa che un popolo o un gruppo si guadagnano per decisione personale e non per imposizione altrui, ma a ben sottilizzare c' un ossimoro implicito nel Conflitto di Interessi, perch si pu tradurre come Interesse Privato Perseguito per il Pubblico Bene - o Interesse Collettivo Perseguito per il Proprio Utile Particolare.
Vorrei fare notare come siano ossimorici la Mobilitazione Globale dei no-global, la Pace Armata e l'Intervento Umanitario (se per intervento s'intende, come s'intende, una serie di azioni belliche in casa altrui). Mi vedo sempre pi d'intorno, a sentire i programmi elettorali dei nuovi alleati di Berlusconi, una Sinistra Fascista, e ritengo abbastanza ossimorici gli Atei Clericali come Pera o Ferrara. Non trascurerei, anche se ci siamo abituati, l'Intelligenza Artificiale e persino il Cervello Elettronico (se il cervello  quella cosa molle che abbiamo nella scatola cranica), per non dire degli Embrioni con Anima e persino della Variante di Valico - visto che per definizione un valico  l'unico punto per cui si pu passare tra due montagne. Per essere bipartisan (e ditemi se non  ossimoro questo Prendere Coraggiosamente Parte Tenendo i Piedi in Due Scarpe), altrettanto ossimorica mi pare una prospettiva ventilata dall'Ulivo, di un Volontariato per il Servizio Civile Obbligatorio.
Insomma, non sapendo pi come far quadrare scelte che non possono stare insieme, si ricorre a Ossimori Concilianti (ecco un altro bell'ossimoro) per dare l'impressione che ci che non pu convivere conviva, la missione di pace in Iraq, le leggi contro i magistrati (che le leggi dovrebbero applicarle), la politica in televisione e le farse in parlamento, la censura della satira non autorizzata, le profezie a ritroso come il terzo segreto di Fatima, i kamikaze arabi che sarebbero un poco come dei saraceni scintoisti, i sessantottini che sono andati a lavorare con Berlusconi, il populismo liberal. Per finire coi PACS virtuosamente avversati da concubini divorziati.
2006
L'umana sete di prefazioni
Quello di cui sto per parlare non accade certamente solo a me, ma in genere a tutti coloro che, avendo pubblicato libri o articoli, godono di una qualche notoriet in un campo specifico. Ma non bisogna solo pensare a un grande poeta, a un premio Nobel, a uno studioso emerito. Ritengo (anzi so) che incidenti analoghi occorrono anche al preside di un liceo di provincia che, sia pure nell'ambito della propria comunit locale, anche senza aver mai pubblicato nulla, ha acquisito la fama di persona dotta, rispettabile e attendibile. Non solo, ma accade persino a chi non  ritenuto n dotto n attendibile, e forse neppure rispettabile, ma che  diventato ormai noto e famoso, magari per essersi esibito in mutande a un talk show televisivo.
Dunque a tutti costoro capita che venga richiesta la prefazione per un libro altrui. A questo tipo di richieste ciascuno reagisce come desidera, e per alcuni la richiesta suona a riconoscimento desiderabilissimo, ma accade ad altri, e certamente a me, che le richieste di prefazioni siano decine ogni mese - su qualsiasi argomento e da parte di chiunque, dal bravo collega al poetastro a proprie spese, dal neoromanziere all'inventore di una nuova macchina per il moto perpetuo.
Ora rispondo di solito che (a parte l'impossibilit di leggere tutti quei manoscritti, e il rischio di apparire come prefatore a tassametro), avendo gi detto di no ad amici carissimi, dire di s a un altro suonerebbe per loro come offesa. E di solito la cosa finisce l. Ma, quando il richiedente  un amico, perdo tempo a scrivere una lettera pi particolareggiata, in cui cerco di spiegare quanto molti decenni di lavoro nel mondo dei libri mi hanno insegnato. Spiego pertanto che il mio rifiuto mira a salvarlo o salvarla da un disastro editoriale.
Ci sono solo due casi in cui la prefazione non fa male. Uno  quando il prefato  morto: in tal caso anche un giovanotto di vent'anni pu permettersi di introdurre una nuova edizione dell'Iliade, e Omero non ne subisce danno. L'altro  quando un autore celeberrimo e venerabile fa la prefazione a un giovanissimo esordiente. Si tratta certamente di un atto paternalistico, ma l'esordiente non se ne cruccia, anzi se ne gloria, perch venera e ammira l'inarrivabile prefatore, ed  felice che esso garantisca per la sua opera prima.
Il primo caso  prefazione da Vivente a Defunto, il secondo  prefazione da Grande Vecchio a Fanciullo. Tutti gli altri casi, da Vivente a Vivente e da Adulto ad Adulto, vibrano un colpo mortale al prefato.
Di solito l'autore o l'editore, chiedendo a tale Prefatelli una prefazione per il libro di tale Autorucci, ritengono che la notoriet di Prefatelli possa fare vendere alcune copie in pi.  possibile che questo accada, anche se non in proporzioni consistenti, ma l'effetto che si ottiene sui lettori avveduti  il seguente: "Se questo Autorucci, di cui non sapevo nulla, ha bisogno di farsi sostenere da Prefatelli,  segno che era giusto che io non ne sapessi nulla, perch si tratta evidentemente di un autore da poco, a cui probabilmente Prefatelli ha ceduto per amicizia, piet, solidariet politica, o magari in cambio di danaro o di prestazioni sessuali."
Se io entro in una libreria a trovo un libro di Autorucci, poniamo sulla memorialistica nell'et postguglielmina, la mia prima reazione : "Ma guarda come sono ignorante, non sapevo nulla di questo Autorucci, che deve essere un grande specialista dell'et postguglielmina!" Si noti che il fenomeno  molto naturale: se qualcuno, in una conferenza o nella nota di un altro libro, mi cita l'opera di tale Autorucci, che non conoscevo, la mia prima reazione (se sono persona saggia)  di sentirmi culturalmente in difetto, e di ripromettermi di consultare prima o poi questo Autorucci. Se invece trovo dal libraio l'opera di Autorucci e vedo che reca una prefazione di Prefatelli, mi tranquillizzo subito: era naturale che non conoscessi Autorucci, visto che ha bisogno dell'avallo altrui per farsi prendere in considerazione.
Questo mio ragionamento mi pare ovvio, lineare, persuasivo, e quando lo comunico a chi mi ha chiesto una prefazione aggiungo che io, personalmente (e sar magari un deplorevole eccesso di hybris, non discuto) non vorrei mai farmi prefare da nessuno - anzi, sono persino contrario al caso del maestro universitario che scrive la prefazione all'allievo, perch rappresenta il modo pi letale (per le ragioni sopra elencate) per sottolineare la giovinezza e l'immaturit dell'autore.
Ebbene, di solito il mio interlocutore non rimane convinto, e ritiene che il mio ragionamento sia ispirato a malanimo. Cos, a mano a mano che invecchio, molte persone che ho tentato di beneficiare col mio rifiuto mi diventano nemiche.
A meno che si verifichi il caso (che, giuro, si  verificato davvero) del tizio che ha poi pubblicato il libro a proprie spese ponendovi come prefazione la mia cortesissima lettera di rifiuto. Tale  l'umana sete di prefazioni.
2006
Un non-compagno che sbaglia
In un sito Internet che si intitola La storia nascosta si virgoletta una mia presunta dichiarazione a El Pas e mi si fa dire: "Le Brigate Rosse avevano un'idea giusta di combattere le multinazionali, ma hanno sbagliato nel credere nel terrorismo." Se ne deduce pertanto che io condividerei la formula "compagni che sbagliano", e che sosterrei che "le idee erano condivisibili, erano i metodi che non andavano". E conclude: "Se  questo il contributo di riflessione della cultura italiana, a trent'anni dall'assassinio di Aldo Moro,  un film gi visto. Purtroppo."
Il sito raccoglie tuttavia anche i commenti dei visitatori e trovo sensato l'intervento di un anonimo che scrive: "Ho qualche dubbio che il Prof. Eco abbia pronunciato parole cos banali. Nel Pendolo di Foucault c' (tra mille altre cose) una sua personale valutazione degli anni di piombo, che di certo non esalta il mondo del terrorismo. Sarei curioso di sentire le sue parole esatte, e non la versione che ci arriva dai giornali." Invece il tenutario del sito non solo non ha letto n il mio Pendolo di Foucault n gli articoli che scrivevo su Repubblica ai tempi dell'affare Moro e che ho poi ripubblicato nel mio libro Sette anni di desiderio (ed  suo diritto, che difender sino alla morte), ma ho il sospetto che non abbia letto neppure la mia intervista a El Pas e si sia basato su alcuni trafiletti italiani che ne riassumevano alcune battute. Dedurre da premesse incomplete e fallaci  errore di logica, e non pu essere riconosciuto come diritto.
Tuttavia rispondo per rispetto di quel prudente anonimo che invece usa leggere, e per altri che dalla visita a questo sito malizioso potrebbero essere condotti (in buona fede) sul sentiero dell'errore.
Le cose che avevo detto nel corso di quell'intervista spagnola erano le stesse che avevo scritto trent'anni fa. Dicevo che i giornali definivano "deliranti" i comunicati delle Brigate Rosse quando sostenevano che esisteva il cosiddetto SIM, ovvero lo Stato imperialistico delle multinazionali, mentre questa (anche se espressa con una formula un poco folkloristica) era l'unica idea non delirante di tutta la faccenda, salvo che non era la loro, ma l'avevano presa a prestito da molte pubblicazioni europee e americane, in particolare dalla Monthly Review. Parlare allora di Stato delle multinazionali voleva dire ritenere che gran parte della politica del globo non fosse pi determinata dai singoli governi bens da una rete di poteri economici transnazionali che poteva decidere persino delle guerre e delle paci. A quei tempi l'esempio principe era quello delle Sette Sorelle petrolifere, ma oggigiorno anche i ragazzini parlano di globalizzazione, e globalizzazione vuole appunto dire che noi mangiamo insalata coltivata nel Burkina Faso, lavata e impacchettata a Hong Kong, e spedita in Romania per essere distribuita poi in Italia o in Francia. Questo  il governo delle multinazionali, e se l'esempio vi pare banale, pensate come grandi compagnie aeree transnazionali possano determinare le decisioni del nostro governo circa il destino dell'Alitalia.
Quelle che erano veramente deliranti nel pensiero delle Brigate Rosse e dei gruppi terroristici affini erano le conclusioni che ne traevano: primo, che per battere le multinazionali si dovesse fare una rivoluzione in Italia, secondo che per metterle in crisi si dovessero ammazzare Moro e tante altre brave persone, terzo che le loro imprese avrebbero spinto i proletari a fare la rivoluzione.
Queste idee erano deliranti anzitutto perch la rivoluzione in un solo paese alle multinazionali non avrebbe fatto n caldo n freddo, e in ogni caso la pressione internazionale avrebbe rapidamente ristabilito l'ordine; secondo perch il peso di un politico italiano, in questo gioco di interessi, era del tutto irrilevante; e terzo perch si doveva sapere che, per quanta gente i terroristi avessero ammazzato, la classe operaia non avrebbe fatto la rivoluzione. E per sapere questo non era necessario prevedere lo svolgimento degli eventi, ma bastava vedere quello che era successo nell'America Latina coi Tupamaros uruguayani e movimenti analoghi (che al massimo avevano convinto i colonnelli argentini a fare non la rivoluzione ma il colpo di stato), mentre le masse proletarie non muovevano un dito.
Ora chi trae tre conclusioni sbagliate da una premessa tutto sommato accettabile non  un compagno che sbaglia. Se un mio compagno di scuola avesse affermato che, siccome il Sole sorge e tramonta, esso gira intorno alla Terra, non lo avrei definito un compagno che sbagliava bens un coglione. Il fatto che oggi ritroviamo persino un terrorista rosso occupato a fare attentati alle moschee nel nome della Lega mostra appunto che non erano molto assennati.
Pertanto l'unico compagno (ma di chi?) che sbaglia  il signore che gestisce quel sito.
2008
Ballerino riusso
Ormai la storia del tema su Montale la sanno tutti ma, visto che questa Bustina uscir otto giorni dopo gli eventi fatali, riassumiamo brevemente. Viene data agli studenti per il tema della maturit una poesia di Montale su un misterioso sorriso. Tutto il ragionamento che segue non vale se non si ha sott'occhio la poesia e pertanto la trascrivo: "Ripenso il tuo sorriso, ed  per me un'acqua limpida - scorta per avventura tra le petraie d'un greto, - esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi; - e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto. - Codesto  il mio ricordo; non saprei dire, o lontano, - se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua, - o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua - e recano il loro soffrire con s come un talismano. - Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie - sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma, - e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia - schietto come la cima d'una giovinetta palma."
Francamente, di tutte le rime montaliane, questa  una delle pi "petrose", e gi pretendere che un ragazzo della maturit, a cui forse non hanno fatto studiare Montale, possa commentarla mi pare esagerato. Ma com' noto la commissione ministeriale ha fatto di peggio, ha fornito una "traccia" che (cos come accadeva a me nella scuola di un tempo) prescrive praticamente quello che lo studente dovrebbe dire: che la poesia esalta il ruolo salvifico della donna, che il ricordo della donna si condensa nel suo sorriso ecc., sino a terminare con l'esortazione a fare osservazioni originali - e quali mai, visto che le cose pi originali le ha dette proprio il ministero. Infatti il lato gustoso della faccenda, come ormai tutti sanno,  dovuto al fatto che il destinatario di quella poesia ("a K.") non era una donna bens un uomo, e bastasse: era un ballerino russo e, bench tutti ritengano che Montale fosse eterosessuale, si sa che l'idea del ballerino russo suscita sempre pesanti cachinni, e ce n'era sempre uno nei film comici degli anni cinquanta.
La mia prima reazione, quando ho letto le notizie dei giornali, senza ricordare bene la poesia (so a memoria moltissime liriche di Ossi di seppia ma questa no, segno appunto che  meno cantabile delle altre),  che dovremmo smetterla con i pettegolezzi biografici sugli autori. Gli autori sono, come in questo caso, defunti mentre quello che rimane  il testo. E se il testo parla di un sorriso, senza specificare di chi, il lettore ha il diritto di attribuire quel sorriso a chi vuole, cos come chi legge i sonetti shakespeariani sulla Dark Lady non  obbligato a sospettare che quella signora fosse un giovanotto. Ma  che, proprio mentre rimuginavo tra me e me sui diritti del testo, sono andato a cercarmi la poesia per intero e ho visto che  proprio il testo a suggerire che il destinatario sia un uomo, con quel "o lontano" che certamente  un vocativo e neppure con la maggiore buona volont pu essere interpretato come "da lontano" o "bench tu stia lontano". Quindi gli esperti ministeriali non hanno letto il testo, mentre dal testo potevano capire di che cosa si stava parlando anche senza andare a consultare, come suggerisce Mario Baudino su La Stampa, l'edizione critica Contini-Bettarini, che mette la poesia a pagina 30 e fornisce avaramente l'informazione su K. solo a pagina 872.
Trovo anche esagerate le accuse di omofobia rivolte da qualcuno ai responsabili ministeriali. Se non volevano che gli studenti pensassero che quella poesia era dedicata a un uomo, bastava che ne scegliessero un'altra. No, si  trattato proprio di una lettura insufficiente del testo proposto.
Ma se cerchiamo di essere severi coi ministeriali, non dobbiamo neppure essere indulgenti coi loro critici. Ed ecco che un importante quotidiano nazionale, nel giro di due pagine, in un articolo dice che la poesia  del 1975, mentre come si sa gli Ossi di seppia sono degli anni venti (e tra l'altro viene precisato altrove nella stessa pagina), e poi dice che la rivelazione su K sarebbe stata fatta a Silvio Ramat dopo che si era laureato "con" Montale, cosa improbabile perch Montale non  mai stato professore universitario (e infatti Ramat si  laureato, credo, "su" Montale). Questo per dire che la disattenzione  un vizio diffuso e un altro quotidiano on line asseriva, sia pure nella fretta del momento, che questo K era un compagno di scuola del poeta. Che dire? Facciamoci quattro sorrisi.
2008
Chiedere scusa
La scorsa Bustina parlavo del vezzo ormai troppo diffuso di "chiedere scusa", prendendo a pretesto la richiesta di scuse per l'Iraq da parte di Bush pentito. Fare una cosa che non si dovrebbe e poi limitarsi a chiedere scusa non  sufficiente. Bisogna, tanto per cominciare, promettere di non farlo pi. Bush non invader l'Iraq una seconda volta perch gli americani lo hanno gentilmente sollevato dall'incarico ma forse se potesse lo farebbe ancora. Molti, che gettano il sasso e nascondono la mano, chiedono scusa proprio per continuare come prima.  che chiedere scusa non costa niente.
Un poco come la storia dei pentiti. Una volta chi si pentiva delle sue malefatte anzitutto riparava in qualche modo, poi si dedicava a una vita di penitenza, si rifugiava nella Tebaide a percuotersi il petto con sassi appuntiti, andava a curare i lebbrosi nell'Africa Nera. Oggi il pentito si limita a denunciare i suoi ex compagni, poi o gode di particolari cure con nuova identit in confortevoli appartamenti riservati, o esce in anticipo dal carcere e scrive libri, concede interviste, incontra capi di Stato e riceve lettere appassionate da fanciulle romantiche.
Sappiate che su http://www.sms-pronti.com/sms_scuse_3.htm trovate un sito dedicato alle "Frasi per chiedere scusa". La pi lapidaria  "SCUSA Sono Chiaramente Uno Stronzo Ameno". Su http://news2000.libero.it/noi2000/nc63.html, intitolato "L'arte di chiedere scusa" (in effetti dedicato solo alle scuse per tradimento amoroso), si legge: "La regola pi importante, quella universale,  di non sentirsi mai perdenti quando si chiede scusa. Chiedere perdono non  sinonimo di debolezza ma di controllo e di forza, vuol dire tornare subito dalla parte della ragione, spiazzando il partner che si trova cos costretto ad ascoltare. Ammettere i propri errori  anche un gesto liberatorio: aiuta a portare all'esterno le emozioni senza reprimerle e a viverle pi intensamente." Come volevasi dimostrare: chiedere scusa  prender forza per ricominciare da capo.
Il problema  che, se chi ha fatto qualcosa di male  ancora vivente, chiede scusa di persona. Ma se  morto? Quando Giovanni Paolo II ha chiesto scusa per il processo a Galileo ha indicato la strada. Anche se l'errore l'aveva commesso un suo predecessore (o il cardinal Bellarmino), le scuse le chiede il legittimo erede. Ma non sempre  chiaro chi erede legittimo sia. Per esempio chi deve chiedere scusa per la strage degli innocenti? Il colpevole  stato Erode, che governava a Gerusalemme: quindi l'unico suo legittimo erede  il governo israeliano. Invece, contrariamente a quanto ha finito col farci credere san Paolo, i veri e diretti responsabili della morte di Ges non sono gli infami giudei bens il governo romano, e ai piedi della croce c'erano i centurioni e non i farisei. Scomparso un Sacro Romano Impero, unico erede rimasto del governo romano  lo Stato italiano, e pertanto sar Napolitano a dover chiedere scusa per la crocifissione.
Chi chiede scusa per il Vietnam?  incerto se il prossimo presidente degli Stati Uniti o qualcuno della famiglia Kennedy, magari la simpatica Kerry. Per la Rivoluzione russa e l'assassinio dei Romanov non ci sono dubbi perch l'unico vero fedele e legittimo erede del leninismo e dello stalinismo  Putin. E per la strage di San Bartolomeo?  la Repubblica francese in quanto erede della monarchia, ma siccome all'epoca la mente di tutta la faccenda era stata una regina, Caterina de' Medici, oggi il compito di chiedere scusa toccherebbe a Carla Bruni.
Ci sarebbero poi casi imbarazzanti. Chi chiede scusa per i guai combinati da Tolomeo, vero ispiratore della condanna di Galileo? Se, come si dice,  nato a Tolemaide che  in Cirenaica, lo scusante dovrebbe essere Gheddafi, ma se  nato ad Alessandria dovrebbe essere il governo egiziano. Chi chiede scusa per i campi di sterminio? Gli unici eredi viventi del nazismo sono i vari movimenti naziskin e questi non hanno proprio l'aria di volersi scusare, anzi, se potessero lo rifarebbero di nuovo.
E chi chiede scusa per l'assassinio di Matteotti e dei fratelli Rosselli? Il problema  chi siano oggi i "veri" eredi del fascismo, e confesso che la questione m'imbarazza.
2008
C' chi gli gira il sole
Edoardo Boncinelli ha tenuto una serie di Lezioni Magistrali all'Universit di Bologna sulla teoria dell'evoluzione (origini e sviluppi) e una delle cose che mi ha colpito non sono tanto le prove ormai indiscutibili dell'evoluzionismo (sia pure nei suoi sviluppi neodarwiniani) quanto il fatto che in proposito corrano molte idee ingenue e confuse non solo da parte dei suoi oppositori, ma anche da parte di chi le condivide: per esempio l'idea che per il darwinismo l'uomo discenda dalla scimmia. (Caso mai, dico io, vedendo gli episodi di razzismo dei nostri tempi, si  tentati di commentare, come aveva fatto Dumas a un moscardino che ironizzava sul suo meticciato: "Io forse discendo dalla scimmia ma voi, signore, voi vi risalite.")
Il fatto  che la scienza si confronta sempre con l'opinione comune, la quale  sempre meno evoluta di quanto si pensi. Tutti noi, persone educate, sappiamo che la Terra gira intorno al Sole e non viceversa, e tuttavia nella vita quotidiana ci comportiamo in termini di cosiddetta percezione ingenua e diciamo tranquillamente che il Sole sorge, tramonta,  alto nel cielo. Ma quante sono le persone "educate"? Nel 1982 un sondaggio fatto in Francia dalla rivista Science et vie rivelava che per un francese su tre era il Sole che girava intorno alla Terra.
Traggo la notizia da Les Cahiers de l'Institut (4, 2009), dove l'Institut  un istituto internazionale per la ricerca e l'esplorazione dei fous littraires e cio di tutti gli autori pi o meno matti che sostengono tesi improbabili. La Francia  all'avanguardia su questo tema e in due antiche Bustine (del 1990 e del 2001) mi ero intrattenuto su questo genere bibliografico, anche in morte del massimo esperto in materia, Andr Blavier. Ma ora in questo numero dei Cahiers Olivier Justafr si intrattiene sui negatori del moto terrestre e della sfericit del nostro pianeta.
Che si negasse l'ipotesi copernicana ancora a fine Seicento, e anche da parte di studiosi illustri, non fa specie, ma la mole di studi uscita tra Ottocento e Novecento  abbastanza impressionante. Justafr si limita a opere francesi, ma bastano e avanzano, dall'abate Matalne che nel 1842 dimostrava che il Sole aveva soltanto un diametro di trentadue centimetri (peraltro idea gi sostenuta da Epicuro, ma ventidue secoli prima) a Victor Marcucci, per cui la Terra era piatta con la Corsica al centro.
E pazienza per l'Ottocento. Ma sono del 1907 l'Essai de rationalisation de la science exprimentale di Lon Max (libro edito da una seria libreria scientifica) e del 1936 La terre ne tourne pas di tal Raioviotch, il quale aggiunge che il Sole  pi piccolo della Terra bench pi grande della Luna (bench un abate Bouheret nel 1815 sostenesse il contrario). Del 1935  l'opera di Gustave Plaisant (che si definisce "ancien polytechnicien") dal drammatico titolo Tourne-t-elle? (e cio, ma la Terra gira davvero?) e addirittura del 1965 un libro di Maurice Ollivier (anche lui ancien lve dell'cole Polytechnique) sempre sull'immobilit della Terra.
L'articolo di Justafr cita fuori di Francia solo l'opera di Samuel Birley Rowbotham dove si dimostra che la Terra  un disco con il Polo Nord al suo centro, e che dista dal Sole seicentocinquanta chilometri. L'opera di Rowbotham era uscita come opuscolo nel 1849, con il titolo Zetetic Astronomy: Earth Is Not a Globe (Astronomia zetetica: la Terra non  un globo) ma nel corso di trent'anni era passata a una versione di quattrocentotrenta pagine e aveva dato origine a una Universal Zetetic Society sopravvissuta sino alla prima guerra mondiale.
Nel 1956 un membro della Royal Astronomical Society, Samuel Shenton, aveva fondato la Flat Earth Society proprio per raccogliere l'eredit della Universal Zetetic Society. La NASA negli anni sessanta aveva prodotto foto della Terra vista dallo spazio, e a quel punto nessuno poteva pi negare che avesse forma sferica, ma Shenton aveva commentato che foto del genere potevano ingannare solo un occhio inesperto: l'intero programma spaziale era una montatura, e lo sbarco sulla Luna era stata una finzione cinematografica che tendeva a ingannare l'opinione pubblica con la falsa idea di una Terra sferica. Il successore di Shenton, Charles Kenneth Johnson, ha proseguito a denunciare il complotto contro la Terra Piatta, scrivendo nel 1980 che l'idea di un globo rotante era una cospirazione contro cui si erano battuti Mos e Colombo... Una delle argomentazioni di Johnson era che se la Terra fosse stata una sfera, allora la superficie di una grande massa d'acqua avrebbe dovuto essere curva, mentre lui aveva controllato le superfici dei laghi Tahoe e Salton senza trovare alcuna curvatura.
E allora ci stupiamo che ci siano ancora gli antievoluzionisti?
2010
Quello che non si deve fare
Se qualcuno esprime un parere insultante sulla vostra opera letteraria o artistica, non ricorrete a vie legali, anche se per caso le espressioni del vostro nemico avessero superato il limite (talora esilissimo) che pu intercorrere tra giudizio critico spietato e insulto. Nel 1958 Beniamino Dal Fabbro, critico musicale grintoso e assai polemico, in un articolo su Il giorno aveva fatto a pezzi un'esecuzione della Callas, diva che lui non amava. Non ricordo esattamente cosa ne avesse scritto, ma ricordo l'epigramma che quell'amabile e sarcastico personaggio faceva circolare tra gli amici del bar Giamaica a Brera: "La cantante d'Epidauro - meritava un pomidauro."
La Callas, caratterino per conto suo, infuriata gli aveva fatto causa. Ricordo il racconto che Dal Fabbro ne faceva al Giamaica: il giorno che al processo doveva parlare il suo avvocato, si era presentato tutto vestito di nero per permettere al difensore di indicare quella figura di severo e incorruttibile studioso; ma il giorno in cui doveva parlare l'avvocato della Callas (che forse avrebbe usato, diceva Dal Fabbro, alcune maligne dicerie che lo dipingevano come iettatore), si era presentato con un arioso completo di lino bianco, e panama color paglierino.
Naturalmente la corte aveva assolto Dal Fabbro riconoscendo il suo diritto alla critica. Ma il lato comico della faccenda era stato che il grande pubblico, che seguiva la polemica sulla stampa, ma aveva idee confuse circa giurisprudenza e diritto costituzionale alla libera espressione dei propri convincimenti, aveva inteso il giudizio della corte non come un riconoscimento della libert del critico, ma come un riconoscimento di quanto aveva detto, e cio che la Callas cantava male. E quindi la Callas era uscita dalla vicenda con una (ingiusta) patente di pessima cantante firmata da un tribunale della nostra Repubblica.
Ecco quindi provata l'inopportunit di trascinare in giudizio chi ha detto peste e corna di noi. Con ogni probabilit una corte riconoscer il suo diritto di dirlo, ma agli occhi della rozza folla e delle masse indotte sar stato provato da giudici togati che noi meritavamo e peste e corna.
Il che sarebbe corollario ai due antichi principi per cui una smentita  una notizia data due volte e quando ti trovi immerso sino al collo in una materia vischiosa non devi muoverti per non fare l'onda.
E allora che fai con chi ti ha insultato? Lasci perdere perch, se ti sei dato alle lettere o alle arti, avrai accettato in anticipo di ricevere anche stroncature e giudizi negativi, sapendo che fa parte del mestiere, e resterai in attesa che milioni di lettori futuri smentiscano l'invido nemico, cos come la storia ha fatto giustizia di Louis Spohr quando aveva definito la Quinta di Beethoven come "un'orgia di frastuono e di volgarit", di Thomas Bailey Albright, che aveva scritto di Emily Dickinson: "L'incoerenza e la mancanza di forma delle sue poesiole - non saprei definirle altrimenti - sono spaventose." O del dirigente della Metro che, dopo un provino di Fred Astaire, aveva commentato: "Non sa recitare, non sa cantare ed  calvo. Se la cava un po' con la danza."
Che poi qualcuno abbia espresso un giudizio negativo su di te mentre con te era o era stato in lizza per un premio in cui egli non ha vinto,  altrettanto male, almeno sul piano del buon gusto. Uno scrittore noto e di talento, quando sua moglie stava partecipando a un concorso universitario, aveva scritto una severa stroncatura del libro di un suo concorrente.  vero che anche Caravaggio non era un modello di virt e Francis Bacon, grandissimo pensatore, era stato condannato per corruzione e (come allora si usava) privato di ogni carica pubblica; ma lo scrittore di cui dicevo, senza che si disconoscessero le sue virt letterarie, era stato da molti considerato degno di censura morale.

Il prodigioso Mortacc.
Per lenire alcuni dolori artrosici il medico mi ha consigliato un farmaco che, onde evitare noiose contestazioni legali, indicher con un nome di fantasia, Mortacc.
Come fa ogni persona sensata, prima di prenderlo ho letto il bugiardino, e cio quel foglietto accluso che ti dice in quali casi non devi assumerlo (per esempio se ci bevi sopra una bottiglia di vodka, se devi guidare un TIR di notte da Milano a Cefal, se hai la lebbra e sei incinta di tre gemelli). Ora il mio bugiardino avvisa che prendendo Mortacc si possono avere alcune reazioni allergiche, gonfiore al viso, labbra e gola, capogiri e sonnolenza e (negli anziani) cadute accidentali, offuscamento o perdita della vista, danni alla colonna vertebrale, insufficienza cardiaca e/o renale, riduzione dell'urinazione. Alcuni pazienti hanno manifestato pensieri suicidari e autolesionistici e si raccomanda (immagino, quando il paziente sta tentando di buttarsi dalla finestra) di consultare un medico (io direi i pompieri). Naturalmente Mortacc pu causare stipsi, intestino paralizzato, convulsioni e, se preso con altri medicinali, insufficienza respiratoria e coma.
Non parliamo della proibizione assoluta di guidare automobili o manovrare macchinari complessi, e intraprendere attivit potenzialmente pericolose (immagino azionare una pressa stando in piedi su una putrella al cinquantesimo piano di un grattacielo). Se poi avete preso Mortacc in dosi superiori a quelle prescritte attendetevi di sentirvi confusi, assonnati, agitati e irrequieti; se ne prendete di meno o sospendete di colpo il trattamento si possono avere disturbi del sonno, mal di testa, nausea, ansia, diarrea, convulsioni, depressione, sudorazione e capogiri.
Pi di una persona su dieci avvertiranno aumento dell'appetito, eccitazione, confusione, perdita della libido, irritabilit, disturbi dell'attenzione, goffaggine (sic), compromissione della memoria, tremore, difficolt nel parlare, sensazione di formicolio, letargia e insonnia (insieme?), spossatezza, offuscamento della vista, visione doppia, vertigini e disturbi dell'equilibrio, bocca secca, vomito, flatulenza, difficolt nell'erezione, gonfiore del corpo, sensazione di ebbrezza, anomalie nell'andatura.
Pi di una persona su mille avvertiranno abbassamento degli zuccheri, alterata percezione di s, depressione, oscillazioni dell'umore, difficolt nel trovare le parole, perdita di memoria, allucinazioni, sogni alterati, attacchi di panico, apatia, sentirsi strani (sic), incapacit di raggiungere l'orgasmo, ritardo nell'eiaculazione, difficolt di ideazione, intorpidimento, anomalie nel movimento degli occhi, riflessi ridotti, sensibilit cutanea, perdita del gusto, sensazione di bruciore, tremore durante il movimento, riduzione della coscienza, svenimento, aumento della sensibilit ai rumori, secchezza e gonfiore degli occhi, lacrimazione, disturbi del ritmo cardiaco, bassa pressione, pressione alta, disturbi vasomotori, difficolt nella respirazione, secchezza nasale, gonfiore addominale, aumento nella produzione di saliva, bruciore gastrico, perdita di sensibilit intorno alla bocca, sudorazione, brividi, contrazioni e crampi muscolari, dolore articolare, mal di schiena, dolore agli arti, incontinenza, difficolt e dolore nell'urinare, debolezza, cadute, sete, senso di costrizione al torace, alterazione degli esami del sangue e della funzionalit epatica. Per quel che accade a meno di una persona su mille, lascio perdere: impossibile essere cos sfigati.
Ho evitato di prendere anche una sola pillola perch ero sicuro che mi sarei subito sentito affetto (come voleva l'immortale Jerome K. Jerome) da ginocchio della lavandaia - anche se il bugiardino non lo registrava. Ho pensato di buttare subito il resto, ma se lo gettavo nella spazzatura rischiavo di indurre mutazioni in colonie di topi con conseguenze epidemiche. Ho chiuso tutto in una scatola di metallo che ho seppellito in un parco a un metro di profondit.
Devo dire che nel frattempo mi sono passati i dolori artrosici.

Joyce e la Maserati.
Sfogliando i cataloghi di case d'asta come Christie's o Sotheby's si vede che, oltre a opere d'arte, libri antichi, autografi e cimeli vari, sono battuti quelli che si chiamano memorabilia, tipo, che so, le scarpette portate dalla diva tale nel tale film, una penna appartenuta a Reagan, e cose del genere. Ora, occorre distinguere tra collezionismo bizzarro e caccia feticistica al cimelio. Il collezionista  sempre un poco folle, anche quando si svena a raccogliere incunaboli della Divina Commedia, ma la sua passione  concepibile. Andando a sfogliare bollettini di collezionismo si vede che c' anche chi raccoglie bustine di zucchero, tappi di Coca Cola o schedine telefoniche. Ammetto che sia pi nobile collezionare francobolli che tappi di birra, ma al cuore non si comanda.
Diverso  volere a tutti i costi le scarpette portate dalla diva in quel film. Se tu collezioni tutte le scarpette portate da dive, da Melis in avanti, allora sei un collezionista e la tua follia ha un senso, ma che cosa te ne fai di un unico paio?
Su Repubblica del 28 marzo scorso ho trovato due notizie interessanti. La prima, che appare anche in altri quotidiani, riguarda l'offerta su eBay delle auto blu messe all'asta da Renzi. Capirei ancora che qualcuno possa desiderare una Maserati e colga l'occasione di acquistarne una, sia pure onusta di chilometri, a prezzo stracciato, accettando poi di spendere un sacco di soldi per la sua manutenzione. Ma che senso ha gareggiare a suon di migliaia di euro per impadronirsi di quella comperata (coi nostri soldi) da La Russa, a un prezzo doppio o triplo di quello registrato nella lista dell'usato di Quattroruote? Eppure  quello che sta accadendo con le macchine blu all'asta. Qui il feticismo  evidente, anche se non si riesce a comprendere la soddisfazione di chi potr posare il sedere sui sedili in pelle gi riscaldati da un personaggio illustre. Per non dire di chi offre cifre esorbitanti per crogiolarsi l dove si  scaldato le natiche un semplice sottosegretario o un portaborse.
Ma passiamo ora a un argomento apparentemente diverso, che appare sullo stesso numero, e in doppia pagina. Sono state messe all'asta lettere d'amore scritte a ventisei anni da Ian Fleming, con prezzi intorno ai sessantamila euro l'una, lettere in cui il giovane agente non ancora troppo segreto scriveva: "Vorrei baciarti sulla bocca, sul seno, sulle regioni pi basse." Ora, esiste legittimamente un collezionismo di autografi e, autografo per autografo, pu risultare pi divertente uno alquanto pruriginoso. Anzi, persino un non collezionista sarebbe lieto di possedere la lettera dove Joyce scriveva a Nora: "Sono il tuo bambino, vorrei che tu mi picchiassi, frustassi persino... non per gioco ma sul sedere e sulla carne nuda." O quella in cui Oscar Wilde scriveva all'amato Lord Douglas: " un miracolo che quelle tue labbra rosse come petali di rosa siano fatte non meno per la musica del canto che per la follia dei baci." Sarebbero ottime "conversation pieces" da mostrare agli amici per passare una serata spettegolando sulle debolezze dei grandi.
Quello che invece non mi pare sensato  il valore che si suole dare a questi reperti per la storia della letteratura e per la critica letteraria. Il sapere che Fleming a ventisei anni scriveva lettere tipiche di un adolescente in calore cambia forse il nostro diletto nel leggere le storie di James Bond o il giudizio critico che si pu pronunciare sulle stile del suo autore? Per capire l'erotismo di Joyce, quale fatto letterario, basta leggere l'Ulisse, specie l'ultimo capitolo - anche se chi lo ha scritto avesse vissuto vita castissima. Visto che per molti grandi non solo  accaduto che la loro pagina fosse lasciva e la vita proba, bens che la loro pagina fosse proba e la vita lasciva, cambierebbe il nostro giudizio sui Promessi sposi se venisse alla luce che Manzoni a letto era un birichino e le sue due mogli sono morte sfiancate dalla sua satiriasi?
So che  diverso volere la Maserati di La Russa ed esibire documenti che provano come certi autori fossero fisicamente (o solo mentalmente?) erettili. Ma, tutto sommato, sono due forme di feticismo.

Napoleone non  mai esistito.
Qualche divertimento da mettere sotto l'albero di Natale. Ma, come si vedr, anche qualche suggerimento per contrastare i cacciatori di "mysteri". L'ultima apparizione di un cacciatore di misteri si ha in questi mesi in televisione con una trasmissione che si intitola (cabalisticamente) Adam Kadmon e che  condotta da un presentatore mascherato. Non varrebbe la pena di parlarne perch di tali trasmissioni fa settimanalmente giustizia Crozza col suo Kazzenger, ma rendiamo omaggio ai Crozza del passato.
Possedevo da tempo una tarda traduzione italiana (1914) di un libello di tal G. B. Prs intitolato Napoleone non  mai esistito, ma proprio in questi giorni sono riuscito a scovarne la prima edizione, del 1835, che s'intitola Grand erratum source d'un nombre infini d'errata. L'autore dimostra che Napoleone  soltanto un mito solare, e argomenta con dovizia di prove trovando analogie tra il Sole, Apollo (e "Napoleo" significherebbe "veramente Apollo lo sterminatore"), nato anche lui su un'isola mediterranea, mentre la madre Letizia significherebbe l'aurora, e Letizia proverrebbe da Latona, madre di Apollo. Napoleone ha avuto tre sorelle che sono evidentemente le tre grazie, quattro fratelli, che simboleggiano le quattro stagioni, e due mogli (che sono la Luna e la Terra). I suoi dodici marescialli erano i segni zodiacali, e come il Sole Napoleone ha dominato nel mezzogiorno ed  stato oscurato nel nord.
Napoleone ha posto fine al flagello della Rivoluzione e questo ricorda l'uccisione, da parte di Apollo, del mostro Pitone. Il Sole si leva a oriente e tramonta a occidente, e Napoleone era venuto dall'Egitto per dominare la Francia ed  morto nei mari occidentali, dopo un regno di dodici anni, i quali non sono altro che le dodici ore del giorno. " dunque dimostrato che il preteso eroe del nostro secolo non  che un personaggio allegorico, i cui attributi sono tutti tolti in prestito dal Sole."
Anche Prs sapeva di raccontare delle baggianate ma lo faceva per parodiare il libro di Charles-Franois Dupuis L'origine de tous les cultes (1794), dove si sosteneva che religioni, favole, teogonie e misteri non erano altro che allegorie fisiche e astronomiche.
Seguendo Prs tale Aristarco Newlight (Historic certainties, 1851), di cui non sono riuscito a trovare l'edizione originale, usava argomenti analoghi per polemizzare con la Vita di Ges di David Strauss, e con la sua lettura critico-razionalista dei Vangeli. Ma, prima di Prs, Richard Whately aveva pubblicato Historic doubts relative to Napoleon Buonaparte, e anche di questo ho trovato la prima edizione, del 1819. Whately era un teologo inglese, che fu anche arcivescovo di Dublino, e aveva scritto opere molto serie sia su argomenti religiosi che filosofici - e un suo libro di logica aveva influenzato Charles Sanders Peirce. Whately si era ingegnato a confutare i vari scrittori razionalisti (in particolare Hume) che negavano eventi pseudostorici, come quelli delle Sacre Scritture, e i racconti di miracoli, per il fatto che non ne erano reperibili prove empiriche. Whately non contesta Hume e consimili, ma ne porta le tesi alle ultime conseguenze, dimostrando che, a seguire quei principi, anche i resoconti delle imprese napoleoniche (che hanno anch'esse del miracoloso) non sono sempre di prima mano, non molti dei contemporanei di Napoleone lo avevano davvero visto, e gran parte di quanto si dice di lui erano racconti nati da altri racconti.
Queste trouvailles antiquarie di cui dico sono sfizi da collezionista perch, e per fortuna dei lettori, dei tre testi che ho citato esiste un'edizione Sellerio, L'imperatore inesistente, a cura di Salvatore Nigro (1989) - e questa (per sette euro) potete mettere sotto l'albero di Natale. Ma insomma, mi divertiva riesumare questi Kazzenger ante litteram.  vero che i miei tre autori non satirizzavano i cacciatori di misteri bens dei pensatori che cercavano di eliminare i misteri; e quindi erano in fondo dei reazionari. Ma il metodo rimane istruttivo: portate all'estremo le tesi degli altri e una risata li seppellir.

Siamo tutti matti?
Nelle scorse settimane abbiamo assistito a indubbi atti di follia. Folle certamente il pilota tedesco che ha trascinato a morte tutti i passeggeri affidati alle sue cure, folle senza dubbio l'imprenditore milanese che ha commesso una strage a Palazzo di Giustizia. Ma  anche preoccupante un pilota che si mette a sparare in casa - e trascuro il caso che gli sia stato imputato un incidente automobilistico dovuto forse a un tasso alcolico eccedente, cosa che potrebbe accadere a tutti, anche se guidare dopo aver bevuto fa nascere qualche dubbio sulle abitudini di un pilota che aveva trasportato il presidente della Repubblica.
Erano matti i poliziotti accusati del "massacro messicano" alla Diaz? Sino a un minuto prima erano agenti normali. Quale frenesia li ha presi, dopo, per scatenarli in quel modo, come se (umanit a parte) ignorassero che alla fine qualcuno si sarebbe accorto di quello che avevano fatto?
Mi  cos tornato in mente quanto diceva Owen: "Tutti al mondo sono matti, tranne te e me. E anche tu, a pensarci bene..." In fondo noi viviamo nella convinzione che la saggezza sia la normalit e i pazzi siano delle eccezioni alle quali un tempo provvedeva il manicomio. Ma  vero? Non bisognerebbe pensare che la condizione normale sia la pazzia e la cosiddetta normalit sia uno stato transitorio? Fuor di paradosso, non sar pi prudente convincerci che in ogni essere umano c' una dose di follia, che per molti resta latente per tutta la vita, ma per molti altri esplode a tratti - ed esplode in forma non letale e talora produttiva in coloro che consideriamo geni, precursori, utopisti, ma in altri si manifesta in azioni che ci fanno gridare alla follia criminale?
Se  cos, in tutte le persone che vivono a questo mondo (e siamo ben sette miliardi) c' un germe di follia che pu manifestarsi di colpo, o soltanto in certi momenti della loro attivit. I tagliagole dell'ISIS sono probabilmente, in certe ore della loro vita quotidiana, mariti fedeli e padri amorevoli, e forse passano qualche ora guardando la televisione o portando i figli in moschea. Poi si alzano alle otto di mattina, si mettono il kalashnikov a tracolla, forse la moglie gli prepara un panino con la frittata, e vanno a decapitare qualcuno o a mitragliare un centinaio di bambini. In fondo non viveva cos anche Eichmann? E d'altra parte anche il pi efferato degli assassini, a sentir dopo sua madre, sino al giorno prima era un ragazzo modello, al massimo appariva un poco nervoso o malinconico.
Se  cos, dovremmo vivere in uno stato di sfiducia continuo, temendo a ogni istante che nostra moglie o nostro marito, nostro figlio o nostra figlia, il vicino di casa che salutiamo tutte le mattine sulle scale, o il nostro miglior amico, improvvisamente impugnino un'accetta e ci fendano il cranio, o ci mettano l'arsenico nella minestra.
Ma allora la nostra vita diventerebbe impossibile e, non potendo fidarci pi di nessuno (nemmeno dell'altoparlante della stazione che dice che il treno per Roma sta partendo sul binario 5, perch l'addetto agli annunci potrebbe essere impazzito), vivremmo come paranoici in servizio permanente effettivo.
Quindi occorre, per sopravvivere, prestare fiducia almeno a qualcuno. Salvo che occorrer convincerci che non esiste fiducia assoluta (come accade talora nelle fasi d'innamoramento) ma solo fiducia probabilistica. Se il comportamento del mio migliore amico, nel corso degli anni,  stato affidabile, possiamo scommettere che sia persona di cui fidarsi. Sarebbe un poco come la scommessa pascaliana: credere che esista una vita eterna  pi vantaggioso che non crederci. Ma si tratta appunto di una scommessa. Vivere su una scommessa  certamente rischioso, ma vivere senza questa scommessa (se non la scommessa sulla vita eterna, almeno quella sull'amico)  essenziale alla nostra salute mentale.
Per mi pare abbia scritto una volta Saul Bellow che in un'epoca di pazzia credersi immuni dalla pazzia  una forma di pazzia. Quindi non prendete come oro colato le cose che avete appena letto.

Gli imbecilli e la stampa responsabile
Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del Web. Per chi non l'ha seguita,  apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta lectio magistralis a Torino avrei detto che il Web  pieno di imbecilli.  falso. La lectio era su tutt'altro argomento, ma questo ci dice come tra giornali e Web le notizie circolino e si deformino. 
La faccenda degli imbecilli  venuta fuori in una conferenza stampa successiva nel corso della quale, rispondendo a non so pi quale domanda, avevo fatto un'osservazione di puro buon senso. Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar - e cos le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantit di queste persone ha la possibilit di esprimere le proprie opinioni sui social network. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli.
Si noti che nella mia nozione di imbecille non c'erano connotazioni razzistiche. Nessuno  imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che  un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca pu, su argomenti su cui non  competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perch le reazioni sul Web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere.
 giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, per l'eccesso di sciocchezze intasa le linee. E alcune scomposte reazioni che ho poi visto in rete confermano la mia ragionevolissima tesi. Addirittura, qualcuno aveva riportato che secondo me in rete hanno la stessa evidenza le opinioni di uno sciocco e quelle di un premio Nobel, e subito si  diffusa viralmente una inutile discussione sul fatto che io avessi preso o no il premio Nobel. Senza che nessuno andasse a consultare Wikipedia. Questo per dire come si  inclini a parlare a vanvera. In ogni caso  ora quantificabile il numero degli imbecilli: sono 300 milioni come minimo. Infatti pare che negli ultimi tempi Wikipedia abbia perso 300 milioni di utenti. Tutti navigatori che non usano pi il Web per trovare informazioni ma preferiscono stare in linea per chiacchierare (magari a vanvera) coi loro pari.
Un utente normale della rete dovrebbe essere in grado di distinguere idee sconnesse da idee ben articolate, ma non  sempre detto, e qui sorge il problema del filtraggio, che non riguarda solo le opinioni espresse nei vari blog o via Twitter, ma  questione drammaticamente urgente per tutti i siti Web, dove (e vorrei vedere chi ora protesta negandolo) si possono trovare sia cose attendibili e utilissime, sia vaneggiamenti di ogni genere, denunce di complotti inesistenti, negazionismi, razzismi, o anche solo notizie culturalmente false, imprecise, abborracciate.
Come filtrare? Ciascuno di noi  capace di filtrare quando consulta siti che riguardano temi di sua competenza, ma io per esempio proverei imbarazzo a stabilire se un sito sulla teoria delle stringhe mi dica cose corrette o meno. Nemmeno la scuola pu educare al filtraggio perch anche gli insegnanti si trovano nelle mie stesse condizioni, e un professore di greco pu trovarsi indifeso di fronte a un sito che parla di teoria delle catastrofi, o anche solo della guerra dei trent'anni.
Rimane una sola soluzione. I giornali sono spesso succubi della rete, perch ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente - e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all'analisi di siti Web (cos come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse anche un motivo per cui molti navigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno.
Naturalmente per affrontare questa impresa un giornale avr bisogno di una squadra di analisti, molti dei quali da trovare al fuori della redazione.  un'impresa certamente costosa, ma sarebbe culturalmente preziosa, e segnerebbe l'inizio di una nuova funzione della stampa.
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FINE.